
ANNA MARIA SCARNATO
E’ bastato che un Governatore uscisse fuori con una trovata alquanto originale quanto per lui “efficace” a stimolare un dibattito acceso sulle motivazioni alla base di tali asserzioni che lo stesso includeva come proposta tra le misure “intelligenti”, utili alla frenata del contagio virale. Nello specifico riguardava la “ritirata dei generali” ossia della terza generazione dalla vita sociale in quanto improduttivi per la vita del Paese. E i social di ogni genere e, attraverso di loro, comici, intellettuali e gente comune, hanno risposto dando addosso al ”pover’uomo”, definendolo con i più disparati appellativi. All’inizio della pandemia, quando il suo arrivo improvviso aveva sconcertato molte menti illustre, e non solo, già nel sistema sanitario del nord, ci pare avere ascoltato in quei giorni, tra i più difficili, una risposta simile alla scarsa capienza degli ospedali impreparati ad una siffatta emergenza e alle prese con una pressante accoglienza di sempre più numerosi pazienti covid. Ai sessantacinque/settantenni e oltre sarebbe stata negata la cura ospedaliera, invece, a loro dire, necessaria per le categorie umane con più attese di vita.
Una selezione pari a strategie politiche ed economiche di mercato del lavoro, ispirate a questioni di natura demografica più che al diritto di protezione socio-sanitaria di ogni uomo. Una vera discriminazione per motivi di età, sorella gemella della triste storia che i pochi supestiti ,scampati alla pulizia etnica, oggi testimoniano più di ogni altro libro.
Ma ciò che ha suscitato la rabbia, l’ironia, l’indignazione e amare risate, ha prodotto di contro anche l’occasione per valutare questa idea, mezza idea, accenno sillabato, vista la repentina corsa alla correzione di un significato definito dal soggetto comunicante travisato e male interpretato, pur apparendo chiaro e irritrattabile, e uno squarcio illuminante sulla collocazione degli anziani nella stima della società attuale. E’ emersa, se mai l’avessimo smarrita, la difesa di una categoria che ha caratterizzato tutti i tempi trascorsi, attuali e futuri poichè ogni bambino diviene giovane, ogni giovane diviene anziano.
Come non si poteva considerare la grandezza umana e sociale dei “capelli argentati”, di quella che rappresentano in ogni tempo e in ogni luogo e la gratitudine che meritano e che molte volte manca? Non sono loro forse a decidere di andare anticipatamente in pensione per far posto ai giovani nella fabbriche, negli uffici, nelle scuole e in altre attività produttive, dopo aver determinato il boom economico del 68?; a privarsi del sostentamento economico per far fronte alle esigenze di figli disoccupati o nipoti studenti universitari; ad accompagnare i nipotini a scuola e a ospitarli quando entrambi i genitori lavorano; non sono forse loro un portafoglio sempre aperto e indifeso per i prelievi Stato che ha bisogno di fondi per bilanci insufficienti e da rimpinguare con “elemosine” mascherate dal termine di” azioni a sostegno delle fasce più deboli, approfittando della debole voce di una categoria che ormai non fa rumore se non attraverso sindacati attivi. Li dovremmo, invece, accostare volentieri a Mosè, apripista di tutte le epoche e guida del cammino di figli e prole, testimonianza di valori vissuti e con i quali confrontarsi. I gesti, le tradizioni, la tenerezza di fronte ad un sorriso o al pianto di un bambino, l’essenzialità, il coraggio nelle avversità, il sacrificio delle rinunce, sono valori chi cui far tesoro. Tutto ciò è emerso dal subconscio di una coscienza a volte silente di un bene di cui ancora si gode o perso per chi più non ce l’ha e che ,se solo potesse, per reincontrarlo, sarebbe disposto a portarlo fuori dagli interstizi di un cimitero. Alla luce di una coscienza così risvegliata dai sentimenti in archivio o in file recenti, non ci sogneremmo di cantare, dai balconi di casa , la canzone “il vecchietto dove lo metto” di Modugno ma chiedere a Vecchioni di comporne un’altra per gli anziani e, da bravo professore, ai giovani e al grande “personaggio”, attingendo alle fonti storiche-letterarie, scomodando Dante e trasponendolo ai tristi giorni nostri. Il sommo poeta così declamava: “ Dal retaggio miglior nessun possiede la virtù del Padre”. Oggi indicherebbe a chi governa non come servitore dello Stato e delle sue leggi ma come servo e schiavo di se stesso e delle sue ambizioni, di avere nel gene la capacità del nulla, di avere ereditato solo la possibilità di governare ma non le doti politiche di chi lo ha messo in quella condizione, il suo mentore Silvio.
A noi di non seguire i “bravi” esempi nell’accezione usata dal Manzoni ad indicare una categoria ed un ruolo non positivo. Se così non fosse e cadessimo nella tentazione di reagire alla cattiveria con sentimenti equivalenti, si potrebbe anche arrivare a pensare che il Covid-19 non colpisca solo la respirazione ma anche il cervello umano. E allora proporre di ricercare il paziente ignoto 1 e isolarlo. E in questo caso già sarebbe noto e di più inutilizzabile nel futuro.