ADDOBBI NATALIZI

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di  GERARDO ACIERNO

 

 

 

 I giorni che furono 

La mia gente era gente di bottega. Iniziò il nonno nella rivendita dei tabacchi, passata poi a uno zio. L’altro zio mise su un’edicola sapientemente accompagnata da mille altre cose: giocattoli, fettucce, cromatine e brillantine, bombole del gas, pettine e cartoline illustrate, insomma un bazar nostrano, un piccolo centro commerciale ante-litteram cui un mio cugino, molti anni dopo, diede il nome de “Il Bottegone”. Se venite a Pignola o vi trovate a passare, fate un giro nel centro storico, lo troverete ancora questo fantastico negozio. Qui, durante gli anni della mia infanzia, nei giorni pre-natalizi e in quelli pre – Epifania, le mamme, le nonne e alcune zie facevano la fila per acquistare i giocattoli da regalare a figli e nipoti. Acquistare, si fa presto a dire acquistare. Erano tempi difficili, come dire? ‘in movimento’. Emigrazione e poco lavoro pesavano eccome sul bilancio familiare. E c’era da pensare alla scuola, ai vestiti, alle scarpe, alla ‘libretta’ del pizzicagnolo nella quale la lista del debito si allungava inesorabile, alla legna che scarseggiava nello ‘stiero’, all’anguilla e alle alici che comunque non potevano mancare sulla tavola della Vigilia. Insomma le spese erano tante, per cui qualche pistola di plastica, una bambola di pezza, un pupazzo da presepio molto spesso sparivano dalle vetrine del negozio di mio zio e scivolavano sotto lo scialle di quelle donne o nella tasca interna dei loro cappottini arrivati dall’America dopo la fine della guerra. Lo zio quando a sera inoltrata rientrava a casa e raccontava alla famiglia queste, come chiamarle? ‘mancanze’, concludeva dicendo: “Domani dovrò cambiare alcuni prezzi. Mi tocca aumentarli, altrimenti non mi trovo con i conti.” Quando si dice: ‘inflazione galoppante!’

Un Natale altro 

A dirla tutta, arrossendo un po’, al Natale con la neve e le renne, le lucine, i regali, alberi di plastica, tetti imbiancati e nasi rossi, preferisco un Natale piovoso, umido, non triste seppure avvolto da un filo di nebbia tale da farmi illudere di occupare uno spazio ovattato come un nido di passero e starmene con lo sguardo verso i giorni che furono. E’ per me un sollievo particolare anche soltanto immaginarla questa situazione.

I giorni che furono … e un groppo alla gola: “Che prospettiva è quella di invecchiare senza lasciare traccia?” Una risposta l’ho trovata  – Continuando ad amare! – ma più i giorni scorrono e più si fa pressante in me una considerazione: “ Forse non mi basta”.“Ho bisogno di trovare altro, scavare ancora dentro di me fino a cavarne qualcosa che mi faccia infine dire: “Va bene così, ora sì che può bastare!”.

Poi, mettermi a letto, abbassare la luce della lampada senza spegnerla del tutto e dormire. Fuori, intanto, la nebbia di cui sopra sarà diventata pioggia, sarà tornata ad essere la stessa pioggia di quando ero bambino e la sentivo tamburellare sugli embrici delle case, gorgogliare nelle grondaie come il borbottio dei nostri vecchi, rumoreggiare sulle pietre dei vicoli come chiacchiere di nottambuli innamorati. E attendere la campana di Mezzanotte che, puntuale, saprà diffondere ancora una volta e come sempre la serenità necessaria per scambiarsi un segno di pace.

Tatì 

È proprio in una di queste notti, nel rincasare a un’ora inappropriata per la mia età, rasentando porte di botteghe da tempo serrate e muri sbrecciati di case inabitate che mi è capitato di ascoltare voci fanciulle, squillanti e lontane. Mi sono fermato, ho piantato lo sguardo sul portale più importante del  vicolo e ho teso l’orecchio a quelle voci: “… tatì … tatìììì … !”. Voci dal buio, voci conosciute, amichevoli ma dimenticate, appartate in qualche cassetto della memoria che la pioggia e la nebbia quella notte mi stavano restituendo. A casa ho aperto il ‘Vocabolario del dialetto pignolese’ (opera davvero meritoria) di Sebastiano Rizza e ho letto: “ Tatì = parola convenzionale con la quale si dà il via al gioco del nascondino.” Senza volerlo mi sono ritrovato ai vetri appannati della finestra a sussurrare quella parola. Una, due, dieci volte fino a quando ho visto il giorno ritornare, le ombre sfumare, la pioggia cessare, il sole infilzare le balconate e illuminare il meraviglioso ‘gioco’ della Vita mentre pareva dire:  “Tatì!”, buona giornata a tutti e buona fortuna”.

 

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