Perché altrove sì e in Italia no? Questa è la domanda che tormenta la sinistra: come fare a riprodurre nel Belpaese i risultati e le esperienze vincenti di Jeremy Corbyn, Jean-Luc Melenchon, ma anche Pablo Iglesias, Alexis Tsipras e perfino Bernie Sanders.
Tanti sono gli ostacoli che si frappongono tra il pulviscolo odierno e l’unità vincente che tutti sognano. E per risolverne ciascuno esistono soluzioni diverse. Il che significa che la lotta, oramai, non è più sul cosa ma sul come, e che i partitini sono impantanati in una battaglia più tattica che strategica. E purtroppo anche sul chi.
Tutti i rossi concordano sul fatto che se la sinistra torna a ruggire nel resto d’Europa è perché abbandona la terza via e ritorna al socialismo. Non al socialismo reale di Lenin e Stalin, ma alla grande stagione socialdemocratica che ha alimentato il Vecchio Continente negli anni Sessanta e Settanta. C’è chi dice che bisogna andare oltre, o che bisogna fermarsi prima, o cercare ricette simili ma nuove. La sostanza però è una sola: «la sinistra deve ricominciare a fare la sinistra».
Ci si chiede: com’è possibile che gli Stati Uniti, il Paese più anticomunista del panorama occidentale, accolgano e premiano un vecchietto, ebreo, forse ateo, che si proclama apertamente «socialista democratico»? (Che, attenzione, è cosa ben diversa da socialdemocratico, e al tempo stesso molto simile). La risposta – su cui tutti concordano – è che le soluzioni di Sanders sono idee ragionevoli, proposte verosimili e lotte per cui vale la pena impegnarsi. «Un futuro in cui credere» era il suo slogan: la sinistra deve tornare a offrire una prospettiva, un progetto per gli anni e le generazioni a venire.
Proprio la mancanza di un progetto ha sgonfiato e fiaccato i partiti socialisti europei, portandoli o alla confusione interna (è il caso del PD italiano, del PSOE spagnolo, della SPD tedesca), o a un brusco riposizionamento a sinistra (come il Labour britannico, con Corbyn di nuovo socialista, e il PS portoghese), o alla pasokizzazione (neologismo che significa verticale perdita di consensi: il caso del PASOK greco, ma anche del PS francese e dei socialisti olandesi).
In Italia, tutti i leader della sinistra sembrano concordare sulla seguente analisi. Siccome ci sono fasce della popolazione che credono in idee più o meno socialiste (nella giustizia sociale anziché nella libertà, per intenderci, non nella dittatura del proletariato), occorre dar loro voce. Per farlo, due sono i concorrenti: il PD, che si proclama erede senza esserlo di partiti socialisti, e il M5s, che canalizza il voto di protesta dei democratici delusi, senza però proporre un progetto adeguato – per gli standard dei dirigenti della sinistra radicale. Al tempo stesso, non è da escludere di dialogare con PD o M5s…
Cosa si vuole costruire allora? L’idea è creare un quarto polo: cioè inventarsi un partito unico della sinistra molto forte, che ripeschi nel bacino ex DS ma con proposte nuove. I modelli sono Podemos di Iglesias (una struttura flessibile, movimentista, ma incisiva e democratica), France Insoumise di Melenchon (lotta diffusa e partecipata) e Syriza di Tsipras (fusione di tutti i partitini rossi esistenti). L’obiettivo è nascere con la doppia cifra – si parla di percentuali attorno al 12% – per crescere da lì.
Ma raggiungere la lista unica è una strada impervia (ne avevamo già parlato). E se trovare un simbolo comune per un’elezione è una sfida ardua, il cammino per il partito unico si perde all’orizzonte. Un gravissimo errore strategico, visto che tutte le esperienze citate si sono sviluppate in una cassa di risonanza aperta, plurale certamente, ma unica (France Insoumise, Podemos, Syriza, e le correnti Our Revolution e Momentum all’interno dei più variegati PD americano e Labour).
Costruire la casa unica è difficile anche perché bisogna trovare un nome da mettere sul campanello. Chi farà il leader/segretario/candidato premier? MDP corteggia Pisapia perché conta di riuscire a costringere in qualche modo l’ala sinistra a «digerirlo», e sfruttare l’ex Sindaco di Milano per agganciare l’ala ragionevole del PD e metter su un’alleanza capace di vincere le elezioni. Ma la lotta coinvolge anche altri.
Al di là dei giochi tattici di cui abbiamo già parlato, il vero problema della ricerca del leader della sinistra è un altro. Corbyn, Sanders, Melenchon, Iglesias e Tsipras sono esponenti di partiti plurali, portatori di una propria posizione autonoma e forte che ha ricevuto la legittimazione della base e convive con le altre anime del partito grazie alla forza del compromesso e del progetto comune. Le sinistre faticano a trovare una personalità perché ogni capo-corrente o segretario di partitino è il latore di una linea intransigente, modellata su una specifica visione del mondo che non vuole scendere a patti con le altre.
L’ultimatum delle 35 ore di Fratoianni rende l’idea molto bene. Le sinistre si stanno azzannando perché non hanno intenzione di cedere sulle proposte, sulle bandierine e sugli orizzonti: vedono il dialogo come una lotta e non come un confronto. Fratoianni parla delle 35 ore, Civati della tampon tax, Articolo 1 dei voucher. Manca una visione d’insieme sul breve termine, che è proprio il progetto che deve impersonare il leader: capace di interpretare la realtà che lo circonda, portatore di un’utopia di mondo che non pretende di imporre agli altri, abile a raccogliere le idee altrui sia per il progetto di tutti sia per gratificare i compagni di partito della corrente avversa. (Lo stesso Renzi non ha impersonato queste qualità, il che ha condotto alla scissione di MDP: ma anche Fratoianni per SI e Civati in Possibile hanno subito la rivolta di correnti di partito).
Come dice José Mujica (Presidente uruguayano che le sinistre italiane idolatrano), non ci si può mettere d’accordo sulle utopie, bisogna cercare programmi minimi pur di fare pezzi di strada assieme. Senza sfuggire il confronto. Ragione per la quale Jeremy Corbyn è segretario del Labour e riesce a pettinare i blairiani, e Pablo Iglesias, gramsciano di ferro, vince il suo congresso contro Iñigo Errejon, sostenitore della linea morbida col PSOE (ma grandissimo amico di Iglesias). L’amicizia dovrebbe essere la virtù politica della sinistra in un momento difficile come quello odierno: perché amicizia è capacità di stimarsi, di rispettarsi, di collaborare ed emozionarsi assieme nelle avversità più grandi, e nonostante le differenze profonde. Prima la sinistra lo capirà, prima si potrà costruire davvero questo quarto polo.
