Mario Santoro
Conveniamo sul fatto che Robert Walser, autore di molte opere tra le quali ricordiamo ‘Jakob von Gunter’, ‘I fratelli Tanner’ ‘Berlin stories’, ‘Kritiche Ausgabe’, ‘La passeggiata’, sia giustamente considerato uno dei tre grandi scrittori svizzeri di lingua tedesca insieme con Max Frisch e con Friedrich Durrenmatt. Concordiamo anche sul fatto che il racconto, come nobile forma di scrittura, debba considerarsi un componimeno letterario in prosa, breve e, in genere con una vicenda per lo più senza finalità morali o moraleggianti. Non a caso esso può coincidere con una chiara esposizione, con una cronaca, con una relazione, anche dettagliata, con un rapporto puntuale, ma può anche essere una semplice testimonianza, con o senza la cosiddetta ‘rottura dell’equilibrio’ e con il suo conseguente ripristino, magari a conclusione. Inoltre credo non ci siano difficoltà a riconoscere al racconto la presenza di elementi realistici, fantastici, psicologici che possono fiancheggiarsi, intrecciarsi, complicarsi, così come si ritiene che lo svolgimento possa assumere le caratteristiche del giallo o anche del nero. E ciò vale sia che lo scrittore rispetti rigorosamente taluni punti elementari e comuni ai testi narrativi come l’ ‘esordio’, lo svolgimento delle ‘situazioni’, lo ‘scioglimento’, sia che essi, vengano appena accennati. In ogni caso importante risulta lo ‘spannung’, termine tedesco che sta per ‘tensione emotiva’ che puo’ essere presente in tutto il testo, con punte elevate qua e là, e che non deve mancare nella fase dello scioglimento. Il racconto “La passeggiata”, -meno di cento pagine (caratteri tipografici grandi, formato piccolo)- dello scrittore svizzero Robert Walser (1878-956), edito da Adelphi con traduzione di Emilio Castellani, per dichiarazione, sottilmente ironica, dello stesso autore, riportata in quarta di copertina, non riporta eventi straordinari ma cose modeste e in qualche modo comuni: Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io mi imbatta in giganti, abbia l’onore di incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per i boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuf i fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto. E’ l’ordinarietà che assume il carattere di straordinarietà! E, a questo punto sveliamo un retroscena. Un amico, lettore attento e critico sagace, di cui non si fa nome, mi regala il volumetto in questione e mi dice con candore che lo ha comprato perché suggestionato da una frase letta in quarta di copertina: ” ‘La passeggiata’ è uno dei testi più perfetti di Walser, il grande scrittore svizzero che ormai, soprattutto dopo la pubblicazione delle sue opere complete, viene posto accanto a Kafka, a Rilke, a Musil -ammesso cioè fra i massimi autori di lingua tedesca del nostro secolo”. E poi, con fare strano e anche un po’ inquieto, il mio amico precisa: “Ho fatto una gran fatica a leggerlo, sebbene si tratta di racconto breve, ed ho trovato il periodare volutamente lungo e tortuoso, sebbene sempre corretto, a volte sovrabbondante e inutilmente pesante e alla fine, nessuna emozione. Insomma, con rincrescimento, devo dire che non mi è piaciuto… Vorrei che tu non mi negassi un tuo parere”. Per nulla lusingato, ma fortemente incuriosito, ho accettato il piccolo dono e ho pensato di fare, come è mio costume, una doppia lettura: la prima veloce per cogliere impressioni di carattere generale; la seconda attenta e meditata per mettere in risalto particolarità ed elementi di rilievo. Intanto mi sentivo suggestionato dal titolo che rimandava nella mia mente tante lunghissime passeggiate fatte, da ragazzo sovente da solo per dare libero sfogo alla mia fantasia, da adulto per gradire la compagnia di un coetaneo. Mi è tornata, con insistenza, che andava facendosi ossessiva, una dedica fatta a me da un amico, di un grappolo di anni più grande di me, in segno di compiacenza e di stima. Me la scrisse, con grafia malferma anche per l’emozione, sotto il titolo di un libro da lui pubblicato. Riportava una frase dello scrittore inglese A. Cronin: “Credo che la vita possa risultare molto più allegra di quello che è se si ha un amico con cui fare due passi insieme ogni tanto”. Suggestionato dal dottor Cronin, ho cercato, con immediatezza, nella nuova lettura, l’ipotetico accompagnatore di Walser ed ho sperimentato un lieve moto di delusione già dalle prime pagine dalle quali ho compreso che non l’avrei trovato e che la passeggiata era ‘in solitaria’. Il racconto, sempre in prima persona, risulta sempre ben articolato, chiaro nella forma armoniosa, tendente a dilungarsi, sostenuta, suadente, garbata nel tono, senza mai un urto o una scossa e quindi controllata e tale da attirare e tuttavia da mantenere la distanza. Sin dall’inizio