Fra pochi giorni la Regione entra nei cinquant’anni di vita. Per chi come me ne ha visto la nascita e conosciuto la giovinezza la constatazione più tenera è che è invecchiata male fino ad essere irriconoscibile. Ha perso la bellezza dell’idealità, la passione dell’avventura, il dinamismo del progetto. Si è imbruttita ed involgarita. Così com’è ridotta non credo che avrà un futuro. Non parlo ovviamente della sola Basilicata, parlo della Istituzione Regione in tutte le configurazioni geopolitiche. Di tutti i colori e di tutte le dimensioni. Dovunque erano nate per avvicinarsi ai cittadini, semplificarne e migliorarne la vita, programmarne lo sviluppo. Dovunque si sono trasformate in gestori della cassa, incapaci di delegare competenze alle Province e agli enti intermedi, interessati a controllare fino all’ultimo euro , a decidere dove e come collocare i soldi. L’egoismo, l’avidità, la voglia di tenere tutto sotto controllo li ha portati a perdere di vista l’interesse generale e a coltivare interessi particolari, di partito, di corrente, di appartenenze le più impensabili. E così facendo si sono fatte caste, con gli eccessi di privilegi che li hanno messi alla berlina davanti all’opinione pubblica italiana ed europea, con le mutandine verdi, i libri osè, sigarette e pranzi a base di champagne, scontrini raccolti qua e là. Cose che colpiscono per il messaggio di menefreghismo , di irresponsabilità, di senso di impunità che trasmettono e che inducono perfino i magistrati ad andarci pesante, perfino oltre il giusto, perfino oltre il lecito, quasi alla ricerca di una pena esemplare in linea con il sentimento pubblico. Ma non è da questo lato che si recupera il senso ed il ruolo di una Istituzione regionale. E’ dal lato legislativo che non riesce più a percepire il degrado di un Paese spezzettato in venti baronie, ognuna ripiegata alla gestione dei propri averi, e tutti incapaci di fare fronte comune rispetto alla necessità di crescita collettiva. Venti baronie che hanno sostituito i concorsi nazionali con diecimila sotterfugi per far entrare dalla finestra quello che non poteva entrare dal portone principale e che così facendo hanno indebolito l’ossatura dello Stato, nella classe insegnante, in quella degli uffici pubblici, nella sanità. Si sono salvate per fortuna le forze armate, altrimenti non so che sarebbe successo a questo vestito d’arlecchino che è l’Italia. Ed è talmente spessa la cappa di confusione che anziché tirare verso un nuovo equilibrio tra Stato e Regioni si va verso un ulteriore allentamento dei vincoli, all’insegna del fate quello che volete, così perdendo definitivamente il senso dello stare insieme, del sentirsi Nazione. C’è qualcuno che si interroga su queste cose? Rocco Rosa
ARLECCHINO HA CINQUANT’ANNI
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