AMICIZIA

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Il racconto della domenica
di GERARDO ACIERNO
Era la fine dell’estate quando Paolo telefonò a Carlo: “Facciamo un salto a Salerno per andare a trovare Rocco? Questa volta sta davvero male. Il loro comune amico era ospite a pagamento di una casa di riposo gestita da suore filippine e brasiliane. Si era sistemato là dopo il brutto infarto patito nella primavera di quell’anno. Da molto tempo i tre uomini vivevano in posti diversi. Si sentivano di rado e si vedevano ancora meno ma a Torretta, evocando nomignoli briganteschi, ancora venivano bonariamente ricordati come ‘Cricch, Crocco e Ninco Nanco’: ribelli, furbacchioni e poco affidabili. Nessuno dei tre se l’era mai presa a male. Rocco, il più grande, aveva avuto un declino precipitoso, non era più lucido come una volta. Quando si riprendeva, non faceva che parlare di musica e di malattie. “Questo fatto – puntualizzò Paolo, quel giorno – mi sconvolge, mi sbatte in preda all’angoscia. Ogni volta torno a casa e mi rimetto a bere per una settimana di seguito. E così non va bene. La cosa non mi piace.” I tre amici erano nati in questo paese della montagna lucana a distanza di due anni l’uno dall’altro: Rocco nel 1944, Paolo nel ’46 e Carlo nel ’48. Erano venuti al  mondo, curiosamente, in giorni poi passati alla storia: Rocco, il sei giugno, giorno dello sbarco in Normandia delle truppe alleate durante la Seconda Guerra mondiale; Paolo, il due di giugno, la giornata del Referendum istituzionale e della vittoria della Repubblica qui in Italia; Carlo (per non essere da meno) nella notte tra il diciotto e il diciannove, i due giorni di aprile di quel quarantotto segnati dallo strabiliante successo elettorale della Democrazia Cristiana. Ci avevano sempre ricamato su queste loro coincidenti natalità storico-politiche. A volte avevano gareggiato con passione, la stessa che mettevano per il tifo calcistico, esaltando l’importanza del proprio giorno di nascita – “vuoi mettere!” – nei confronti degli altri due. La loro turbolenta adolescenza li aveva visti protagonisti di giornate dal sapore dolce-amaro. Non avendo né voglia né mezzi economici per andare in vacanza al mare o da qualche altra parte, consumavano il loro tempo visitando botteghe artigiane e taverne affollate da mulattieri sempre arrabbiati. Ascoltavano i racconti di un mondo, quello dei paesi lucani degli anni Sessanta, ostinato a sopravvivere e senza grande voglia di cambiare. Il calzolaio sciorinava volgari filastrocche; il sarto elencava, indorandole, minute storielle di politica paesana; e nel forno, padroneggiato dalle donne, i tre amici andavano ad origliare ambigue e stuzzicanti confessioni femminili. Tra un tarallo appena sfornato, una bestemmia sfuggita per un niente e un pezzo di focaccia farcita con alici e cipolla, i tre compagni aspettavano la sera e poi la notte, quasi sempre arricchite entrambe da ‘suoni, canti e belle figliole affacciate a finestre e balconi’. Di giorno si aggiravano, poi, tra le bancarelle del mercatino settimanale imitando le voci dei venditori: il pescivendolo circondato da barili di aringhe sotto sale e vaschette di baccalà spugnato; la campagnola con le uova fresche e l’insalata riccia; il venditore di giacche militari e pantaloni di velluto che se ne stava seduto su una sedia con la spalliera di stoffa e la scritta ‘regista’. E ancora: partite infinite nel campo di calcio tra le rappresentanze dei quartieri paesani. E sfide altrettanto lunghe al calcio balilla e al flipper da poco approdato e accolto tra gli applausi nel bar della piazza più importante di Torretta. La meta preferita di queste loro plebee scorribande era diventata, comunque, l’osteria di