
MARCO DI GERONIMO
Il Governo Meloni propone una riforma last-minute della legge elettorale dei Comuni. Questo il focus: nelle città sarà eletto il candidato Sindaco più votato, purché raggiunga il 40% (oggi serve il 50%). Altrimenti si andrà ancora a ballottaggio.
Senza dubbio è irricevibile. L’Italia ha preso la pessima abitudine di cambiare legge elettorale a un passo dalle elezioni. È un atteggiamento molto grave che i Presidenti della Repubblica avrebbero dovuto censurare. È molto grave perché i partiti politici si comportano in modo diverso a seconda della legge elettorale: cambiarla a ridosso delle elezioni significa cambiare le regole a partita iniziata. Giacché la legge elettorale è una delle principali regole del gioco, non solo non andrebbe cambiata a maggioranza: non andrebbe cambiata nemmeno a ridosso delle elezioni.
Chiariamo il punto. Perché la Meloni propone di cambiare la legge? Perché il centrodestra è unito ovunque, mentre il centrosinistra litiga dappertutto. Però il centrodestra candida persone meno attrezzate del centrosinistra. Quindi perde i ballottaggi. Vale anche per le amministrative di maggio: ormai il centrosinistra sta già litigando, non riuscirà a ricomporsi in tempo.
Questo nel metodo.
E nel merito?
Nel merito, è l’ennesima riforma che torce la politica italiana verso la dinamica maggioritaria.
Forse non è chiaro che la politica è tutto il contrario: non è un contesto dove si vince e si perde, non siamo mica a X Factor.
Mi viene da dire che è sbagliato proprio a monte eleggere direttamente il Sindaco o attribuire un premio di maggioranza. Ma diamo per acquisite queste insensatezze e valutiamo la riforma.
Perché abbassare il quorum?
Oggi il quorum è al 50% (+1). Diventa sindaco chi raccoglie la reale maggioranza dei voti, non chi prende più voti degli altri. Se nessuno raggiunge questa maggioranza, si chiede al corpo elettorale: chi preferisci tra i primi due? E il corpo elettorale può scegliere anche il secondo (come è accaduto a Potenza con Vincenzo Telesca).
La Meloni propone il quorum al 40%. Diventa sindaco chi prende più voti degli altri… purché abbia almeno il 40%. Devi essere il più votato, ma deve pur sempre averti votato qualcuno.
Cosa significa tutto ciò?
Questo meccanismo nasconde una logica perversa dietro una foglia di fico: trasforma opposizioni forti in maggioranze forti, con la scusa che hanno raggiunto una soglia importante di voti.
Guardiamola così. Nei Comuni dove diventa sindaco al ballottaggio un candidato che era primo al primo turno, e aveva il 40%, non è cambiato nulla. Allora dove sta il cambiamento di questa norma?
Il cambiamento sta nei Comuni dove il candidato in pole position al primo turno perde al ballottaggio. Con la riforma di Meloni, questo candidato, che è minoranza nella sua città, diventa il sindaco. Questo 40% cancella al restante 60% il diritto di mettersi insieme al ballottaggio e di eleggere un sindaco davvero rappresentativo della comunità.
Questa è la logica del premio di maggioranza: se fai jackpot ti prendi tutto, e agli altri restano cinque anni di belati nel Consiglio comunale (o perfino nel Parlamento, con il Porcellum).
Una logica antipolitica.
Comprendo che questa legge potrebbe indurci ad auspicare qualcosa di buono: magari il centrosinistra smetterebbe di litigare e inizierebbe ad accordarsi prima delle elezioni. Magari si tornerebbe a fare politica. Ma quante volte abbiamo sperato che cambiare gli ingranaggi istituzionali avrebbe determinato un miglioramento della politica? Spesso. Quante volte è successo? Mai.
Questa riforma è una riforma sbagliata anche nel merito. Perché questa riforma continua a seguire un percorso sbagliato: anziché rappresentare una società complicata, cancelliamo la società e facciamo governare la minoranza più grossa.
Non è un caso che sia una riforma sbagliata anche nel metodo: e cioè che venga proposta dall’attuale minoranza più grossa, a ridosso delle elezioni, per avvantaggiarsene contro tutti gli altri.