AL CLUB DE “LI CUNTI”

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 GERARDO ACIERNO

 

 

Dai cosiddetti tempi bui la più solida associazione di Torretta è senza dubbio il glorioso ‘Circolo Sociale degli Anziani’. A settant’anni compiuti, seguendo un’antica e consolidata norma, gli uomini prendono la tessera del sodalizio sperando, dopo aver fatto i dovuti scongiuri, di restare soci il più a lungo possibile.
Ribattezzata, per la verità con poca fantasia, ‘Il Club’, l’associazione mantiene e coltiva la curiosissima abitudine di conteggiare il tempo sia nel modo usuale sia facendo riferimento alle ore liturgiche utilizzate nei monasteri. Nel chiedersi l’ora, i soci, temprati da decenni di ripetizioni fintamente dotte, rispondono: ora terza; Mattutino; ora nona e via di seguito, pur sapendo che la giornata, di suo, preferisce tre grandi divisioni: mattina, mezzogiorno e sera. La notte o Compieta, per loro, per la loro calante stagione è spesso momento di sogni contorti, di assillanti visioni, per alcuni anche di sproloqui e di cosucce di cui conviene tacere, non parlarne con nessuno come usava nelle abbazie e nei conventi d’un tempo.
Perché questo fatto accada proprio qui, in questa virgola di mondo, in questo pertugio esistenziale frequentato da persone in avanti con l’età, nessuno ne è a conoscenza. “Forse – azzarda qualcuno – è usanza figlia dei numerosi passaggi di monaci missionari che da queste parti hanno sempre trovato rifugio e comprensione.
Articolato da questa insolita segmentazione, spesso ferito da sussulti dolorosi e di rado impreziosito da soddisfazioni, nel Club si acconcia e scorre, ora lento e apparentemente sereno ora turbinoso e triste, il cosiddetto terzo tempo di un manipolo di uomini vacillanti davanti all’avanzare della vecchiaia. Accampati intorno a memorie comuni, essi vivono una quotidianità sostenuta da poche risate, lunghe e assorte pause, pochi slanci generosi. Dominati da mugugni e da strani rancori, gli anziani soci si sentono profondamente legati al pezzo di montagna sul quale sverna una comunità sempre pronta a giustificare le bizze dei propri concittadini, a esaltare gli splendori del posto, a mitigare le miserie dei più.
Quando nel Club fa la sua comparsa la politica e la discussione si surriscalda e si fanno raffronti tra la Prima, la sfinita Seconda, la balbettante Terza Repubblica, i soci, afflitti da numerosi scheletri nascosti nei personali ripostigli politici, furbescamente svicolano, facendo scivolare la polemica sul più tranquillo binario delle solite, basse argomentazioni:
-Chi è morto?
Chi si sposa?
A quale ditta è andato quel lavoro?
Con chi se la fa quella svergognata?
Chi ha litigato con chi?-
Il Club è bazzicato da pensionati un tempo artigiani, operai, insegnanti, impiegati e liberi professionisti: in altra epoca si sarebbe detto ‘un mondo piccolo – borghese’. Essi, di solito, si aggirano senza trattenersi per più di un’ora. Escono e rientrano di continuo, come formiche, come api operaie. La loro età, racchiusa tra i settanta e i novant’anni, costantemente li agita, li scuote. Vivono questo tempo sperando di rintracciare nelle cose circostanti e nel quotidiano dialogare, o l’indimenticato stupore infantile o quella straordinaria complessità di esperienze che è sempre stata l’adolescenza.
Testardi, si negano alle attenzioni sanitarie incoraggiate dalle famiglie. Nascondono malanni e problemi che pure hanno lasciato segni sulla loro salute. Alle pillole preferiscono i vecchi rimedi della nonna: tisane e brodaglie varie. Si tirano indietro all’invito per una passeggiata dando sempre l’impressione di essere prede della scontrosità. Per tutti metaforicamente è l’autunno: stagione che spoglia così come dal vero fa sui rami e dentro le cortecce delle piante. Amori, solitudini e altri sentimenti sono trattenuti, protetti, non resi pubblici. Perché mai dovrebbero? La loro è una riservatezza inattaccabile anche se tutti sanno tutto di tutti. Succede, nei piccoli centri.