Toruccio, una sorta di capanna pietrificata un paio di chilometri fuori paese. Si arrivava lungo un rettifilo leggermente in discesa. Le sterpaglie delle siepi si sporgevano sull’asfalto di solito bianco per la polvere che si sollevava dalle cave di sabbia poco distanti. Prima di un dosso e prima di una lunga serie di curve sulla strada provinciale c’erano le sbarre del passaggio a livello e c’era il casello della ferrovia abitato da Giovanni il casellante con la sua famiglia. E c’era l’osteria. Non c’era nient’altro. Si andava a piedi la domenica pomeriggio. A quell’ora passavano poche automobili. Nessun treno né littorine. Di tanto in tanto si sentiva il trillo del campanello di qualche bicicletta. In quel ritrovo i tre amici ormai  diciottenni divoravano enormi panini col prosciutto della casa e istigati da qualche bicchiere di troppo attaccavano bottone sulla politica e sullo sport un po’ con tutti. Da Toruccio facevano capo studenti, apprendisti, bottegai e contadini che di domenica venivano a riposarsi, a bere quarti di vino, assorti come sempre nei pensieri e nelle preoccupazioni per il domani. Tra i ragazzi c’era chi sognava di diventare avvocato o medico e chi di aprire un salone di bellezza, una pizzeria oppure una pasticceria a Potenza. E c’era sempre qualcuno che a tarda ora voleva cantare qualcosa. Se non si giocava a carte (il loro gioco preferito era la stoppa) si affrontavano lunghe e appassionate discussioni con questa gente. I tre amici si muovevano come una squadra. Si difendevano a vicenda, attaccavano insieme. Usavano frasi a effetto, sentenze altrui lette o ritrovate qua e là su libri e giornali, citavano scrittori, storici e giornalisti che andavano per la maggiore. Erano giovani, forse cresciuti troppo in fretta, si sentivano nuovi. Si ribellavano, o quantomeno tentavano di farlo, alle vite vissute da chi stava intorno a loro o di chi era venuto prima. In quelle interminabili serate, tra sproloqui di ogni genere e melodie nostalgiche un po’ melense, consumavano del tutto sia i pochi spiccioli sia la pazienza dell’oste. Giocavano con il calendario della vita e con la sabbia delle loro clessidre che, silenziosa e invisibile, si sgranellava nelle ampolle dei loro giorni. Ignari che alla lunga il sistema, come di continuo avvertivano i genitori, avrebbe vinto e, per certi versi, loro si sarebbero adagiati insieme ai sogni e agli inevitabili fallimenti. Dopo il liceo, nessuno dei tre s’iscrisse all’università. Cercarono, come si diceva in quegli anni, il ‘posto fisso ’ e lo trovarono in città: uno in Prefettura, un altro al Genio Civile, il terzo all’Aci. Da bravi impiegati di provincia uscivano di casa la mattina quasi contemporaneamente. Le loro sveglie suonavano alla stessa ora. Pendolari, all’inizio fecero compagnia sugli autobus a operai e donne di servizio. Poi, quando poterono permetterselo, ciascuno si mosse con la propria auto. Facevano benzina alla pompa di Caniuccio, vecchio ruffiano che ogni volta li informava delle ultime novità del posto, prendevano un caffè veloce e un cornetto caldo alla pasticceria di Peppino, fumavano una sigaretta e via in ufficio. Nessuno di loro mise su famiglia. Carlo visse accudito dalla sorella, Paolo seguito da una governante, Rocco continuò a svernare ora qui ora là, fino a quando, gioco forza, si dovette appartare in quella Rsa di Salerno. Frequentarono le stesse associazioni, gli stessi locali pubblici e, secondo le circostanze e le convenienze, le stesse combriccole politiche. Amavano la musica: Rocco ci provava con il violino, Carlo si dilettava con l’armonica e Paolo lasciava correre le sue dita sui tasti della fisarmonica. Alle quattro del pomeriggio erano già a un tavolino del Central-bar