Banca Popolare di Bari: una strada per il salvataggio

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Riccardo Achilli

Nel pieno della crisi della Banca Popolare di Bari, si registra la presa di posizione della CGIL regionale, comprensibilmente preoccupata del destino di 40 sportelli e 300 dipendenti, in quella che è la principale realtà locale sul mercato del credito lucano. La preoccupazione per la permanenza fisica degli sportelli, specie nelle aree interne già duramente deprivate dei servizi essenziali, e per il personale, è ovviamente logica e fa parte del “core business”, per così dire, di un sindacato.
Non volendo minimamente entrare nella vertenza sindacale specifica, proverei, però, a fare un discorso più generale e più di lungo periodo. Il settore bancario, in tutta Europa, è alle prese con una inevitabile fase di ristrutturazione e di dimagrimento. Vi concorrono molti fattori strutturali (l’Internet banking, che riduce l’esigenza della presenza fisica allo sportello, la progressiva estensione di forme di finanziamento degli investimenti alternative al tradizionale credito bancario e centrate sull’equity, le economie di scala, tipiche del settore, che conducono inevitabilmente a fusioni e concentrazioni, che si riverberano sul personale, lo spostamento del valore aggiunto su attività di intermediazione finanziaria, più rischiose ma più redditizie del tradizionale retail, che richiedono la presenza di un numero minore di operatori altamente specializzati, l’incauta riforma del voto capitario nelle Popolari) insieme ad elementi congiunturali (la fase attuale delle politiche monetarie, con tassi di interesse sul costo del denaro prossimi allo zero o negativi, che ha effetti deprimenti sulla redditività dell’attività bancaria, il peso delle sofferenze e dei crediti deteriorati che, seppur in forte calo, è ancora consistente, soprattutto nel mercato del credito meridionale, il rendimento decrescente dei titoli del debito pubblico acquistati alle aste di rinnovo, ecc.)
Evidentemente, per quanto sopra, i prossimi anni saranno gravidi di pesanti ristrutturazioni bancarie, mentre il cosiddetto modello di “banca territoriale” sarà sempre più limitato a nicchie, presidiate dalle Bcc e sempre meno dalle ex Popolari, trasformate in spa dal superamento del voto capitario voluto dall’allora governo Renzi. Una opportunità specifica di salvataggio della Popolare di Bari e delle sue competenze, peraltro, viene fornita dallo stesso progetto governativo, che ne contempla la trasformazione in banca per lo sviluppo, in un progetto che coinvolge Invitalia e Mediocredito Centrale. Evidentemente, non si tratta di rianimare esperienze fallimentari di banca pubblica per il Sud come quella di Isveimer, che finirebbero per diventare terminali di una ingerenza politica nel finanziamento delle imprese meridionali e di una distorsione del mercato del credito. Non si tratta nemmeno di avere una banca che finanzi con strumenti creditizi tradizionali, anche perché, peraltro, come evidenzia la Banca d’Italia, la richiesta di finanziamenti per investimenti da parte delle imprese meridionali è, sin dalla metà del 2018, in contrazione o nulla, mentre cresce regolarmente solo la domanda di circolante per sostenere il cash flow ordinario, una cosa che, ovviamente, deve essere gestita dalle banche private.
Una Banca per il Sud deve avere una missione diversa: deve utilizzare il know how in materia di valutazione dei progetti di investimento per fornire una expertise specialistica rivolta ad imprenditori che intendano investire nel Mezzogiorno ed a neo imprenditori e finalizzata a confezionare progetti di investimento solidi, ad orientare gli imprenditori verso la forma di finanziamento più idonea al loro fabbisogno sul mercato privato del credito, ma anche dell’equity e dell’obbligazionario, a gestire in forma unitaria i vari incentivi pubblici esistenti, anziché demandarne la gestione alle varie micro-finanziarie regionali, al fine di fare economie di scala ed, eventualmente, a finanziare grandi progetti interregionali, e, per finire, a fornire supporto per le politiche di sviluppo del Mezzogiorno, ad esempio come partner pubblico di investimenti in public-private partnership su progetti infrastrutturali strategici.

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Sull' Autore

Mi sono occupato per 40 anni prima in Rai e poi in Rai way dell' esercizio degli impianti alta frequenza della Rai in Basilicata. Per vent'anni in qualità di quadro tecnico sono stato responsabile del reparto di manutenzione degli impianti alta frequenza: ripetitori, trasmettitori tv e mf, ponti radio e tutti gli impianti tecnologici connessi. Ho presieduto tutta la fase della swich-off analogico- digitale della rete di diffusiva della Basilicata. Nel 90 per tre mesi come tecnico della Rai Basilicata ho lavorato al centro , ibc, di Saxa Rubra, per inoltrare i segnali televisivi e radiofonici provenienti dai dodici stadi accreditati ai mondiali 90, attraverso i ponti radio e i satelliti in tutto il mondo. Fuori dal mondo produttivo, mi sento un cittadino libero e curioso, che osserva con attenzione la realtà che mi circonda. Attento al comportamento della politica e delle istituzioni e alle decisioni che esse assumono e che incidono sul nostro destino , sensibile ai fenomeni e ai cambiamenti che attengono la nostra società: comprese le virtù e le miserie che essa esprime; sempre raffrontando il presente col passato per schiarire meglio la visione del futuro.

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