Come i monaci di una volta, gli anziani di Torretta vivono appartati pur stando sempre in compagnia. Come quelli, preferiscono rinchiudersi nelle ‘celle’ di una finta riservatezza. Mascherano timori e manchevolezze con battute spiritose; esaltano oltremisura i raggiunti traguardi e i successi dei figli; accantonano sconfitte e crude cadute consapevoli che nella vita nulla è scontato. Spargono malinconia sulla maggior parte delle cose che sfilano davanti ai loro occhi: gli scolari appesantiti da zaini imbottiti di merendine e altre inutilità; le donne rimbeccate di non saper curare la borsa della spesa; il fruttivendolo pugliese criticato per il suo fracassato autocarro; il gelataio con la nomea di consumato donnaiolo; il fastidioso andar su e giù dei Testimoni di Geova, sempre in gruppo, per le strade e nelle piazze. S’inorgogliscono soltanto della loro paesanità dimenticando che sul paese hanno riflettuto poco perché troppo occupati a sopravvivere. Temono l’inverno e il suo rancore montanaro; provano a sfidarlo raccolti nello stanzone al civico 28, ultima fortezza incastonata nel bel mezzo di Corso Italia, tra la fontanella pubblica e la chiesetta del quartiere, quest’ultima dai più evitata per anticlericalismo di maniera.
Le storie che raccontano e si raccontano nel Club sono sempre le stesse, talora ricche di un dettaglio in più talora orfane di passaggi importanti. La loro ripetizione scaturisce dalla profonda voglia di tutti di fermare il tempo. D’inchiodarlo alla memoria, anche ricorrendo alla distorsione più o meno struggente del passato che hanno vissuto. Se, però, nel gruppo capita un giovane, curioso di ascoltare, interessato al dialogo, i racconti perdono originalità, sciupati da un tono saccente, come per dire: “te lo spieghiamo noi come stanno le cose”. Il giovane, di conseguenza, scappa dal pantano di noia e presunzione nel quale rischia di trasformarsi la giornata di questi anziani signori. Quando, invece, si profila del nuovo, del materiale fresco, buono per la chiacchiera, per il pettegolezzo, i soci indirizzano le novità lungo percorsi lastricati da complicati intrecci parentali, da un’accademia di azzardate citazioni socio-culturali e il più delle volte indorati da strisciante razzismo e rozzo campanilismo.
Le narrazioni, chiamate li cunt, sono aneddoti inventati da paesani perdigiorno, ma sono anche le storie narrate dai loro nonni intorno ai grandi focolari scomparsi da tempo quando ogni racconto era preceduto dalla declinazione di un proverbio. Il nonno di Salvatore l’autista amava ripetere che tutto ciò che si fa per la casa, per la famiglia e per la propria gente è come la legna che riscalda tre volte: quando si taglia, quando si sistema e quando si brucia (‘li ‘degn mbochën tre votë, quann së tagliënë, quann s’ammetënë e quann së bruscënë).
Pillole di quieta saggezza da molti di loro provate a trasferirle ai nipoti, “purtroppo – aggiungono- sempre sfuggenti e sordi alle nostre raccomandazioni”.
Buona parte di questi racconti affonda dentro vicende realmente accadute: pagine di spicciola cronaca locale; storie che a volte scaldano i cuori altre volte intristiscono i momenti; avvenimenti vicini e particolarmente sentiti per alcuni, freddi e lontanissimi per altri ma il tutto sempre radicalmente artigliato all’esistenza stessa della comunità. Lontani, per fortuna, dalle Case di Riposo ma consapevoli che oltre la siepe, dietro l’angolo, all’imbocco di un crocicchio la vita, all’improvviso, può cambiare e il tran-tran giornaliero può prendere altre direzioni: precipitare, mascherarsi, travolgere e stravolgere senza pietà, senza sconti, i soci pensano e riflettono sulla vita che è stata e continua a essere per alcuni una “meraviglia di Dio” e per altri “una vecchia guerra”.
C’è chi si lamenta, chi ironizza di continuo sulla vecchiaia che avanza, chi si fa prendere dalla nostalgia e chi questa condizione la vive con serenità, con la saggezza di saper godere ciò che si ha invece di rimpiangere quello che non si ha più o che, addirittura, non si è mai avuto. Ma a tutto ci si premura di dare risposte, prima dello spegnersi della candela, cercando di salvaguardare quel poco o quel tanto che il Tempo, nelle sue contorte pieghe, sta loro concedendo.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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