AL DANCING DI MONTEREALE, SULL’ONDA DI “SERENATA CELESTE”

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LUCIO TUFANO

 

Inizio anni ’50. Si ballava sull’onda di “Serenata celeste” e si canticchiava il motivo di “Papaveri e papere”. Nella villa comunale gli universitari organizzavano serate danzanti e al “Pineta dancing” di Montereale si servivano bibite, musiche, gelati e dessert per l’intraprendenza di Toruccio Giuliani che faceva portare sui tavolinetti il nuovo prodotto locale il “chinotto Avena” altamente dissetante e digestivo. Potenza viveva “adagiata allo scorrere di un quotidiano senza sbalzi”. La casa del Fascio, a piazza Sedile, era diventata Camera del Lavoro e Mast’Antonio Lo giudice guidava i compagni carpentieri. In qualche parte della regione s’infervorava la questione sull’occupazione delle terre. C’era ancora l’epoca di “adda venì baffone”, dell’uomo qualunque.  Il “Bianco fiore” si stava stabilizzando. Odo Spadazzi, segretario del Partito Monarchico, regalava le cravatte “marca braccio” ai contadini. Al compagno Michele Mancino era toccata la direzione ad interim del partito e della Federterra. Si erano riaperti il Convitto Nazionale “Salvator Rosa”, dopo dieci anni di chiusura, ed il Gran Caffè Italia, completamente rimodernato con la sua fastosa sala. Presso i tavolini e dentro il locale operava qualificatissimo personale come gli eleganti camerieri Abenante e Nino Lettieri. Da “Peppe a san Michele”, cenavano “alla potentina” i funzionari del PCI ed i giovani scrittori d’avanguardia.

Anche il Caffè Pergola si era rinnovato, e da Nino Mastrangelo, salumeria di classe, acquistavano la cena le signore bene.

Al Caffè De Carlo, un’orchestrina suonava “Ciliegie e rose a primavera” e le “Foglie morte”. Su iniziativa di un giornale della città, il “Popolo di Lucania”, una nostra compagna di classe veniva eletta “Miss Sorriso”. Era Raffaella Spera.

A via Roma sostavano le gloriose carrozzelle, e la città, gogoliana di timbri e sigilli, aveva trentamila abitanti con più di diecimila contadini, una massa di impiegati dagli stipendi irrisori ed alcune centurie di professionisti. Michele Girardi – Fra Nazario – aveva interpretato il film “Francesco Giullare di Dio” di Roberto Rossellini e non accettava la parte di “divo” che qui gli si attribuiva.

Quelli del Dopolavoro Postelegrafonico tenevano spettacoli per la città. Sono trascorsi gli anni, e i compagni di liceo sono soliti sempre incontrarsi in una fatidica data: il giorno dell’ottenuta maturità. Vi partecipano quelli delle diverse sezioni, maschili, femminili e miste, che in quegli anni ottennero il diploma di licenza liceale. Bisognava prepararsi sull’intero programma dei tre anni, e qualcuno ancora, forse, vive l’incubo dell’esame di matematica o di greco. Quel vecchio ginnasio liceo è nei nostri ricordi, ma anche nella storia della città, da quando era Real Collegio e poi divenne Ginnasio liceo “Salvator Rosa”, ed ancora intitolato a Luigi La Vista, e ad Orazio Flacco. Un’epoca in cui il ginnasio-liceo fu l’unica risorsa culturale della città e della regione, recitando un ruolo importante come quello di una Università. Sin dal 1923 la Riforma Gentile esigeva che i passaggi dal ginnasio inferiore a quello superiore e da questo al Liceo e dal Liceo all’Università si compissero con il superamento degli esami di Stato.

Si studiava molto e bastavano due o tre materie, sulle quali non si era ottenuta la sufficienza, per essere “rimandati” ad ottobre, o per essere bocciati. Cinque ore di lezioni al giorno, con solo mezz’ora di ricreazione. Rientrati in famiglia, occorreva prepararsi sulle materie del giorno dopo. Solo nelle ore di educazione fisica e di religione ci si svagava un po’. E tutto accadeva nel Palazzo Loffredo, fino a quando per ragioni diverse il Liceo Classico ed il Convitto annesso non furono trasferiti altrove.

