ANTONIO MASINI, UN GRANDE DELLA SCULTURA ITALIANA

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Commozione e cordoglio ha suscitato nella comunità lucana la morte di Antonio Masini, una delle figure più grandi della pittura e della scultura lucane. Insegnante d’arte, amico fraterno di Sinisgalli, ha ispirato le sue opere ai temi più vibranti della società contemporanea ed ha visto la Lucania nella sua dimensione di energia, a volte soffocata a volte vibrante, che pervade la società lucana con le sue attese, le sue ansie, le sue reazioni. Di grandissimo spessore le opere scultoree , dall’omaggio ai migranti lucani alla bellissima scultura di Balvano a ricordo del terremoto e a ringraziamento degli “angeli” accorsi da tutta Italia a dare una mano. Lo ricordiamo qui, associandoci al dolore della famiglia, con uno stupendo articolo di Salvatore Sebaste, fatto per la rivista Mondo Basilicata.

 

 

Antonio Masini nasce a Calvello (PZ) nel 1933, da padre coltivatore diretto e da madre casalinga e, ogni anno all’inizio della mietitura, la famiglia si trasferisce nella propria azienda, restando in campagna sino all’inizio dell’autunno. Così il piccolo Masini scorrazza nei prati, fissa nella mente quei colori affascinanti, osserva lo spettacolo meraviglioso della natura sempre mutevole. Essa, infatti, gli ha insegnato ogni elemento della vita che poi ha utilizza per le sue opere. A quattordici anni, rimane orfano di madre e il padre è costretto a ‘chiuderlo’ in collegio sradicandolo come una pianta dalla terra che lo aveva visto crescere.   Ma penso che, come tutte le piante che hanno radici fissate profondamente, anche in collegio Tonino con la sua immaginazione continua a correre nei prati, a cavalcare un vitellino sentendosi ora auriga ora lottatore di tori, oppure si sofferma a contemplare i cieli pieni di nuvole ‘fatte di fiato’”. Egli racconta, infatti, che un giorno d’alcuni anni fa trovò imbrigliato ad una siepe del suo giardino un palloncino attaccato ad un filo e ad una cartolina, proveniente dalla Baviera: era un messaggio affidato allo spazio da una ragazza tedesca che chiedeva, qualora trovata, la restituzione della cartolina avendo partecipato ad un concorso. L’artista Masini parlò di questa storia anche al Tg3 Basilicata e, se qualcuno ancora oggi mette in dubbio l’evento, continua ad insistere che tutto è realmente accaduto. Dopo aver compiuto gli studi classici, frequenta a Napoli lo Studio del Nudo di Domenico Spinosa che lo prepara alla maturità artistica. Il giovane Masini per vivere insegna Disegno nelle Scuole Medie prima e nelle Superiori dopo.  Nel 1960 inizia la sua attività artistica partecipando e vincendo il primo premio alla “Mostra Nazionale di Pittura nel primo Centenario della rivoluzione lucana”. Ed ecco che si sente stimolato e va alla ricerca di nuove forme espressive: legge molto le opere di Grazia Deledda, di Carlo Levi e tutta la letteratura che rappresenta il mondo contadino.

