L’ARCIVESCOVO MONS. ANSELMO FILIPPO PECCI

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VINCENZO PETROCELLI

vincenzo petrocelli

 

 

L’arcivescovo Mons. Anselmo Filippo Pecci

ANSELMO FILIPPO PECCI

L’arcivescovo Mons. Anselmo Filippo Pecci nasce a Tramutola (PZ) alla vigilia di Natale del 1868, fece il ginnasio a Marsiconuovo (PZ)  e poi il liceo nel seminario della Badia di Cava (SA), ove fu chiamato allo stato ecclesiastico.

Compiuto gli studi teologici, fu ordinato sacANSELMO FILIPPO PECCIerdote il 13 settembre 1891 ed inviato come vice parroco a Tramutola.

Dopo un po’ di tempo fu nominato cancelliere della curia della Badia di Cava.

Preso dal fascino della vita monastica, alla vigilia del natale del 1895, vestì l’abito di S. Benedetto, assumendo il nome del gran pensatore monastico S. Anselmo di Aosta.

Pronunziati i voti monastici, fu incaricato dell’insegnamento letterario nel ginnasio superiore della Badia.

Contemporaneamente era iscritto all’università di Napoli, dove nel luglio 1899 conseguì una laurea che fece epoca.

Quindi fu professore di latino e greco al liceo, prefetto degli studi, rettore del collegio, confessore del noviziato e organista brillante e fantasioso, secondo il gusto del tempo, ultimo vero organista dell’antico organo.

Il 22 gennaio 1903, fu nominato vescovo da papa Leone XIII (della nobile famiglia dei conti Pecci di Carpineto Romano). E, il 28 giugno, non aveva ancora compiuto il trentacinquesimo anno fu consacrato vescovo di Tricarico, nella Badia di Cava, per le mani di Mons. Benedetto Bonazzi arcivescovo di Benevento, che era stato da monaco e Abate, maestro venerato e padre amatissimo del neo vescovo. L’arcivescovo Pecci fu definito “vescovo leoniano” per vari motivi, tutti riconducibili ai criteri che Leone XIII aveva dato per la nomina dei vescovi: solida cultura teologica, biblica e umanistica, volta a rivalutare San Tommaso d’Aquino e il tomismo(1). Chiaro impianto pastorale, secondo i canoni tridentini, teso a dare unità all’attività pastorale e alla vita delle Chiese locali con lettere pastorali, sinodi locali, visite pastorali, catechesi e predicazioni. Coraggiosa presenza nella società, con un’azione culturale e caritativa pronta a portare soccorso ai lavoratori e alle famiglie che più avvertivano la necessità del cambiamento e maggiormente subivano le conseguenze dei turbamenti sociali. La vita armonica, su cui l’arcivescovo Pecci, ha modulato il suo ministero episcopale, rispecchia da un lato la sua identità benedettina, dall’altro la fedeltà ai papi che si sono succeduti durante il suo episcopato, sempre attento alla formazione e unità del popolo di Dio.

Nel 1906 fu nominato amministratore apostolico di Acerenza e Matera ed un anno dopo Pio X lo promuoveva arcivescovo di Acerenza e Matera dove entrava l’otto dicembre del 1907.

Durante il lungo episcopato, di quasi mezzo secolo (1903-1945), una multiforme attività fu svolta dall’arcivescovo.

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Restaura i locali del Seminario di Acerenza, nonché il tetto e la facciata della Cattedrale.

La riorganizzazione delle Diocesi alla cura continua per i seminari, dalle frequenti visite pastorali alla predicazione, alla diffusione del canto liturgico, alle opere di carità e d’assistenza sociale. Con la passione del dotto fa riordinare da persona competente l’importante Archivio della Curia acheruntina.

L’episcopato di Mons. Pecci fu ricco d’opere d’amore.

Durante gli anni della Grande Guerra si adoperò per l’assistenza alle famiglie dei soldati e dei caduti in guerra.

Per queste opere di bene il governo nazionale lo decorò con la Commenda della Corona d’Italia.

Spese gran parte, del suo tempo, ad organizzare asili per l’infanzia per un’adeguata educazione dei bambini.

Fu tra i promotori della fondazione di un moderno ospedale a Matera.

Sempre assetato d’armonia, la sua indole fattiva lo portò a realizzare a Matera l’opera più grande del suo episcopato la Casa della Carità per il ricovero dei vecchi poveri.

