ANTONIO INFANTINO, IL CANTORE DELLA LUCANIA ANCESTRALE

0
Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Nel febbraio 2017 in  un’intervista a Eugenio Bennato gli feci questa domanda: “Il suo rapporto con la Basilicata è profondo, la cita in molte liriche, ha composto alla “terra di Basilicata” per l’eredità della Priora. E ci viene spesso. Da dove nasce questo amore?”. Il grande cantautore e compositore mi rispose: “ La piccola Basilicata è la terra del mistero, della magia, dei filtri d’amore che il podestà sconsigliava a Carlo Levi (non accettate vino dai contadini,  potrebbe esserci veleno), ma lo scrittore, confinato lì dove “Cristo si è fermato”, non prese in considerazione quel suggerimento, e fu, come me, completamente conquistato dal fascino di questa terra.  La Basilicata è la regione di Antonio Infantino, il più geniale artista etnico contemporaneo”. Antonio Infantino all’epoca era ancora vivo, era ancora tra noi, mi era capitato di rivederlo alla Notte Bianca del Libro di Potenza qualche anno prima. Poi ci ha lasciato il 30 gennaio 2018, una grave perdita, negli ultimi mesi ho risentito molto i suoi lavori. Eugenio Bennato, raffinato musicologo e uomo di cultura  non esagerava: Antonio Infantino è stato un genio, Antonio Infantino fu un vate della musica etnica, Antonio Infantino con i suoi ritmi e le sue musiche è ancor atra noi, immortale come solo l’arte può esserlo. A distanza di 4 anni dalla sua morte, ripropongo un mio vecchio  articolo scritto alla presentazione del documentario The fabulous trickster, regia di Luigi Cinque (2018), perché è ancora attuale,

Parlare di Antonio Infatino può essere semplice, basta un po’ di superficialità e parole “ritmate” al vento, parlarne affrontando la sua figura invece è difficilissimo. Si può cadere in una mitizzazione, nelle frasi fatte, nei cliché e sia discorrendo. Del resto è passato così poco tempo dalla sua scomparsa, questo documentario sulla sua vita artistica e umana, è stato preso alla provvista, diciamo con un po’ di forzatura non essendo un essere umano ma un’opera dell’essere umano. Antonio doveva esserci, il fato e la vita hanno destinato altro. Quindi ci siamo ritrovati ad assistere alla presentazione di un pregevole documentario, in un passato che è troppo recente, in un presente che forse già sente troppo il passato. Chi era Infantino, anche qui facile a scrivere, bastano i soliti luoghi comuni.

Ma facendo un passo indietro, un anno fa ricordo una mia intervista con Eugenio Bennato che mi dice che la Basilicata è una terra magica e che avete un genio musicale come Infantino. Faccio un salto nel tempo, con Antonio Facciamo un viaggio surreale, da Roma fino a Potenza io, lui proseguiva per Tricarico. Ci vedemmo alla stazione Termini, lui veniva da Firenze, io da New York. Ciao, ciao, chi sei, ti ricordi di me, ecc ecc. Io con un libro sui racconti di Licantropi, lui con i Manga giapponesi, con noi un gruppo di ragazzi di Pompei. Parliamo. Chiacchieriamo, ci divertiamo e annoiamo allo stesso tempo. Gli ricordo un episodio alcuni anni prima. Venne ad Avigliano con  Carmelina Iannielli, sentii dei suoni.. Era la forgia dei Claps, i “Vuciunzioia” il soprannome in aviglianese,  i maniscalchi per eccellenza di Avigliano. Lavoravano il ferro, come ogni maniscalco o fabbro o dir si voglia fa da secoli. Ritmo ternario? Binario? Alla cine Infantino ci crea un concerto qualche giorno dopo: nel cortile del collegio provinciale portano la pesantissima incudine, i mastri della forgia battono i loro martelli possenti, ferro su ferro, suono su suono e Infantino suona… Anche questa anzi forse questa è l’anima della Musica. La Lucana Film Commission diretta da Paride Leporace c’è, sempre attenta. Il documentario sul maestro Infantino c’è, la maestria di Luigi Cinque c’è , il regista e scrittore avvisa che anche nel montaggio c’è una scelta. Niente effetti speciali o stratosferici, racconta anche una parabola orientale, ve ne sono tante versioni, comunque l’essenza è la stessa. Il suonatore o che abbia un violino o un liuto, che sia un sufi o un figlio dell’Impero Celeste, suona una sola nota. Non è monotonia, ha ricercato e ora sa che quella è la “Nota”. Istrione, un termine che ha del nobile nell’arte, dal tempo di quando gli italiani girano l’Europa del Barocco, quel seicento molto più vivo e meno noioso di quel che s’immagini. Quando il comico- ovvero l’attore professionista – recitava, improvvisava, ballava, scriveva e cantava e suonava. Insomma come dice Cinque, istrionismo con sopraffina arte. Ora va di moda l’inglese, the fabulous Trickster, così è il lavoro del regista, siculo di origine, si considera uomo del Sud ma è uomo del mondo. Il favoloso burlone. Dove il personaggio centrale del racconto insieme allo stesso regista/musicista (in scena come sguardo viaggiatore ) e Monica, una giornalista, è Antonio Infantino.  Attraverso lui e la sua musica affiorano luci e ombre di una cultura tradizionale, antica, mediterranea, meridionale e del suo disadattamento rispetto alla società mercantile postmoderna. Antonio è stato negli anni settanta ottanta il “re della taranta” e nello stesso tempo uno dei personaggi più significativi – come diceva Fernanda Pivano – della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni: architetto, poeta, folk singer, regista, saggista. Un viaggio nel tempo e nello spazio alla  ricerca di una verità essenziale. Una tournè e un vorticare di personaggi. Musica trascinante. Tarantolati rotanti. E come per un’ “arca perduta” c’è una questione che intriga, interessa e coinvolge tutti i personaggi che incontriamo. Tutti sono interessati al fenomeno del Tarantismo, alla sua misteriosa origine ma anche al suo più conosciuto risvolto popolare o al suo sfruttamento commerciale, o, come in parte nel nostro caso, al di là di particolari specificamente musicali, più o meno di moda, al suo intimo cuore. Esso ha origini molto arcaiche. Affonda in una sapienza di cui abbiamo tracce nel VI secolo avanti Cristo in quella Metaponto di Pitagora e dei pitagorici che ancora oggi è una parte nobile della Lucania. A veder bene – ci dice Antonio – essa è un’anima precisa del Sud. Un mistero essenziale, dirà uno dei protagonisti, paragonandolo al retrogusto di un profumo prezioso. Un enigma. Già un enigma, al Don Bosco eravamo pochi ma quelli che l musica la seguono. Affianco a me alla presentazione del film avevo Walter De Stradis, si scherza, si gioca, si parla seriamente e lo intervisto. Mi chiede: « E che c’entro io». O qualcosa del genere. Beh parliamo di musica. De Stradis è giornalista, scrittore, autore e mille etichette varie ma di certo la musica la sente, la narra e la “percepisce”. Gli chiedo di Infantino, se esce un dialogo interessantissimo. Da riprendere. Ma la summa quella vera, quella di chi la musica la vive, può essere sintetizzata in pochi e significativi aggettivi. «Rivoluzionario, complesso, l’artista più straordinario che il mondo lucano ha partorito negli ultimi 50 anni». Per De Stradis, Infantino era un personaggio multiforme, quindi un personaggio che non si finisce mai di scoprire, infinito. Ma gli chiedo, però non si corre il pericolo della mitizzazione. « Sì, in Basilicata si corre il pericolo della mitizzazione postime o di circostanza. Bisogna agire con il cuore ma anche a mente fredda e comprendere cosa ci ha lasciato questo grande personaggio, del suo esempio, di suoi studi, della sua arte a 360 gradi come ben sai Leonardo. Le mitizzazioni non devono interessarci, neanche le primogeniture. La strada di Infantino deve durare» . Poi?  THE FABULOUS TRICKSTER, opera risultata fra le vincitrici dell’Avviso pubblico per la concessione di aiuti alle PMI operanti nel settore della produzione cinematografica della Lucana Film Commission.

