
di Lidia Lavecchia
Si è svolta a Matera, in Piazza Vittorio Veneto domenica 10 settembre, e si replicherà sabato 16 settembre a Marina di Nova Siri, la raccolta firme organizzata dai Verdi per contribuire alla petizione nazionale rivolta alla Camera dei Deputati finalizzata alla rapida approvazione della Proposta di Legge n. 1275 per l’istituzione anche in Italia del salario minimo. La nostra Costituzione, all’articolo 36, dice che chi lavora ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Ma questo diritto viene, di fatto, costantemente violato: in Italia, infatti, sono più di tre milioni le persone che pur lavorando sono povere. Per questo motivo le forze di opposizione (ALLEANZA VERDI E SINISTRA – AZIONE – MOVIMENTO 5 STELLE – PARTITO DEMOCRATICO – PIÙ EUROPA) hanno firmato una proposta unitaria che prevede che nessun lavoratore possa ricevere una retribuzione oraria inferiore a 9 euro all’ora, senza considerare tredicesima, quattordicesima, tfr, che devono essere in più. La proposta rafforza la contrattazione collettiva, facendo valere per tutte le lavoratrici e i lavoratori di un settore la retribuzione complessiva prevista dal contratto collettivo firmato dalle associazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. In questo modo si combattono i contratti “pirata”, le false imprese, le false cooperative e le esternalizzazioni che servono proprio a sottopagare i lavoratori. La proposta estende i suoi effetti anche a lavoratrici e lavoratori parasubordinati e a tanti autonomi. Le forze di opposizione si stanno battendo perché questa proposta di legge sia approvata dal Parlamento. In Italia, negli ultimi decenni, il numero di lavoratori esposti al rischio di povertà è aumentato sensibilmente. La quota di lavoratori poveri tra il 2006 e il 2017 è passata dal 17,7% al 22,2%, vicini al 28% per le donne. Inoltre il rischio di bassa retribuzione è altissimo, del 53,5% per i lavoratori part-time e i lavoratori atipici. Dai dati Eurostat emerge che in Italia l’11,7% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali, dato ben al di sopra del 9,6% di media UE. Il fenomeno diventa ancora più urgente se si pensa che i lavoratori hanno subìto due forti attacchi al loro potere d’acquisto negli ultimi anni: il primo con la pandemia del Covid-19, che ha portato molti lavoratori a restare a casa in cassa integrazione; e il secondo con l’invasione russa dell’Ucraina, che ha portato a un’alta inflazione di matrice energetica che si è rapidamente estesa ai beni primari. I costi di queste crisi però, i lavoratori italiani le stanno pagando più che negli altri Paesi: alla fine del 2022, infatti, i salari reali in Italia erano calati del 7,5% rispetto al periodo precedente la pandemia, contro una media Ocse del 2,2%. Parte della motivazione per queste forti differenze sta nella contrattazione malata e nell’assenza di un salario minimo legale che caratterizzano il nostro Paese. Nella gran parte dei Paesi economicamente più sviluppati si trova un sistema che garantisce il salario minimo. Nell’Unione Europea, 21 Paesi su 27 hanno il salario minimo, che viene aggiornato in base all’aumento dell’inflazione. In Francia, per esempio, l’aumento percentuale del salario minimo nel 2015 ha comportato un aumento per l’11% dei lavoratori. Più di recente, la Germania nel 2022 ha aumentato il salario minimo orario a 12€, un aumento del 25% rispetto all’anno precedente; mentre la Spagna nel 2023 ha aumentato nuovamente il salario minimo mensile a 1080€ (su 14 mensilità, 1260€ se pagato in 12), portandolo ad un aumento del 47% rispetto al 2018 quando il governo Sanchez si è insediato. La proposta in realtà va a valorizzare la contrattazione collettiva seria, selezionando come valori minimi salariali per ciascun settore quelli individuati dai sindacati più rappresentativi. Secondo i dati del CNEL, al 31 maggio 2023, risultano depositati 975 contratti collettivi nazionali del settore privato, di cui solo il 22% circa è stato siglato dalle associazioni sindacali confederali (cioè da categorie associate a CGIL, CISL, UIL). Negli ultimi anni il totale depositato al CNEL è quasi raddoppiato, passando da 551 contratti nel 2012 a 1053 nel 2022; e questa impennata può essere imputata quasi esclusivamente ai sindacati non rappresentativi. Questi contratti, con livelli salariali e tutele al ribasso, mettono pressione negativa sui salari anche dei sindacati più rappresentativi, perché sono uno strumento di possibile “minaccia” in sede di contrattazione collettiva da parte delle associazioni datoriali. Detto in parole semplici, se i veri sindacati chiedono aumenti salariali troppo alti, i datori possono minacciare di ricorrere ai contratti pirata. Ma se c’è una legge che disinnesca questa minaccia, perché il salario minimo è comunque quello individuato dai sindacati più rappresentativi, i salari sono liberi di tornare a crescere.