AVIGLIANO TOLGA DALL’OBLIO IL SOLDATO VITO LORUSSO

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LEONARDO PISANI
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,con che voce parlasse, con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua:gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli. Gli eroi son tutti giovani e belli” così cantava Francesco Guccini, nella sua “La locomotiva”  dove racconto poeticamente la sotria il macchinista (fuochista) anarchico Pietro Rigosi., che il 20 luglio 1893, si impadronì di una locomotiva in sosta alla fermata  di Poggio Renatico,e la condusse sui binari alla velocità di 50 km orari verso la stazione di Bologna, la  corsa finì in un binario morto, e lui non morì. Questo per la cronaca, Di Vito Lorusso meno poeticamente possiamo dire che per mezzo secolo è stato dimenticato, sotterrato in una fossa comune, di lui non si sapeva il nome, il volto, l’età, da dove venisse: la stessa famiglia ebbe solo questa notizia: è morto in guerra. Non sappiamo se fosse bello, che viso avesse, se era biondo come gli antenati normanni  o castano aragonese,  nel suo paese natio si è persa ogni memoria.  Ora di   lui rimane solo una lapide, ma in Croazia, con sopra inciso Vito Lorusso Avigliano 20 settembre 1923 Cava Cise 5 maggio 1945  , qualcuno porta mazzi di fiori sulla tomba di quel ragazzo ucciso perché italiano e soldato italiano, qualcuno che neanche sa chi fosse quel ragazzo trucidato.
  Aveva solo 21 anni, di Vito Lorusso si è persa la memoria, rimane l’atto di nascita nel suo comune, i parenti stretti sono morti, si ricordavano appena di lui: si diceva è morto in guerra. Nessuna foto del giovane militare. Ma non è stato un normale caduto di guerra, Il soldato Lorusso fu preso prigioniero dalle milizie titine, torturato e poi buttato in una fobia a Cava Cise vicino Montona ora in Croazia.Circa quindi vittime con dati anagrafici, un’altra decina senza nome e cognome, a loro è stato dedicato il Parco della Rimenbranza in quella cava  di bauxite Il ritrovamento di questa foiba, dimenticata per circa 50 anni   è stata resa possibile grazie alla testimonianze di alcune persone residenti in Istria. Ne ebbe conoscenza , nel 1997, l’Onorcaduti di Roma, ma in assenza di accordi tra l’Italia e la Croazia non era stato possibile procedere alla riesumazione dei resti per poter dare a loro una cristiana sepoltura. Poi  per iniziativa della associazione “Famiglia Montonese” e di Silvia Peri, testimone vivente di quell’eccidio,  i proprietari del terreno, alcuni residenti in Italia ed altri in Croazia, e con il consenso delle autorità religiose e amministrative locali, è stato possibile acquistare il terreno, procedere al disboscamento e alla pulizia – in quanto era ridotto ad una discarica – ed erigere una croce in pietra con minuscole lapidi intorno con incisi i nomi dei caduti.   Nel saggio Tratto da Infoibati ( ) di Guido Rumici, Silvia Peri ricorda così: A Risano, località ora in Slovenia, vennero catturati dai partigiani comunisti slavi. Grazie ad un superstite del gruppo si seppe poi che furono picchiati e derubati dei pochi beni che avevano. Tenuti in condizioni pessime, con
le mani legate, dovevano mangiare nello stesso recipiente dove si nutrivano i maiali. Scalzi e con i vestiti laceri furono condotti nel paesino di Levade e lì passarono la notte.  Poi vidi questi poveri ragazzi. Si vedeva che erano stati picchiati e facevano fatica a camminare. I vestiti erano laceri. Camminavano in coppia ed erano legati con un filo di ferro ad una grossa corda. Poi furono  arrestati anche alcuni civili di Montona e portati a Cava Cise. Per alcuni giorni, gli abitanti del posto sentirono dei lamenti ma pensavano che fossero di un animale ferito. Dopo un po’ di tempo dalla cava iniziò a diffondersi un odore nauseabondo e allora alcuni abitanti del posto decisero di andare a vedere cosa fosse successo. Resosi conto dell eccidio, gettarono un po’ di terra su quei corpi martoriati». Solo quella lapide in terra croata ricorda la tragedia del lucano Vito Lorusso, in Basilicata e nella natia Avigliano, l’oblio assoluto.  In occasione del Giorno del ricordo del 10 febbraio 2007, l’allora Presidente della Repubblica Italiana  Giorgio Napolitano disse: Giorno del ricordo « (…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica” ». Guai al Paese che non ha memoria e che non fa conti con la sua storia, l’Italia è maestra in questo, vivendo spesso si slogan e falsi miti. Vito Lorusso era solo un giovane soldato, mandato in guerra, è morto indossava una divisa che ha onorato sino alla morte. Aveva 21 anni, non sappiamo altro di lui: se avesse fatto politica oppure no, se fosse fascista o altro, se fosse colto oppure altro, se avesse un amore oppure no. Poco ci interessa su questo, interessa che è stato ucciso due volte. Una dalle milizie  titine, l’altra dai suoi connazionali dell’Italia Democratica e Repubblicana  che non ricordano queste vittime innocenti per una questione meramente ideologica, senza poi approfondire la realtà storica e sociale. Al sindaco di Avigliano Giuseppe Mecca, un giovane primo cittadino,  chiediamo di sotterrare “ la storia intrisa di ideologia” e di ricordare pubblicamente e “risotterrare” dall’oblio  un giovane aviglianese che come nella “Guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè” ucciso in un maggio del 1945 a soli 21 anni solo perché aveva una divisa di “diverso colore”
 “Ninetta mia, crepare di maggio
ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno!”.

 

 

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