AL TEATRINO DELLE MASCHERE

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LUCIO TUFANO

 

C’è stato anche il teatrino delle marionette con i pizzaculi che a frotte fanno ressa davanti al portone, in cui un baracchino si sta allestendo per vedere i preparativi che vengono armeggiati. Si odono picchi di martello alternarsi, stridori di sega, brontoli di una voce arrochita.

Se qualcuno dei ragazzini, ardito e impertinente, osa ficcare la testa tra i battenti del portone socchiuso, o spinge indietro la porta scostata dallo stipite, un urlo o una parolaccia dal di dentro lo fa scappare via. Ed è uno sbandarsi di qua e di là di tutta quella frotta di pizzaculi curiosi e audaci, appena il padrone appare sulla soglia, in maniche di camicia, coi capelli grigi arruffati, e i calzoni malamente stretti ai fianchi da una larga cinghia di cuoio e con la pipa di legno di radica, tra i denti, come a bruciargli gli ispidi baffi e i peli della barba che gli si arricciano e arruffano. Mast’Rocco, si pianta a gambe larghe su la soglia, fumando con avide boccate e dense spirali di fumo. Chi mi viene ad aiutare avrà il suo ingresso gratis per lo spettacolo. È lì che Sarakè, preso dalla curiosità, si offre subito e si mette a disposizione del burattinaio che individua subito in lui le caratteristiche teatrali di una maschera nuova.

È così che Sarakè non sosta più fuori a spiare ficcando la testa tra i battenti del portone socchiuso. Va e viene affaccendato, perché il padrone ha continuamente bisogno di qualche servizio e bisogno: “d’una sbarra di legno, di fogli di cartone e carta colorata, di una boccia di petrolio, di un po’ di minio, d’un metro di nastro rosso, d’una matassa di spago, d’una busta di tabacco per la pipa; e di un aiuto nel rizzare in fondo al magazzino il palcoscenico.

Le maschere sono già tutte appese a un filo di ferro e servono allo spettacolo. Farai tu da Arlecchino, o da Pulcinella?, chiedono i pizzaculi. No! Io sono Sarachella, e non ho bisogno del filo di ferro perché non sono un burattino, bensì una maschera d’ambiente.

Quando il burattinaio sbaracca il suo teatro tutti sono tristi nell’addio, e Sarakè non si dà pace per aver perduto i suoi buffi amici, e per aver fatto ridere tutti con le sue capriole e le smorfie che solo lui è capace di fare.

Ma prima di andarsene con il suo trabiccolone, Mast’Rocco chiama Sarakè per salutarlo. Ho pensato – gli dice – di farti conoscere i miei collaboratori perché tu possa un giorno diventare una famosa maschera.

Queste maschere – continua Mast’Rocco – presero il posto di quella bizzarra compagnia che, presso le corti, ove il privilegio era consueto e oltraggioso, era dei giullari, avvolti in sete sgargianti, arguti, temibili, capaci di fare sarcasmo contro i potenti e nelle piazze, in vesti anche lacere e fantastiche, con le facce intrise di biacca e nero-fumo e arringando il popolo contro i regimi oppressivi. Poi l’Italia ebbe i commedianti, audaci e briosi, che sostavano nei baracconi delle fiere, offrendo i loro repertori e trascinando le folle nella risata.

Così Mast’Rocco presenta le mascherine del suo piccolo teatro: questo, gozzuto e basso, è Gioppino di Bergamo, questi sono Presuttein e Fasulein, quest’altro è Fracanapa, faccia tonda e plebeo veneto come Stenterello, con la faccia striminzita. Poi vi è Arlecchino, un servo zotico, ghiottone e pauroso, furbo e ignorante, facile alla disperazione. Ecco Brighella, intrigante e pettegolo, smargiasso con i deboli e fifone con i forti; questo è Pantalone, padre, sposo, vedovo e celibe, avaro e prodigo, ridicolo e geloso.

Il padrone infine presenta Colombina, deliziosa camerierina, vispa, ciarliera … che sorride al Sarakè e ai suoi compagni. Per ultimo ecco Pulcinella. Chi non lo conosce? – afferma mast’Rocco – pantaloni bianchi, camicia ampia e stretta alla vita con uno spago, mezza faccia nera con nasone adunco, occhi grifagni, voce stridula, mazzariello in mano.

Allegro, ciarliero, sentimentale, indolente ed incosciente, vanitoso e pusillanime, sciocco, estroso e generoso. A proposito di Pulcinella, mast’Rocco, parla della sua ingordigia per i maccheroni, e rivolgendosi al Sarakè, gli fa anche capire come quella maschera sia molto nota, perchè meridionale, più vicina al Sarakè, per via del nome. Infatti Pulcinella è come Sarachella, con la stessa finale e la stessa fame.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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