“ADRIANO, I SEGRETI DI ROMA”: BELLEZZA E POTERE IN SCENA A POTENZA

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di Gianfranco Blasi

Alla fine dello spettacolo, mentre sorseggia una bottiglietta d’acqua e abbraccia i genitori con la tenerezza e la gioia di chi è contento della performance, Kevin Arduini è ancora lì: sul palco del Teatro Francesco Stabile, il più nobile e prestigioso di Potenza. Il costume di scena gli aderisce come un secondo respiro, restituendogli l’anima fragile del ballerino. Ma a vestire davvero la scena sono i suoi muscoli, i suoi occhi lucidi e intensi, sospesi in quel mondo di sogni e storia, di polvere e applausi, di serate a inseguire approvazione e ricerca di senso per un mestiere così antico e difficile. Gli attori – si sa – si nutrono di consenso. E intanto, qualche spettatore indugia ancora per un autografo, mentre gli echi degli applausi svaniscono lentamente, come i pannelli scenici che si abbassano dopo il finale. Sul palco, insieme a noi, arriva Ermanno D’Onofrio, il manager della compagnia. Con la collega Virginia Cortese e due cameraman ci sistemiamo al centro della scena per le interviste. Intorno, flash che scattano in continuazione. Con Arduini, l’attore Romano Pigliacelli – imperatore Adriano in scena – e Genny Siragusa, la poliedrica interprete di Vibia Sabina, moglie e rivale, passione e veleno dell’imperatore. “Adriano, i segreti di Roma” ci ha conquistati. È stato un viaggio magnetico tra bellezza e potere, seduzione e morte, inganno e libertà, dentro i meandri dell’anima imperiale e dell’essere umano. Il pubblico ha riempito il teatro il 27 giugno scorso, trasformando la serata in una vera festa dell’arte. Del resto, c’è un teatro che non ha paura della bellezza. La rincorre, la interroga, la mette in scena come un mistero da abitare. Kevin Arduini conosce questo linguaggio e lo maneggia con una rara versatilità: autore, regista, coreografo, attore, ballerino. Il suo spettacolo è  ambizioso e raffinato, capace di coniugare la forza arcaica del mito con la precisione formale della danza, la grazia del bel canto e la profondità del racconto teatrale. “La mia idea – ci racconta Arduini, ancora sudato e acceso dall’adrenalina – era quella di offrire qualcosa di potente ed elegante, che colpisse nel cuore. La danza è centrale non solo per la sua bellezza, ma perché dà energia vitale alla narrazione.” Virginia Cortese lo incalza, chiedendogli della compagnia. E lui risponde con naturalezza, quasi in un sussurro gentile: “Ho scelto uno ad uno gli attori, le attrici, i cantanti e i ballerini. È stato un lavoro certosino, faticoso, ma ha creato legami profondi, una vera complicità.” E si sente. Si vede. Quei novanta minuti hanno restituito al pubblico un teatro che è ancora – e finalmente – una forma di pensiero, uno specchio dove l’anima può riconoscersi umana, fragile, immortale. La regia di Arduini è vibrante, colta, sensuale. Un po’ novello Kubrick del palcoscenico, un po’ Johnny Depp teatrale, guida lo spettatore con una visione nitida e vertiginosa.“Attraversiamo generi e forme – spiega – in uno stile che alcuni critici definiscono, bontà loro,  inconfondibile. Parola, danza, musica e canto non si sommano: si fondono in un unico respiro scenico.” E davvero si respira, tutto. Il dolore e il desiderio, la nostalgia e la forza. Un affresco scenico che osa, ma con grazia. Che sfida, ma con intelligenza. Al centro, l’imperatore Adriano – interpretato con intensità da Romano Pigliacelli – e il suo struggente legame con Antinoo, incarnato dallo stesso Arduini.  “Il loro rapporto – ci spiega Pigliacelli – è sensuale, ma anche profondamente spirituale. È il cuore pulsante di uno spettacolo che non racconta solo una storia d’amore, ma una tensione verso un’idea assoluta di armonia. Dove la bellezza diventa principio etico, visione del mondo.” Accanto a loro, Genny Siragusa ringrazia Arduini per averle affidato un ruolo tanto sfaccettato.  “Vibia Sabina è una donna ferita. Vuole riconquistare Adriano, ma lo fa attraverso il potere, l’inganno. Il mio compito è mostrarlo: non è solo moglie devota, è una figura politica. In scena deve emergere questa complessità.” C’è un’ultima domanda di Virginia, che alzando lo sguardo verso l’interprete di Antinoo, puntando i suoi occhi, quasi  gli sussurra. “Cos’è la danza per Kevin Arduini?”  “Per me la danza è molto, direi tutto. Una compagna di viaggio nella mia vita. L’abito che preferisco. Il piatto migliore dei miei pranzi. Il senso del mio essere. Danzo per vivere e vivo per danzare. Mi esprimo attraverso la danza e la tengo stretta a me nelle notti insonni. Poi ci lavoro e quindi devo farci i conti. Ma come per Adriano e la sua ricerca di bellezza per me la danza è il linguaggio dell’armonia”. La sensibilità e il tatto, la misura, ma anche l’impeto con cui ha risposto a quest’ultima domanda ci convince di come, ispirandosi alle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, Arduini non traduce il testo: lo attraversa. Ne cattura lo spirito, lo restituisce al corpo della scena. Infatti, “in scena – ci confida prima di lasciarci – provo una vertigine. È il tentativo di unire potere e saggezza, passione e responsabilità, grandezza e fragilità.” Il suo Adriano non è una statua idealizzata, ma un uomo che conosce i propri limiti. Che cerca di “imporre alla propria vita la bellezza come si impone la legge agli imperi”, proprio come scriveva la Yourcenar. L’alternanza di quadri lirici, visioni coreografiche, riflessioni filosofiche e slanci emotivi trasforma Adriano, i segreti di Roma in qualcosa che va oltre la narrazione storica. È un’immersione nella memoria, nel desiderio, nel tempo. Una Roma antica che non è mai stata così viva, carnale, presente. Uno spettacolo potente e delicato, colto e accessibile, che ci restituisce, nella forma del mito, la sostanza dell’umano. Arduini e la sua compagnia ci hanno regalato il 27 giugno a Potenza la danza della vita, la poesia dell’amore, il canto ostinato della nostra civiltà.

 

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Sull' Autore

Scrittore, Poeta, Giornalista

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