Chi lo conobbe ed ebbe modo di collaborare con lui, in progetti sociali, assaporò la sua forza irradiante che rappresentò la forza guida.

Fu sempre una sorgente di luce nuova e la fede che infiammava il suo cuore creava entusiasmo nelle persone che gli stavano vicino.

Dopo mezzo secolo d’attività, avvertì il bisogno di ritornare alla sua Badia, alla sua cella per dedicarsi al raccoglimento ed al colloquio con Maria.

Così, l’undici aprile 1945, ottenuto l’esonero dal Santo Padre, ritornò al suo Monastero.

Ritornò alle sue riflessioni, all’ascetismo, alla devozione per Maria, al pensiero che lei può invitare gli uomini a contrapporre la propaganda del bene a quella del male, contrapporre l’odio all’amore, amare Maria senza misura, perché questa è la sua volontà divina.

Sono queste le meditate riflessioni che faranno scaturire il volume “Il Sorriso della Madre”, finito di stampare con i tipi dell’Istituto Padano di Arti Grafiche in Rovigo il 24 giugno 1949.

In questo libro è espresso il valore religioso, morale e sociale della devozione a Maria.

Libro molto complicato. (Una copia è posseduta dalla famiglia De Rosa-Marinaro di Tramutola, che cortesemente mi ha permesso la consultazione e la lettura).

Nel mese di settembre del 1949, fu recapitata una lettera a Mons. Pecci da parte del “Centro Mariano Internazionale” datata 9 settembre 1949 Roma, di cui si riporta il testo:

Eccellenza Rev.ma,

Ritornando dalla Spagna, ove ho tenuto una conferenza all’università di Salamanca, ho trovato la sua pregiatissima lettera.

Mi è giunto graditissimo l’esemplare del suo lavoro “Il Sorriso della Madre”.

Stia tranquillo! Il suo è un buon lavoro che farà tanto del bene.

Godo nel pensare che una piccolissima parte dei frutti che produrrà indubbiamente il suo libro, venga a ricadere anche su di me che l’ho raccomandato per la stampa.

Gradisca, Eccellenza, i miei devoti filiali ossequi e mi benedica!

Dall’Ecc. Vostra

  1. Gabriele M. Moschini O.S.M.
  2. Gabriele era uno dei più competenti, del suo tempo, di studi Mariani, di tutto il mondo cattolico.

S.E. Mons. Montini, che poi fu papa Paolo VI, Sost. Segretario di Stato di sua Santità in quell’anno, inviò la seguente lettera a S.E. Mons. Pecci, che aveva fatto omaggio al Santo Padre ed allo stesso Mons. Montini, di un particolare esemplare, dell’ispirata opera: “Il Sorriso della Madre”.

Ecco il testo della lettera(2):

Segreteria di Stato di Sua Santità

N°211372

Eccellenza Reverentissima,

Con il nobile scopo di onorare Maria SS.ma e di farla sempre più conoscere, amare e venerare dai fedeli, Vostra Eccellenza Rev. ha voluto diligentemente curare un’utile pubblicazione dal titolo “Il Sorriso della Madre”.

Con delicato pensiero, poi, Ella ha desiderato farne devoto omaggio al Santo Padre.

L’Augusto Pontefice La ringrazia ed intende, a mio mezzo, rivolgerle una viva parola di plauso per il Suo fervido zelo e per la sua illuminata pietà, che contribuiscono ad aumentare sempre più nei fedeli stessi il culto verso la Vergine Santa.

Il Vicario di Cristo pertanto volentieri imparate a Vostra Eccellenza una particolare Benedizione Apostolica ad auspicio di nuovi copiosi favori.

Io pure Le esprimo i sentimenti della mia sincera riconoscenza per l’esemplare a me gentilmente destinato, e, chinato al bacio del S. Anello mi professo con sensi di devoto omaggio.

Dell’Eccellenza Vostra Rev.ma

devoto servitore

G.B. Montini Sost.

A queste lettere si aggiunsero altri espressivi consensi che ovviamente tralascio di trascrivere, per riportare una recensione sulla stessa opera, comparsa su “L’Osservatore Romano” il giorno 11 novembre del 1949.

(J.F.) Meditazioni Mariane che si raccomandano per una profonda penetrazione teologica e aprono orizzonti nuovi di vissuta attualità alla considerazione di temi tradizionali della pietà cattolica.

