AL PARCO

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(una storia riletta, rivista, riproposta)

di GERARDO ACIERNO 

Giulio Cardillo vagabondava quotidianamente nel paese. Dai muretti, dai davanzali e sulle soglie dei portoni, interi assortimenti di gatti e qualche cane solitario lo guardavano camminare. Strisce di sole si disegnavano sui muri ammuffiti di case sfitte. Di tanto in tanto Giulio si affacciava al Circolo Anziani, per un saluto, per una pacca sulle spalle da dare e da ricevere, per un sorriso che i soci mai gli negavano. Gli piaceva consumare spiccioli di giornata con chi gli ripeteva sorridendo: “continua a volare come un cardellino, amico mio!” Ex-operaio di un’azienda chimica fallita, Giulio aveva sempre cercato di industriarsi, di darsi da fare. Non gli era andata granché bene. Da ragazzo andò a lavorare come magazziniere in una farmacia della città. Provava un piacere particolare nel sistemare le confezioni multidimensionali di antipiretici e cerotti, anticoagulanti e farmaci salvavita in modo disordinato, un disordine regolato – diceva lui – una disarmonia anche bella da vedere che però non piacque al dottore-proprietario il quale, dopo due settimane, lo licenziò. Combinò disastri anche in fabbrica e quando anche lì lo licenziarono finì ad ingrossare le file dei tanti cassaintegrati che come lui giravano per le strade del paese. Una sera incappò in una incredibile disavventura. Senza rendersene conto si ritrovò con i pantaloni completamente bagnati. Se l’era fatta addosso. La cosa, naturalmente sgradevole, lo gettò nel più totale sconforto. Piegato in avanti, la testa tra le mani, lo sguardo annebbiato, da una panchina del parco si mise ad inseguire le ombre della notte. Aveva bevuto come una spugna per tutto il pomeriggio: birra, vino, grappa e quant’altro. Tra calici di rosso e nuvole di canna aveva aspramente discusso, battibeccato e addirittura sfiorato la rissa con Remo, suo compagno di scuola alle elementari diventato ultimamente suo sodale di miserie. La vita di entrambi era piena di niente: niente lavoro, famiglia dissolta, solitudine, emarginazione, umiliazioni. Per ore i due compagni, appartati e distanti dal resto della combriccola, avevano straparlato di destino, di passato, del loro tumultuoso presente, delle stramberie giovanili consumate senza né capo né coda, della scelta di evadere dalle cose comuni, della loro incapacità di rifarsi un’esistenza dopo aver perduto lavoro e sentimenti. Avevano rosicchiato culi di caciocavallo, patate fritte, tarallucci e continuato a bere, rintuzzandosi come fanno i barboni per appropriarsi di una cicca ancora accesa o come due senzatetto intristiti dal gelo, avvinghiati ad un unico cartone utile per passare la notte. Avevano infine completato la giornata visitando la bettola di Pinuccio ‘bellagamba’, dove gentaglia avvinazzata giocava alla morra e da dove erano stati sbattuti fuori appena finiti i pochi spiccioli a disposizione. Cotto a dovere, Giulio si ritrovò sulla panchina rossa voluta da un pugno di donne come simbolo contro il femminicidio e che mani fascio-nostalgiche avevano profanato con la scritta “W.M.” Remo era sparito. “Fa sempre così quell’ imbecille – pensò Giulio – mai che dica un ciao quando va’ via, una buona notte, un grugnito, cazzo! Mai!” I lampioni del corso davano una luce incerta a quella sua virgola di parco. Le case ondeggiavano dentro la brezza sollevatasi alle spalle dei platani malamente incolonnati sulla via maestra; il chiosco delle bibite aveva le saracinesche tirate giù e le stelle sembravano essere sparite per incanto. Di tornare a casa non se ne parlava. Del resto nessuno c’era ad aspettarlo. Forse il solito gatto spelacchiato e senza coda assopito sulla soglia del portone, sicuramente il letto disfatto e il contatore della luce staccato. Ancora con il cavallo dei pantaloni zuppo e la sbornia che tardava a smaltirsi, Giulio iniziò a vaneggiare: intravide ombre somiglianti alle sagome dei suoi genitori chini al focolare; sentì lontanamente squadre di ragazzi guerreggiare nel pietrisco di un cortile; zoccoli di muli rumorosi sul selciato e lo sciabordio di un mare svogliato. Non ci provò nemmeno a contare i quarti d’ora battuti pigri dall’ orologio della torre. Per un attimo si sentì una nullità destinata ad approdare verso il nulla. Poi, curiosamente, si domandò: “Perché amo il disordine?” Frastornato, Giulio fissò lo sguardo sui platani apprezzandone l’imperfetto loro allineamento. Vestivano, certo, tutti la stessa divisa verde con la scorza giallognola fatta di macchie e bruciature ma il battaglione di piante lo attirò soprattutto per la sua imperfezione, per la sua disarmonia. Pur se maestosi i platani gli sembrarono giganti in pena, ripiegati, feriti. Le loro chiome, non così tondeggianti come da sempre vengono descritte, gli fecero venire in mente ‘le messe in piega’ di certe signore acconciate alla meglio dalle parrucchiere del posto. Continuò per tutta la notte a sgranare rosari di parole che richiamavano la disarmonia: contrasto, disaccordo, discordanza, dissonanza. Fu una notte alimentata sì da serpeggiante malinconia ma per certi versi anche liberatoria, leggera, fino a quando non cedette di schianto al sonno. All’alba un merlo nero nero si posò sulla sua spalla svegliandolo. Cercava le solite briciole di brioche seminate dal netturbino mattiniero. Trovò Giulio. Deluso, il pennuto esploratore si levò in volo e a becco vuoto raggiunse i rami del platano più distante dall’infinito fetore di quell’uomo sbracato su quella panchina. Prima di riaddormentarsi Giulio pensò che la visita del merlo, misteriosa e significativa, sarebbe stata la prima cosa da riferire a quell’imbecille di Remo appena fosse arrivato e sistemato sulla panchina in fondo al sentiero, in attesa di rispondere ad un suo cenno o alla sua amichevole chiamata. Ne avrebbero senz’altro parlato. Eccome che ne avrebbero parlato. Si girò sull’altro lato e si appapagnò.

 

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