a cazzeggiare. Si comportavano come ‘le comari del quartiere’. Discorrendo  allegramente dividevano le persone in due categorie, due antiche, ottocentesche classi sociali: i galantuomini e i bracciali. I primi, quelli tutti azzimati, imbellettati, fumatori col bocchino di osso, indicati dai paesani con il dispregiativo nomignolo di ‘scarpe lucide’. Per la verità se ne contavano pochi di quelli, come dire, originali. In compenso molti erano i loro imitatori, ma tra i due campionari si notava eccome la differenza, la diversa postura, il diverso comportamento, gli atteggiamenti dissimili, insomma, brutte copie a cui Totò icasticamente avrebbe detto: ‘Signori si nasce!’. Le brutte copie quando andavano a votare ficcavano nell’occhiello della giacca il distintivo con la fiamma o quello con lo scudo crociato. Alternavano i due gingilli secondo i tempi e l’aria che tirava. E gonfiavano il petto. Nei giorni di festa precedevano di un passo la statua in processione o, di lato, poggiavano la mano inguantata sulla trave sostenuta dai portatori del Santo pronti a spillare denaro ai pendenti nastri azzurri già ricoperti dalle generose offerte dei fedeli. Negli altri giorni dell’anno, però, mai che li vedevi uscire da una chiesa dopo una messa o da una riunione parrocchiale. Distanti e altezzosi nella loro finta signorilità frequentavano poco gli altri paesani; in genere se ne stavano rinchiusi nelle loro dimore storiche, abitate solo in parte in quanto muri, stucchi e pareti cadevano a pezzi: nessuno di loro aveva risorse sufficienti per restaurare quei reperti archeologici appartenuti nel passato a seicenteschi fantasmi imparruccati. “E i bracciali?” domandava Rocco. Sempre fedeli agli stessi canoni. Si facevano notare dagli scarponi e dalle braghe di velluto, dalla coppola storta e dai cappotti a ruota. Parlavano solo e sempre della vigna a ‘Chiatamone’, del castagneto alla ‘Buffeta’ e ripetevano il solito, eterno lamento: “Pochi fagioli quest’anno – mentitori! – l’anno passato, invece, sì che è stata ‘na bella annata.” I tre compagni ironizzavano spesso sul fatto che questi ultimi, euforici e inconsapevoli esecutori di desideri altrui, ai comizi degli avversari politici, bardavano branchi di cani randagi con drappi rossi e carovane di barattoli vuoti e li sguinzagliavano giù per i vicoli in direzione del palco dove l’oratore avverso elencava numeri stratosferici e promesse che mai avrebbe mantenuto. Di tanto in tanto fomentavano una rivolta contro il sindaco di turno, anche se fosse stato uno di loro. L’auto di Paolo sfrecciava in direzione del mare salernitano. Carlo se ne stava sopra pensiero con lo sguardo altalenante tra le colline del Marmo in fuga alle sue spalle e le cime degli Alburni che annunciavano la pianura, quella tra Eboli e Battipaglia, la terra dei pomodori e della mozzarella di bufala, la terra dove il Cristo di Levi si era inopinatamente fermato. Indugiava nel triste pensiero che l’orizzonte suo e ovviamente anche quello dei suoi due amici tendesse a restringersi, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Certe sensazioni avanzavano e gli riempivano i vuoti creati  da un’esperienza obliqua, non lineare, contorta. La sua esistenza, diversamente da quella degli amici, non era stata un esempio di linearità. Rimuginando dentro di sé andava sempre più convincendosi di quanto queste sensazioni stessero contribuendo a spingerlo verso la solitudine. Negli ultimi tempi Carlo cercava conforto nel silenzio, si abbandonava nella tranquillità della montagna, apprezzava il gelido abbraccio dell’antica grotta del convento dei frati Cappuccini e s’incantava davanti al timoroso saltellare del merlo nel giardino di casa, la mattina presto, quando