Assai originale l’investigazione del mistero di Maria Santissima attraverso le parole della Madre di Dio ed alla luce della loro intima analogia con la teologia dell’orazione domenicale e con i disegni di redenzione attuali nei santi sacramenti.

Il volume che non può essere se non frutto di meditata esperienza pastorale e di ispirata contemplazione grazie alla sua lingua bella e persuadente, non mancherà di essere un aiuto prezioso, tanto per la predicazione, quanto per la lettura spirituale.

Nello stesso anno, Mons. Pecci pubblicava un’altra opera a cura della Badia di Cava, di cui lo stesso recensore nel giornale “L’Osservatore Romano” scriveva:

(J.F.) Brevi istruzioni e riflessioni pie destinate a conservare alla pratica del Santo Rosario la sua genuina indole di preghiera meditativa e di sostegno di una vita efficacemente unita a Cristo per Maria Santissima.

L’opera ha il titolo di “La vita nostra nel S. Rosario”.

Con questi ultimi doni letterari, lasciava la sua eredità di una vita apostolica dedicata alla Venerazione della Vergine SS.ma e così il 14 febbraio del 1950 Mons. Pecci, lasciava la vita terrena.

Riporto integralmente dal Bollettino Diocesano il racconto del suo piissimo transito:

Fino al lunedì sera, 13 febbraio 1950, egli stette su per giù come ormai stava abitualmente: debole di corpo, ma alacre di mente e di spirito.

Quella sera venne alla comune orazione prima di cena, ma si ritirò in camera per prendere un frugalissimo ristoro, andò presto a letto, come faceva sempre da qualche tempo, se non ché all’una chiamò col campanello.

Accorse il padre infermiere e vide subito che si trattava di una improvvisa crisi di cuore.

Gli furono apprestati i rimedi del caso, ma lui subito insisté per avere i Sacramenti.

Fu avvisato il padre Abate.

La gioia del morente fu grande nel vedere il rappresentante di S. Benedetto.

Ben presto si raccolse nella angusta celletta una discreta parte della comunità.

Monsignore si confessò dal suo Ordinario Confessore; poi gli si portò il Santo Viatico, ma prima di riceverlo volle fare come vescovo la professione di fede e come monaco la rinnovazione dei voti.

Poi l’estrema unzione.

Lui sempre lucido di mente, accompagnava i Sacri Riti con la preghiera.

Fu allora che si ebbe uno spettacolo nuovo: qualcuno ricordò che Monsignore aveva sempre detto< quando sarò alla fine cantate intorno al mio letto la Salva Regina>.

Fu intonato il canto della bella antifona.

Il morente si riscosse, come attraversato dalla corrente elettrica, e prese ad unire lui pure, come poteva, al sua voce con segni di entusiasmo e di fervore, poi rimase riverso sul guanciale come assopito.

Il Padre Abate lo invitò a benedire Tramutola, le sue diocesi, la nostra diocesi ed il Monastero.

Abbozzò un segno di croce e mormorò qualche cosa; poi tacque ed i presenti cominciarono la recita delle litanie della Madonna.

Lui rimase come assorto.

Si chinarono su di lui: era spirato!

Il suo amore per la Madonna era grande quanto il suo cuore generoso.

Così la Madonna, gli concesse di spirare al canto soave della Salve Regina e di scendere nel sepolcro mentre risuonava, tra il pianto dei presenti, la dolce invocazione:

O Amabile Maria,

Mio gaudio e mio contento

Io voglio ogni momento

Il nome tuo chiamar.

Voglio portar quel nome

Cantando al ciel gradito

Nell’anima mia scolpito

Scolpito in mezzo al cor.

Matera capitale europea della cultura per il 2019, scelga la strada della sintonia, dell’inserimento e del lavoro della condivisione, facendo scaturire un protocollo d’intesa tra Diocesi, Comune di Matera e Tramutola e Comitato Matera 2019, per far meglio conoscere la figura di Mons. Anselmo Filippo Pecci.

 

(1) Il complesso delle dottrine filosofiche di San Tommaso d’Aquino e la corrente di pensiero cui ha dato luogo nel corso della storia.

(2) già pubblicata dal giornale parrocchiale “Fiamma Viva”.

 

Vincenzo Petrocelli

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