Per tutti gli anni venti, quando ancora si chiamava “Salvator Rosa” fu al centro della vita culturale e pubblica per iniziativa del suo preside e di un qualificatissimo corpo docente. Anche se il primo Fascismo e la Patria alimentavano il mito della “primavera italica”, di Vittorio Veneto, della “quota 90” per la battaglia del grano e del Tricolore, “primavera del Po, nevi delle Alpi, rosso dei Vulcani e veste di Beatrice”.

Furono anni di conferenze sulla storia e la grandezza di Roma e sulla Magna Grecia del professor Negri e della professoressa Maria Scognamiglio, perfino agli ufficiali del 29° Fanteria, di manifestazioni culturali e cerimonie istituzionali.

Si era soliti premiare gli alunni nell’Aula Magna, con la partecipazione delle autorità e delle famiglie al suono della Marcia Reale e di Giovinezza, spesso eseguite dal Concerto degli Orfani di Guerra, mentre per l’incremento della Cassa Scolastica una fervente attività artistica produceva mostre dell’Alinari, conferenze sui capolavori dell’arte italiana, rappresentazioni di tragedie greche come l’Edipo Re di Sofocle al Teatro Stabile, con gli attori professori e studenti: Nicola Sisto, Cimarrusti, Maffezzoni, Maria Antonucci e Rosa Anna Sambita; con i vestiti preparati dalla signora Emma De Rosa Severini e dalla nobildonna Elvira Ferretti, direttrice del Convitto Femminile “Clotilde di Savoia”.

Le conferenze di Enrico Vita, di Dino Provenzal su Corradino di Svevia e su Farinata degli Uberti, di Padre Semeria, di Federico Gavioli e Sergio De Pilato, di Emilio La Rocca su Ferrante Aporti, di L. C. Maffei su Alessandro Volta, di Magliano sulla cultura degli alberi, di Edoardo Pedio sulla cultura del lavoro; di altri, e le inaugurazioni di ciascun anno scolastico comportavano discorsi e conferenze, quasi tutti con riferimenti al Duce, alla razza “Tu regere imperio populos. Romane memento, pacisque imponere morem. Parcere subiectis et debellare superbos” all’eredità biologica di Roma e alle sue imprese di civiltà.

I premiati erano Angelo Bellezza, Pietro Delli Colli, Michele De Pascale, Giuseppe Mattia (noto attore del cinema degli anni successivi) Alcide Mazziotti, Oreste Onorati, Pasquale Mainenti, Gennaro Eufemia, Sebastiano Mangano e Raffaele Albano.

Vi furono feste del libro e serate di arte e cultura con alunne come Pedio Ada, Marengo Gerardina, Pedio Bianca, Messore Emma, Angiolillo Bice, Indrio Ugo, Gioscia Domenico, Lardo Michele e Onorati Romolo, Triani Antonio, Giocoli Aldo, Cusano Giovanni, Masi Bonaventura, Bisonte Antonio, Pergola Anna, Mona Corrado e Massari Luigi.

Questi sono nomi che non ci riescono del tutto nuovi, così come quelli di Giancarlo Bolis, professore di greco e di latino, uno dei primi caduti nell’ultimo conflitto mondiale, di Ciola Nicola, di Claps Remigio, di De Fino Francesco, di Antonio Erricchetti, di Lauria Stefano Nicola, di Luna Lucia, di Mancinelli Giuseppe, di Mongino Pia, di Pedio Pignatari Anna, Santangelo Pignatari Lidia, Sciaraffia Maria, Zotta Donato, tutti insegnanti del periodo anni trenta.

E poi ancora gli alunni degli anni ’40, nel pieno della loro partecipazione ai fasti imperiali del Fascismo ed alla guerra, quelli del Guf, della prima linea coinvolti nel vortice immane della guerra. Ancora tornano a noi i nomi degli studenti di quegli anni, di Aldo Viola, di Mario Pergola, Irma Benvignati, Titty Bochicchio, Iole Peluso, Delia Suglia, Enrico Maria Ricciuti, Carla Martinelli, Anna Pignatari, Leonida Leone, Edoardo Trillo, Peppino Grezzi, Milly Angrisani, Stefano Iosa,Giandomenico Giagni, Amdeo Di Nuzzo, Giovanni Russo.