l’aria umida proveniente dal lago imperlava di rugiada il prato e le rose. In paese egli era stato sempre considerato un po’ filosofo e un po’ poeta. Infatti amava speculare, disquisire, armeggiare con i pensieri ma difficilmente giungeva a conclusioni condivise e soprattutto positive. Gli era sempre mancata quella che gli esperti chiamano socialità. A lui piaceva andare. Da piccolo era fuggito spesso da casa; amava andare oltre il giardino, scavalcare la recinzione, negare il limite e andare a cercare meraviglia altrove. Arruffato, si appoggiava a un bastone da cammino di quelli che si raccolgono sui sentieri di montagna e andava. Faceva tutto questo per inseguire l’incanto. In fondo si era sentito sempre un eterno ragazzo. Paolo, invece, aveva una mente pragmatica, concreta, realista. Gli era bastata, da agazzo, un’infarinatura di meccanica per progettare una sveglia e un piccolo proiettore di immagini in movimento. Il cinema fatto in casa – diceva ai suoi compagni di giochi. Ne radunava un bel po’nel cortile del municipio e da un parallelepipedo di zinco grande quanto una scatola di scarpe, forato, con incorporata una lampadina, proiettava sul muro le immagini di rozze, primitive diapositive costruite con vetrini e ritagli di eroi dei fumetti o dei personaggi del ‘Corriere dei Piccoli’. La sua vita, in seguito, era stata segnata da continui sovvertimenti, da scoperte e riscoperte, da buoni propositi sistematicamente dispersi dietro a progetti irrealizzabili o perché incomprensibili o perché anticipatori dei tempi e quindi fuori dalle comuni e umane possibilità. Rocco, dal suo verso, si era sempre definito una corrente d’aria, un colpo di vento, un flusso benefico fuoriuscito dall’otre di Eolo, il dio dei venti: aveva girato le pagine della vita muovendosi in continuazione, senza mai soffermarsi più di tanto nel gruppo o in affollate conversazioni. Pur facendo sempre ritorno in paese, per anni aveva alloggiato in appartamenti di proprietà di donne sole, a Potenza e nei paesi vicini. Uno scapolone incallito e viziosetto. Stava bene con gli altri fino a quando non lo prendeva ‘la rttetca’ (l’irrequietezza, l’impazienza). E quando questo accadeva, non restava dentro le cose più di un nano secondo. Si arrendeva alla quiete soltanto quando ascoltava musica e quando si proponeva con il suo impareggiabile violino. Ecco perché fu dura e scioccante per lui ritrovarsi avvolto nella coperta isotermica come una trota in cartoccio, accantonato in un corridoio il giorno  dell’infarto. Senza i suoi due compagni di vita. Senza un ritornello da accennare con loro, così per ingannare il destino. Solo, impacchettato e nudo, con gli occhi verso l’alto, verso le luci bianchissime di un ospedale sconosciuto, senza muovere un muscolo e scoprirsi a recitare preghiere, a colloquiare con l’Altissimo pur non avendolo mai fatto prima. Negli anni Settanta i tre amici si erano sistemati perbene. Le famiglie paesane con ragazze da maritare inseguivano la loro amicizia, porgevano il saluto e aspettavano con ansia un loro sorriso di risposta. Lavoro, stipendio, bei vestiti, l’automobile e l’abbonamento al Potenza Sport Club. Davvero un buon partito per le tante giovani maestre del borgo, fresche d’iscrizione al Magistero di Salerno. Fu allora che Carlo rubò la ragazza a Paolo. La visione di un film fu l’arma di quel delitto tra amici: ‘C’eravamo tanto amati’, di Ettore Scola. Cast fenomenale; musiche di Trovajoli; cine-teatro Due Torri di Potenza. Periodo natalizio, vetrine di via Pretoria ricchissime di offerte e regali; passeggiata e sfogliatella calda da Brucoli prima di entrare in sala. Rocco con la sigaretta incollata all’angolo della bocca, Carlo che gli siede accanto e Paolo con