incuriosisce eppure non appaga! Risulta essere un conversare dotto, piano, amichevole, confidenziale, una sort di gentile concessione all’ipotetico lettore e un ripetuto ma discreto tentativo di tirarlo in ballo, o di conquistarlo alla sua causa, di interessarlo. Puntuale, ricca, talora debordante di particolari, di rimandi e allusioni, di incidentali che rischiano di far perdere il filo del discorso -cosa che non avviene mai-, la prosa nel suo andamento sempre misurato e composto, risulta fortemente descrittiva e, a tratti, minuziosa e anche un po’ disorientante, comunica, volontariamente o indirettamente, certi stati d’animo del narratore, che talora sono in contrasto, ed evidenziano anche buona capacità di aggregare disparati elementi che suggestionano. In apertura è il desiderio, più che legittimo, di una tranquilla passeggiata, in serena solitudine, quella che, come sostiene Zimmerman, ‘se istupidisce i mediocri’, che dunque farebbero bene ad evitarla, ‘sviluppa gli spiriti sueriori’. E va da sè – e il lettore lo percepisce immediatamente- che l’autore appartiene di diritto alla seconda categoria. E così egli scrive:Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Il suo impellente desiderio-bisogno non gli impedisce di osservare, proprio nelle scale, una donna che incrocia e che rimanda, per fattezze fisiche a certe figure femminili del sud- America e soprattutto gli consente di notare, con una punta di ironica ammirazione, una pallida appassita maestà che risulta quasi un suggerimento, per il lettore e allude a significanze molteplici che interrogano e al tempo stesso stupiscono. Si tratta dell’impressione di un istante che, non a caso, nasce e muore contemporaneamente, al punto che, qualche secondo dopo, appena fuori, viene abbandonata o cancellata dalla bellezza della ‘strada soleggiata’ che genera una disposizione d’animo avventurosa e romantica. Cominciano così i primi incontri nel cammino calmo e tranquillo dello scrittore che atteggia un contegno abbastanza dignitoso, come si preoccupa di precisare; contegno che sembra fare il paio con quello del signor professor Meili, una testa di prim’ordine, che incrocia e descrive nei tratti fisici e nel portamento. Segue l’incontro-scontro con il libraio e quindi il suo ingresso in banca dove riceve la bella notizia dell’accredito di mille franchi da parte di ‘signore caritatevoli e filantrope’. E la comunicazione da parte dell’impiegato gli viene data in forma pomposa, con tanto di giri di parole, e anche un po’ stucchevole: Volevamo appunto indirizzarle una lettera per darle la notizia certamente lieta -e che ora possiamo darle a voce- che, per in carico di un’associazione o gruppo di signore caritatevoli e filantrope, animate da simpatia nei suoi riguardi, le abbiamo non già addebitato, ma bensì, con misura certo assai gradita per lei, accreditato la somma di franchi mille, cosa di cui ella vorrà cortesemente prendere immediatamente nota nella sua testa, o dove meglio le aggrada… Si tratta di una comunicazione che genera un senso di appesantimento nel lettore che forse gradirebbe uno stile più rapido ed impressivo in linea con l’immediatezza del desiderio di sapere di cosa si tratta ed è come spinto dalla fretta di andare oltre e invece, suo malgrado è costretto a sorbirsi, non solo altre lunghe esternazioni dell’impiegato, ma anche la altrettanto articolata e ridondante risposta di Walser: -Quella somma di denari che mi giunge inattesa da benevoli mani di dame, o stavo per dire di fate,-risposi -la lascerò certo presso di voi, che già custodite nel migliore dei modi e che disponete delle necessarie cassette di sicurezza, refrattarie al fuoco e difese dai ladri, nelle quali i tesori sembrano essere gelosamente preservati da qualsiasi distruzione o d qualsivoglia rovina. Per di più, nevvero?, pagate anche interessi… E comprendo bene lo stato d’animo dell’amico che mi ha fatto dono del libro, e che, appena è passato nelle mie, ha avvertito come un senso di liberazione e di leggerezza, e contemporaneamente si è sentito come scaricato da un senso di colpa nei confronti dello scrittore. Riprendo la lettura e godo- devo dire- di alcuni passaggi che mi risultano efficaci e gradevoli anche se un po’ pesa anche a me il modo di argomentare e di raccontare, pur essendo io dichiaratamente favorevole alla lentezza della lettura, tutta da godere, e alla utile necessità di fermarsi spesso per riflettere, approfondire, apprezzare talune sfumature e meditare, cosa questa che la società contemporanea sembra non saper o non volere fare. L’idea della lettura da farsi con calma assoluta è anche cara a Walser che sovente si richiama al lettore sottolineando tale necessità: … Tu, caro lettore, ti prendi la briga di procedere coscienziosamente nel