Basilicata, la crescita rallenta e l’assistenza aumenta

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L’aggiornamento congiunturale dell’economia lucana proposto recentemente dalla Banca d’Italia, e relativo ai primi nove mesi de 2019, certifica la sensazione di rallentamento della crescita economica regionale che era nell’aria. Dopo un 2018 di modesta crescita, legato soprattutto ad automotive, agricoltura, turismo ed un po’ di opere pubbliche (leggi: spesa a valere sul POR e sul PON Trasporti nazionale) il 2019 si conferma anno di rallentamento economico.

Il rallentamento sembra temporaneo, nel senso che gli indicatori previsionali (clima di fiducia, previsioni di investimento ecc.) paiono positivi, e probabilmente, con l’investimento Fca per la nuova linea di produzione della Compaq, ed anche grazie all’ulteriore sblocco di spesa per opere pubbliche, i primi mesi del 2020 dovrebbero essere di lieve ripresa, sempre dentro un quadro nazionale di sostanziale stagnazione, in cui, ovviamente, il Mezzogiorno e la Basilicata in particolare non potranno brillare più di tanto.

Si evidenziano andamenti positivi, oltre che, come al solito, del turismo, in crescita da tanti anni, ed alimentato anche da Matera 2019, in agricoltura. Ma, a prescindere dai dati congiunturali e dai cicli di breve periodo, che lasciano il tempo che trovano, dovrebbe preoccupare l’impoverimento strisciante e costante, che oramai è una tendenza che va persino oltre ogni correlazione con la curva della crescita economica. Piccoli esercizi al dettaglio in chiusura continua, famiglie che vedono lievitare il loro debito per credito al consumo divenuto un succedaneo del reddito, crescita occupazionale alimentata soprattutto da forme contrattuali precarie, tutto ciò è divenuto ordinaria amministrazione in un contesto di disgregazione comunitaria, segnato anche dalla ripresa di flussi migratori con un saldo migratorio netto negativo che, ci dice Istat, si aggira fra le 800 e le 1.800 persone in meno all’anno. L’indice di vecchiaia è oramai pari al 116% della media italiana, ed il numero medio di figli per donna diminuisce costantemente, collocandosi strutturalmente al di sotto della media di un Paese che ha già, in generale, un problema di scarsa natalità. Se continua così, ci dice l’Istat, fra vent’anni, la popolazione regionale potrebbe essere scesa a poco più di 500.000 abitanti, di cui quasi il 40% con un’età dai 64 anni in su. Nel 2066, cioè fra meno di 50 anni, la regione potrebbe essere praticamente scomparsa, con una popolazione che potrebbe scendere fino a 391.000 persone.

L’assetto produttivo lucano, ed è questo il vero dramma, si avvicina a quello della monocultura: sopravvive in piccoli poli territoriali (Matera, costiera ionica) una certa vitalità legata al turismo, alcune produzioni agricole di punta (Aglianico, ortofrutta, alcune produzioni tipiche) riescono a farsi piccoli spazi sul mercato, ma sostanzialmente, con la caduta verticale dell’edilizia residenziale (rispetto alla quale si sono fatti troppi pochi sforzi per uscire dalla logica della crescita delle cubature ed orientare il comparto verso le ristrutturazioni energetiche e antisismiche ed i cantieri di difesa idrogeologica dei suoli e degli abitati), con la rarefazione del commercio e dei servizi alla persona, con la perdita oramai definitiva di settori industriali, o il loro ridimensionamento su una scala davvero troppo ridotta, il ciclo economico regionale viene a dipendere dall’automotive e dal petrolio. La possibilità di utilizzare le risorse ambientali regionali per farne un polo meridionale per la green economy e la produzione di energia pulita (e non parlo dell’eolico, un business gonfiato e con aspetti preoccupanti, ma ad esempio delle biomasse), la possibilità di costruire attorno ai siti estrattivi un cluster di PMI attive nella componentistica per l’industria petrolifera e quella energetica, il potenziamento dell’industria di trasformazione alimentare, per evitare che in regione resti solo l’anello più debole della filiera, ovvero quello primario,  la riconversione energetica e dei materiali dell’edilizia, il rilancio del distretto del mobile con nuovi materiali e con innovazione di design e di marketing, la chiusura del ciclo integrato dei rifiuti con l’impiantistica, la localizzazione di bioraffinerie basate su materia prima agricola, per rimettere ad uso produttivo terreni incolti, tutto questo fa parte di un libro dei sogni della diversificazione produttiva dell’economia lucana, mai realizzato e che nessuno sa come realizzare e con chi.

Nel frattempo la deriva sociale e demografica prosegue, e, volente o nolente, malgrado i suoi appelli produttivistici e lavoristici, l’attuale Giunta regionale deve nuovamente, come in un ciclo che non si ferma mai, rimettersi a discutere di strumenti assistenziali di contrasto alla povertà, di ex platee Copes prorogate, di forestazione passiva. Prima o poi questa eterna coazione a ripetere finirà male.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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