A giugno del 1943 si ottenne la maturità senza l’assillo degli esami. Erano già passati i tedeschi con i mezzi corazzati della divisione “panzer”. Nella villa di Piazza XVIII Agosto trascorrevano i giovani liceali tra attese, giochi al trix sulle panchine di pietra e tentati appuntamenti con domestiche. Gli studenti del “Flacco” avevano esaurito la foga e la baldoria degli anni ruggenti … e, prima di entrare nelle aule per le lezioni toccavano, per scaramanzia i baffi di Umberto I, il busto di bronzo a guardia della scuola. Sulla soglia, per le entrate e le uscite, il noto bidello Marino controllava gli orari, Tonino e Michele Mattia, Lello Marchesiello, Luigi Bonifacio, Michelino Bozza, Tonino Rotunno ed altri avevano già alcuni professori che anche noi avremmo poi conosciuti dal preside Lauria, al professor Calvello, di matematica e fisica, a Lichinchi, di greco e latino, a Cameriero e Lazzario, di lettere.

È qui che si coagula tutta la vicenda di noi e del nostro liceo Quinto Orazio Flacco.  In una sollecita ed intima ammissione, in un bilancio di quanto si è fatto, di ciò che non si è riusciti a fare, vi è certo la inconfessabile indulgenza verso se stessi e verso i professori e la società, di generazioni che avevano i loro programmi di studio, di affrontare ancora una ulteriore fatica, una più severa disciplina, l’abnegazione e spesso il sacrificio.

Vi furono tutti quelli che sostennero il grave fardello del dopoguerra, ai quali gli anni ’50 contribuirono a dare il senso della ricostruzione e della rinascita.

Il fascino di Afrodite, gli amori di Zeus e l’orrore delle Gorgoni, le tre sorelle alate anguicrinite ed il greco e il latino, zoccolo duro della cultura, il cristianesimo che si rifà alla storia della filosofia con i presocratici, i sofisti, Platone, Aristotile, con la Scolastica e la Patristica e la concezione della psiche umana che trova i suoi modelli nella leggenda greca: Edipo, Elettra, le Baccanti, davano ragione ai nostri insegnanti di insistere sui classici, di crearci incontri interessanti con i grandi spiriti dell’antichità.

Ci affascinava quella continua, sterminata, ingannatrice crudeltà di dei e uomini, infedeli, stupratori, assassini che erano eroi e divinità, protagonisti del Mito.

Plutone con Proserpina, Giove con Pasiphae. Eppure inconsciamente, studiando le vicende, avevamo ben capito come anche quella fosse una favola. Ma se rileggiamo “All’amica risanata” e “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”, “A Zante” ed i “Sepolcri”, ci accorgiamo che vi è tutto un tripudio di ègide e di Elicone, fra “scalpelli achei” e “candidi coturni”, facile bisso e ambrosia e nettare, Artemidi ed archi cidonii, Arcadie e Parnasi …

E così il nostro viaggio, nel sogno iniziato al liceo, continua e non si spegne, senza morire.

Ma in quegli anni ’50, nel chiuso delle aule dai banchi vecchi e corrosi, ove l’odore e la luce dell’incipiente estate ci distraeva dalle lezioni, e la presenza delle compagne più belle ci avvinceva, in quegli anni si completava la nostra formazione.

Il biondo Tramice, il saggio Franculli, il latinista Tramutoli, la professoressa Falciola, i professori Caricasole, Tomasillo, Mazzarella, Caruso, Calvello, il preside Lauria, che con le lenti sul naso ci veniva a leggere gli esiti degli scrutini commiserandoci per quelli più scarsi e tanti altri, come la Dora Naglia, e la signora Abruzzese, la Capoluongo, la Nigro, il prof. Marinaro, don Errichetti e don Michele Rotunno, hanno riempito le nostre impazienti aspettative di liberazione, inconsapevoli di quanto, ancora più difficile, ci aspettava, più gravoso del timore di venire chiamati a conferire. Il tutto meno spensierato e meno esilarante di un bacio, finalmente strappato, alla ritrosa compagna del primo banco.

pS, CHI SI RITROVA IN QUESTO RICORDO DI SCUOLA PUO’ COMMENTARE O INSERIRE FOTOGRAFIE (TALENTI LUCANI)

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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