RICCARDO ACHILLI
La teoria di un’economia basata sul “dono” anziché sullo scambio commerciale risale a Marcel Mauss, antropologo e sociologo francese che, all’inizio del secolo scorso, osservando le modalità di funzionamento delle società primitive, nota come il dono sia qualcosa di più di un moto di generosità disinteressato, ma un vero e proprio meccanismo di scambio codificato da regole sociali ben precise. Il dono è infatti obbligatorio, sia per chi lo eroga che per chi lo riceve, così come è obbligatorio contraccambiare. Esso, quindi, svolge funzioni sociali primarie, contribuendo a rafforzare i legami comunitari, e funzioni economiche, essendo una forma di baratto di utilità fra individui, in cui lo scambio è basato sul valore d’uso, e non sul valore commerciale, del bene.
Tale teoria ha avuto aspetti evolutivi importanti, andandosi a collocare dentro specifici interstizi del sistema capitalistico: ne sono esempio le forme di responsabilità sociale delle imprese, il welfare aziendale, lo scambio di open source e free software fra le comunità on line, fino alla sharing economy, un sistema attraverso il quale, a livello orizzontale, cittadini mettono a disposizione competenze, servizi e/o beni per realizzare interscambi di attività di reciproco interesse, intermediando le relazioni attraverso la rete.
Questo modello può costituire un utile approccio di sussidiarietà orizzontale anche nel campo sociale. Senza voler interessare i servizi sociali a contenuto tecnico-specialistico più complesso (ad esempio i servizi di carattere socio-assistenziale più evoluti, che richiedono competenze infermieristiche e sanitarie specifiche, non condivisibili da una comunità ampia ed orizzontale) una serie di attività di assistenza sociale, utili sia per migliorare la qualità della vita sia per costruire capitale sociale e reti di solidarietà di prossimità.
Si potrebbero finanziare, all’interno delle agevolazioni previste per il Terzo Settore dal PO FESR, attività di banca del tempo svolte su base comunale, in cui privati cittadini interscambiano prestazioni di basso livello di complessità (ad es. fare la spesa a un anziano, o recarsi per lui a fare commissioni) a titolo gratuito, così come sarebbe possibile inserire nel circuito sociale locale prestazioni di livello specialistico più alto, qualificando dei cittadini a svolgerle, creando quindi anche una professionalità che può dare luogo ad occasioni occupazionali. Esempi in tal senso ve ne sono molti. A puro titolo informativo, il progetto “Tata Familiare” sviluppato dalla Regione Toscana ha consentito, nei piccoli centri interni dove non sono presenti servizi per l’infanzia, e non è economico crearli, di formare, a spese della Regione, delle donne disoccupate per accudire i figli minori di altre coppie presso la loro abitazione, adeguatamente ristrutturata, sempre con risorse finanziarie regionali, per accogliere bambini. Lentamente, in alcuni di questi centri, tali iniziative si sono evolute in forma imprenditoriale, fornendo opportunità di autoimpiego.
Un altro esempio sviluppatosi in alcune comunità del Nord Italia è quello del crowdfunding di comunità: i cittadini che hanno la possibilità di farlo versano un contributo volontario ad un fondo finalizzato a fornire microcredito destinato a disoccupati locali con una idea di impresa sociale, ovvero finalizzata ad erogare servizi alla stessa comunità “donatrice”.
Nell’insieme, la mobilitazione della società civile può creare opportunità di prestazioni sociali di prossimità, ad un livello così “micro” ed individualizzato che i servizi sociali pubblici non potrebbero raggiungere, se non con costi eccessivi. Al tempo stesso, tali opportunità possono creare un micro-circuito economico, occupazionale e di reddito, anche nelle realtà più piccole e arretrate della regione. Infine, detta mobilitazione può servire per costituire/ricostituire legami di fiducia reciproca e di superamento dell’isolamento e della solitudine.