Dina, la studentessa universitaria conosciuta in ufficio alcune settimane prima. Stavano mano nella mano, i due, distanziati dagli altri e ogni tanto si baciavano. La ragazza si era presentata nell’ufficio di Paolo a chiedere informazioni utili per il padre, facoltoso costruttore. La sera stessa Paolo la contattò telefonicamente e la domenica successiva uscirono a passeggiare, osservati e invidiati, lungo il corso principale del vicino paese di lei. Due settimane dopo quella sera al cinema, Carlo chiamò Dina. Al telefono per un’ora di seguito parlò solo lui. Di bellezza, di meraviglia e di stupore; le raccontò delle comuni avventure e degli innocenti misfatti di loro tre; esaltò la sincerità di Paolo e la bontà di Rocco. Di sé parlò in negativo. Fece il pessimista, si fasciò la testa per le cose sbagliate che aveva fatto fino a quel momento. Farneticò com’era solito fare. Disse che aveva assolutamente bisogno di stare con una donna, di amare una donna, da lei farsi amare. Alla fine, alla sbigottita ragazza pronunciò una lapidaria dichiarazione d’amore: “È te che voglio!” E posò la cornetta del telefono senza darle il tempo di aggiungere una sola parola. Durò un discreto tempo la convivenza tra Dina e Carlo. Paolo naturalmente abbandonò la compagnia. Scelse un altro posto per vivere. Rocco navigò lungamente nei mari incerti di relazioni pericolose. Il paese, frattanto, cambiava faccia. Si popolava di gente arrivata da posti lontani. Nuovi negozi, nuove case, nuove strade, nuovi comportamenti. Un pomeriggio, Carlo e Dina, passeggiando, arrivarono fino ai boschi della Serrata. Lui pensava di dirle con dolcezza la sua decisione, anche se sapeva che per lei sarebbe stata uno shock. Sopra di loro, due poiane si  destreggiavano nel vento. I due camminavano un po’ distanti e lui era pallidissimo. Lei se ne accorse e glielo fece notare. “Devo dirti una cosa – disse Carlo – Mi dispiace. Credo che continuare fra noi, stare ancora insieme, sia una cosa che non funziona.” La guardò e sorrise. Un sorriso ebete. “Perché?” chiese Dina. “Ti renderei infelice come moglie – aggiunse lui – e ancor più se non ti sposassi.” “Mi devi fare qualche rilievo, qualche osservazione?” incalzò lei, mentre i due rapaci sopra di loro continuavano ad inseguirsi nel cielo senza più colore. Carlo raccolse un ramo da terra, lo spogliò delle poche foglie ancora vive e rispose con una certa solennità: “Nessuna. Soltanto comunicarti la mia incapacità di amare. Fortunatamente per Carlo durante il viaggio Paolo parlò soltanto una volta per dire: “Hai portato l’armonica?” Carlo annuì, continuando a guardare fuori dall’auto, intrappolata a Pontecagnano in una lunga fila a un semaforo d’emergenza. Raggiunsero il piazzale della clinica intorno a mezzogiorno. Chiesero informazioni a un vigilante. Salirono tre piani in ascensore e si trovarono di fronte a una porta di vetro, grigia, striata di qualcosa, chiusa. Suonarono a un campanello che non funzionava; picchiarono sui vetri, anche con una certa insistenza. Si affacciò una suora. Allargò le braccia e guardò in alto. Poi, come se li conoscesse da sempre, li abbracciò. Prima l’uno poi l’altro e subito rientrò richiudendo la vetrata. Carlo capì. Prese le scale per ridiscendere. Andò ad appartarsi in un angolo del piazzale. Imboccò l’armonica, gli occhi gonfi di lacrime, Paolo accostato a lui, e accennò una musica. La loro canzone, quella che era stata la colonna sonora della loro lunga amicizia: ‘Vivere’. Una canzone d’altri tempi. I tempi dei loro papà. Per questa ragione piaceva tanto a Rocco. Diceva sempre: “Suoniamola ancora, ragazzi, è davvero un bel canto di vita! La loro vita e la nostra!” 
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