E poi sempre sulla magia ritmica di Antonio Infantino mi capitò di scrivere, poco dopo la sua morte, anzi  come scrissi nell’aprile  2019   su uno straordinario film Lucania diretto da Gigi Roccati, nato grazie all’intuizione  di Joe Capalbo “Terra, Sangue, Magia, tre parole per i tre premi prestigiosi vinti a 52 WorldFest Houston International Film Festival. La Lucania raccontata dal regista  Gigi Roccati, in terra americana, nella patria del Cinema, vince ben tre Grand Jury Remi Award come miglior film straniero, migliore attrice ad Angela Fontana e miglior montaggio ad Annalisa Forgione. Magia del cinema Made in Basilicata ma anche un’alchimia di passione, professionalità, caparbietà da parte di Joe Capalbo a volere questo film. E magia ritmica è anche la colonna sonora, quella dal vivo del film è suonata dallo straordinario musicista Antonio Infantino, , recentemente scomparso, dopo aver regalato una indimenticabile sequenza nel cuore della storia, come il vecchio che restituisce la voce a Lucia. La colonna sonora originale vanta le composizioni del direttore d’orchestra Gabriele Bonolis insieme alla ballad iniziale, composta dal chitarrista inglese Cypress Grove, produttore del Jeffrey Lee Pierce Session Project. Alla colonna sonora del film ha partecipato anche Luigi Cinque con il suo repertorio etno-folk. Nel cast diretto da Roccati Joe Capalbo nella parte di Rocco  Angela Fontana è Lucia, Pippo Delbono nella parte di Carmine , Maia Morgenstern è Argenzia, con la partecipazione di Christo Jivkov  e  con la partecipazione straordinaria di Marco Leonardi . L’idea parte da Lontano, Lucania, Terra Sangue e Magi a nasce dalla volontà del produttore Giovanni Capalbo di raccontare un mondo antico nel contemporaneo della sua terra natia: la Lucania. La prima stesura della storia risale all’ottobre del 2014, da allora Fabrique Entertainment ha iniziato la ricerca delle risorse finanziarie, e, insieme al regista Gigi Roccati lo sviluppo del progetto artistico lavorando sul territorio lucano. Si sono aggregati al progetto la Lucana Film Commission, la Regione Basilicata, diversi comuni del Parco del Pollino, il Mibact e oltre alle risorse finanziarie investite dalla stessa società, si è unito al progetto Moliwood Films, portando la collaborazione con Rai Cinema e un investitore privato. La scelta dei luoghi e il casting sul territorio  lucano sono durati due anni, per  selezionare angoli suggestivi e particolari  e volti emblematici, ingredienti essenziali alla narrazione del film che racconta una terra ancestrale, intrisa di senso magico. Il film parla di una terra che muore e che può vivere, mettendo al centro il mondo contadino che lotta per sopravvivere”.

Condividi

Lascia un Commento