Masini si sente sempre di più figlio di Demetra e le opere di quegli anni sono ispirate al mondo agricolo pastorale, che l’aveva visto nascere e crescere felice. Esse evidenziano il risultato macroscopicamente negativo del mito dello sviluppo e del progresso che ha alimentato e giustificato sotto il mantello dello storicismo, creazione e distribuzione, produttività, efficientismo e consumismo illimitati. Ricordo di quegli anni “La violenza”, opera esposta in un noto albergo della città di Potenza, in cui l’artista si fa voce dell’intimo mondo spirituale dell’uomo, con le sue angosce nascoste e coi suoi trepidi sogni. Egli si ribella al processo di super industrializzazione e super urbanizzazione e fa esplodere sulla tela il mondo animale con inaudita violenza, denunciando quanto spietato sia nell’uomo il bestiale e il crudele. In questo periodo il vero nocciolo vitale dell’arte di Masini è il tentativo di recuperare la dimensione ludica dell’artistico e dell’estetico attraverso la dilatazione della funzione della pittura che diventa oggetto educativo: lo studio sociale della realtà e la ricerca segnica si presentano allora, come in tutta l’arte contemporanea, attanagliate dalla stessa contraddizione tra la responsabilità individuale e il peso schiacciante della moderna società di massa. Negli anni ‘70 conosce Leonardo Sinisgalli e sente più di prima la necessità di viaggiare, di visitare i maggiori musei d’arte antica e moderna non solo italiani ed espone anche in varie città estere. Ogni volta, però, che torna nel suo studio riconsidera il suo microcosmo, si confronta con il mondo che ha conosciuto e, pur restando legato alle sue radici, inizia a rifiutare una pittura in cui sono evidenti temi prettamente locali, ribellandosi definitivamente allo spirito scientifico e tecnico, all’industrialismo che andava sempre più affermandosi e che era una minaccia al buon vivere naturale, agricolo, fatto di sentimentalismi semplici e primitivi. Rinnovato, quindi, l’interesse per le forme primordiali, l’artista sposta l’attenzione dalla razionalità di un certo verismo all’emozione soggettiva fatta d’entusiasmo e d’ebbrezza, convinto che l’energia creativa risiede in questo stadio. Egli ora elabora lo spazio: suo scopo è quello di non fornire in pittura una copia della vita perché la cosa reale è uguale ad ogni riproduzione, ma quello di dare una traccia della realtà affinché il fruitore possa vederla da sé. L’artista, infatti, ha compreso l’importanza degli spazi vuoti nell’opera, perciò lascia fuori della tela alcune forme che sono più importanti di quelle inserite; è una reticenza che fa nascere curiosità, perché egli solleva il lembo del velo del reale per incitare a scoprire cosa c’è dietro. Le opere degli ultimi anni sono sempre ispirate al sociale: basti ricordare il polittico dedicato ai “fratelli Rosselli”: un’opera in cui l’artista ricorre a forme che si trovano in natura; e queste forme formate formanti sono apparentemente libere, ma possono trasformarsi. Masini scompone un tronco, una radice, una roccia, un corpo umano in forme geometriche, che diventano cilindri, parallelepipedi acciaccati o gonfiati come vecchi tubi metallici.  Nelle ultime opere l’universo figurativo è ambiguo, vischioso, asimmetrico e lo spunto coloristico prolifera continuamente in un’incoatività di forme possibili. In quest’offerta di possibilità, in questa richiesta di libertà fruitiva sta un’accettazione dell’indeterminato, un rifiuto alla casualità univoca, un richiamo al movimento delle forme come non definizione della posizione dell’uomo nel mondo. Sono certo che Masini ora sta cercando di scoprire anche la natura dell’universo attaccato ad un filo di cotone e ad un palloncino per approdare nella siepe della fantasia. Salvatore Sebaste

Notevole è la scultura che campeggia davanti alla sede del Consiglio regionale, dedicata ai lucani nel Mondo. Dice Simonetti  che “la scomparsa di Antonio rappresenta una grave perdita per il mondo dell’emigrazione. Le sue   opere segnano  il suo percorso artistico in diversi continenti ed in paricolare nei Paesi che hanno accolto gli oltre 700 migranti Lucani a partire dal 1870.

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 Si tratta di sculture e opere pittoriche che traccciano i percorsi di vita di persone che scelsero di partire per non soffrire la fame, avere un reddito e un lavoro per sostenere con le rimesse tante famiglie. Storie di sacrifici, di lontananza ma anche di integrazione nei Paesi di accoglienza. Come avviene oggi in tanta parte del mondo a percorso invertito. E  il coordinatore del cewntro di documentazione Lucani nel Mondo , luigi Scaglione, ricorda anche che la collaborazione di Masini con i Lucani nel Mondo intrapresa nel 1997 sulla spinta dell’allora Presidente della Commissione Rocco Curcio, ci ha permesso di avere le sue bellissime realizzazioni a Iquique (Cile) con la statua dedicata a Felicia Muscio, la donna emigrante di Oppido Lucano che ricorda la vicenda simile “Dagli Appennini alle Ande”, a Montreal (Canada) con “L’uomo nel vento”, a Sidney Five Docsk con il bronzo dedicata a “La Famiglia” replicato poi a San Fele il paese con il più alto numero di emigranti nel Mondo, a Buenos Aires con il busto dedicato a “Quinto Orazio Flacco”, il primo vero emigrante lucano, a Montevideo con la statua dedicata a “Rosita Melo” ed infine con la statua “Ai Lucani emigranti” insediata davanti alla sede del Consiglio regionale della Basilicata”. Il suo ricordo nella nostra riconoscenza.

 

Ricca e varia è la sua produzione scultorea nel primo decennio del 2000 con opere in bronzo e in acciaio in Italia e all’estero, tra cui:

  • il Monumento a la Mujer Emigrante (2001) una grande scultura in ferro a Iquique (Cile)[7]
  • I Cavalieri di Balvano (2002) [8], scultura in ferro policromo(400x200x350), a Balvano,
  • il Monumento aos Fundadores (2003), nella città di Olímpia (São Paulo) (Brasile), una scultura in acciaio commemorativa del centenario della fondazione della città,
  • la Porta del Gigante a Potenza, scultura in bronzo commemorativa della ricostruzione a seguito del terremoto del 1980.[9],
  • una scultura in bronzo a Sydney (2008) dedicata al tema dell’emigrazione e donata dalla Regione Basilicata alla comunità italiana in Australia[10]
  • numerose altre sculture esposte in musei tra cui il MUSMA di Matera [11]

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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