chiaro, festoso mattino insieme all’inventore e scrittore di queste righe, senza fretta, né urgenza, bensì con ogni delicatezza, agio e lucidità, prudentemente, pianamente e tranquillamente… E siamo in qualche modo concordi anche se la lentezza di cui io parlo non deve essere costrizione ma piuttosto scelta e dunque deve essere determinata non dalla lunhezza del periodare quanto dalla profondità delle parole capaci di ‘risuonare’ nell’anima del lettore. La modalità della scrittura non cambia sia nella scena del cane, grande e grosso ma giocherellone e inoffensivo, che corteggia l’intimorito bambino seduto sui gradini, sia quando l’autore si ferma a complimentarsi con la donna che se ne sta su una panchina per le sembianze di un’ attrice, sia ancora quando incontra il gigante Tomzack, un disgraziato che non ha nemmeno un tetto per dormire e che attira la sua curiosità e gli consente alcune considerazioni sulla sua sfortunata condizione. Si susseguono incontri osservazioni sulla natura circostante, riflessioni, qualche preoccupazione, alcuni impegni da assolvere e taluni appuntamenti d’affari. E sempre la sovrabbondanza dei riferimenti e dei rimandi, l’inserimento di visualizzazioni, lontane nel tempo e nello pazio, che rischiano il disorientamento, le tante incidentali che tendono ad allungarsi fino al rischio della prolissità, davvero spingono a determinare una sorta di sfasamento e rischiano di minare alla base l’efficacia della narrazione che fluisce come lento e calmo fiume ricco di acqua con ampi margini lineari e sicuri. E così la scrittura obbliga il lettore all’attenzione massima e quasi lo imprigiona -e un po’ lo stanca- senza concedergli spazi e possibilità di andare oltre l’orizzonte disegnato. L’autore a un certo punto sembra accorgersi di rischiare di tediare il lettore e quasi se ne scusa: … per tutte le lungaggini, divagazioni e prolissità che ne derivano, chiedo in anticipo umilmente scusa. E certamente la ‘exusatio non petita’ è ‘accusatio manifesta’ tanto più perché il racconto procede senza alcun cambiamento finanche quando l’autore si reca dalla signora Aebi per la ‘prevista colazione’ che l’autore accompagna col termine antico e desueto ‘asciolvere’, cedendo ad una sorta di tentazione, per così dire, autolesionistica. Anche in questo caso la scena tra Walser e la donna che serve il pranzo è significativa. La situazione potrebbe essere anche esilarante, gradevole, nella insistenza assillante da parte di lei affinché il suo cliente mangi di tutto e di più al rischio di sentirsi male, ma si perde o diminusce di efficacia proprio a causa del periodare prolisso e stanchevole. L’autore fa di tutto per svincolarsi dalla prepotente generosità della donna e per liberarsi dalle sue grinfie senza tuttavia urtare la sua suscettibilità, ma ogni pur lodevole tentativo risulta vano al punto che alla fine egli, di prepotenza, si alza e fugge via, sconfitto o vincitore non si sa. Immediato è il rimando nella mente del lettore, almeno un poco avveduto, alla satira ‘Il seccatore’ di Orazio, anche lui a passeggio, ma per la via che dal Foro va al Campidoglio. Uno sconosciuto lo avvicina e tutti i tentativi del poeta di liberarsi della sgradita compagnia, risultano inutili e spingono il poeta latino alla famosa espressione ‘Est tibi mater, cognati, qui te salvi est opus?’ In questo caso il dialogo risulta gradevole e leggero nella sua evidente spezzettaura con tanto di interruzioni, stacchi, battute ironiche, ellissi, che accentuano il senso della comicità. Qui, pur in presenza di un velo di ironia, l’effetto è alquanto attenuato. E la passeggiata prosegue. L’autore va dal sarto, dal ‘presidente della spettabile commissione delle imposte’ e fa tanto altro ancora e poi si ferma ad ammirare ‘una dimora patrizia semidiroccata, con un superbo, cavalleresco castello medioevale’ e quindi dialoga con un onesto cane dal manto nero corvino, rimproverandolo perchè al suo arrivo non si è alzato per salutarlo: Giovinotto ignorante e incivile che evidentemente non sei altro, non ti passa neanche per la testa di alzarti e di salutarmi, mentre sia dal passo che da ogni altro atteggiamento puoi vedere subito che io sono un uomo… Embè?! Si potrebbe dire senza andare oltre con le argomentazioni. Sopraggiunge il buio e la passeggiata ha termine, Quando un racconto finisce ci si domanda sempre se ha lasciato qualcosa, se e dove si raggiunge lo ‘spannung’ che, in questo caso, risulta come diluito anche troppo e senza la vera illuminazione, se è presente lo ‘spleen’, ossia la dominante malinconia accompagnata dall’insoddisfazione, dalla noia senza un vero e proprio motivo, se… se… se… E tanti altri se che lasciamo al lettore se avesse voglia di approfondire.
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