ACCADE DI AMMALARSI…

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teresa-lettieriTERESA LETTIERI

Accade di ammalarsi e anche seriamente. Accade che si debbano affrontare terapie, a volte più devastanti della stessa malattia, che necessitano di un allontanamento dal posto di lavoro. Quando si combatte con le “bestie feroci” anche gli strumenti di “guerra” diventano tali da non consentire il normale svolgimento del proprio quotidiano. E per chi lavora, l’assenza dalle proprie attività diventa una tappa obbligata. Accade pure che quando la malattia sembra sconfitta, i “mostri” non siano terminati e ancora più efferati. Ti inviano una lettera a casa e ti annunciano che hai superato il periodo di “comporto” che è il tempo di assenza dal lavoro consentito dalla legge senza perdere il posto. Pur non essendo chiaro il distinguo tra la malattia e la patologia tumorale e pur essendo i tempi di sospensione diversi a seconda del tipo di contratto è facile comprendere come, a fronte dei sei mesi indicati mediamente come tempo limite, un “cancro” sia di difficile soluzione considerando le terapie di cui necessita. Ma questi sono “mostri” molto più difficili da combattere, non ci sono terapie che tengano e questo come altri episodi di cronaca del lavoro lo dimostrano ampiamente. Il caso di questa donna, per 22 anni alle dipendenze della casa circondariale di Potenza come responsabile della cucina-mensa agenti per conto della ditta Slem dei Piani di Sorrento, non è l’unico nello scenario dei paradossi del nostro Paese*. L’ostacolo non risiede, peraltro, nella sola struttura lavorativa di appartenenza della donna, che riceve la sua lettera di licenziamento mentre è in corso il suo ciclo di radioterapia e sebbene sia stata rassicurata sul “fuori tempo” legato alla malattia. E’ l’intero apparato che gravita intorno al mondo del lavoro che offre le resistenze migliori alla soluzione di un problema,a cominciare dall’Ispettorato a finire ai sindacati, come racconta la protagonista. Mi rendo conto che casi come la signora veneta assunta un mese prima della nascita del suo bambino riscuotano una risonanza fuori misura considerato che si tratta di una piccola azienda privata, memore di una esperienza vissuta in passato da uno dei due titolari la cui moglie  venne licenziata perché in attesa, che ha deciso di aspettare i tempi previsti dalla legge per avere nel suo staff la nuova collaboratrice. Capisco che gli stessi sindacati si siano meravigliati di questo, ormai avvezzi alla tutela di chi perde il lavoro per analoghi motivi, ma pur comprendendolo, mi meraviglio della meraviglia. Mi stupisco del fatto che le varie sigle sindacali, pur sfiorate dalla questione non si siano fatte carico di un problema che non sceglie a seconda del tesserino di appartenenza, che non sorteggia il “malato” in funzione di un acronimo piuttosto che un altro, ma interessa i “lavoratori” nella loro globalità. E la solidarietàcon il semplice rimbrotto che può arrivare da chi risulta più sensibile al problema rimane difficilmente spendibile nella difesa di un diritto. Mi rendo conto che la legislazione sul lavoro sia complessa, complicata e resa ancora di più dalle varie alternanze di governo che sulle questioni più immediate ed evidenti come la malattia, la maternità tra le tante, non trovano una soluzione che tenga conto  anche delle mutate condizioni di una società come quella attuale che ha risolto votandosi al precariato e ai vouchers. La tutela del lavoro, che è un sacrosanto diritto di ogni cittadino, appare il tema sul quale sembrano confrontarsi continuamente gli “addetti ai lavori”  nel tentativo di regolamentare una casistica molto vasta ma sul quale le problematiche in uscita risultano sempre maggiori di quelle in entrata.  Dove la “malattia” corre il rischio di subìre un trattamento come quello della signora che si trova licenziata nonostante il suo certificato “salvavita” e la “maternità” si ritrova ridotta a  quindi ad un  problema per chi deve assumere. I malati aumentano e i bambini non nascono, non ci rimane che sperare negli imprenditori “empatici”! 

*Sul caso della donna licenziata alla casa circondariale di Potenza, ci sono delle risposte che l’Amministrazione penitenziaria deve dare. Ad aprile difatti c’è la nuova gara di appalto della pulizia e diventa un obbligo morale prima che giuridico riproporre tra i lavoratori la persona ingiustamente licenziata perchè doveva curarsi un tumore. (passaggio a sud)

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Teresa Lettieri

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