BASTA NAVIGARE A VISTA!. COMINCIAMO DA UN PIANO INDUSTRIALE

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RICCARDO ACHILLI economista

 

 

Prima di intraprendere un periglioso progetto di sviluppo industriale esogeno per una regione a ritardo di sviluppo e con un apparato produttivo tradizionale come la Basilicata, e tirare fuori idee generiche, o, peggio ancora, balzane, bisognerebbe capire almeno due cose:

  1. Su quali settori produttivi puntare le politiche di attrazione di nuovi investimenti esterni,
  2. Quali sono i fattori localizzativi di specifico interesse per le imprese.

Con riferimento al punto a), e nello specifico per la Basilicata, un gruppo di lavoro, nell’oramai lontano 2013, ma non troppo visto che le cose non sono cambiate di molto, un gruppo di lavoro guidato da Ron Boschma, cui partecipai, delineò un piano industriale regionale da attuare, ipoteticamente, nel ciclo 2014-2020. Il documento, intitolato “Bozza di una Strategia per la Regione Basilicata Verso un programma di sviluppo operativo regionale della Regione Basilicata 2014-2020”, individuò alcuni assi strategici ben precisi: l’approccio era “cluster based”, e cioè mirato non a creare nuovi settori greenfield, ma, in modo più semplice e con maggiori probabilità di successo, puntare su settori che chiudessero filiere o segmenti di filiera già presenti sul territorio, magari puntando al completamento di quegli anelli aventi maggiore valore aggiunto.

In tal senso, si puntava sul turismo culturale e ambientale, quindi un turismo di élite e piccoli numeri ma alta capacità di spesa e potenzialmente destagionalizzabile, sull’agroindustria basata sulle produzioni locali “rare”, sull’energia verde, anche in termini di sviluppo di un distretto della componentistica energetica, sull’indotto automotive della Fiat, da riorientare verso la pluricommittenza e la motorizzazione alternativa, sul distretto del mobile di Matera, che deve essere riorientato verso l’innovazione di design e dei materiali per uscire da una fascia di mercato critica, sui trasporti e la logistica.

In linea generale, al netto di ciò che c’è già e va riorientato e potenziato (come l’indotto Fca) e della componentistica energetica, per la quale occorrerebbe fare un discorso a parte, per quanto riguarda i nuovi investimenti proposti (agroindustria, turismo) si tratta di settori relativamente tradizionali. E quali sono i fattori di attrazione di investimenti su settori di questo genere?

Comani (1992) evidenzia una tassonomia di tali fattori, incentrata sulla localizzazione di nuovi stabilimenti industriali, in particolare, fattori:

  • direttamente riferiti alla produzione, ovvero disponibilità di materia prima o semilavorato, ad esempio prodotti primari o semilavorati industriali di alta qualità (formaggi, latte, carne, pane, ortofrutta) di cui la Basilicata è ricca, che potrebbero interessare ad una azienda di ultima lavorazione e packaging, o ad una piattaforma di ristorazione pluriregionale specializzata nella valorizzazione di prodotti tipici (ad es. Eataly) che possa fungere da buyer di tali prodotti, creando quindi un nuovo mercato per gli imprenditori locali;
  • legati al trasporto. I settori tradizionali dell’economia tendono ad operare su margini di redditività ristretti, per cui il costo di trasporto incide non poco sul costo finale e sul prezzo finale. Una ottimizzazione dei sistemi di trasporto, che significa non solo il necessario investimento per portare a soluzione il problema infrastrutturale della regione, ma anche una ottimizzazione logistica, legata ad esempio alla piena operatività dell’interporto di Ferrandina a servizio dello scambio gomma/ferro per il settore ortofrutticolo metapontino, da avviare verso hub portuali come Bari o Taranto;
  • legati ai servizi per l’impresa. Qui c’è il tema delle aree industriali regionali, da riconvertire da meri contenitori di terreni e utilities di base (acqua, fogne, elettricità, metano, collegamenti Adsl e telefonici) a fornitori di servizi reali alle imprese: formazione professionale, centri e laboratori comuni di R&S o di analisi della qualità, centri logistici di area, con attività di packaging, preparazione alle spedizioni, servizi di logistica e di assistenza all’export ed alle pratiche doganali per chi esporta o importa, servizi di marketing e pubblicitari, ecc.;
  • legati all’ambiente produttivo. Tali fattori sono molto numerosi, ed hanno a che vedere con le cosiddette economie di agglomerazione, cioè con il vantaggio competitivo di operare in un’area in cui operano imprese simili o dello stesso settore, perché si creano reti di circolazione di conoscenze implicite e di saperi, tipicamente nei distretti industriali. Un elemento di un certo interesse è anche costituito dalla possibilità di fruire di cicli produttivi in grado di reimpiegare gli scarti e i sottoprodotti della produzione. Con riferimento al distretto del mobile imbottito, ad esempio, è possibile immaginare la localizzazione di imprese che riutilizzino gli sfridi lignei di produzione delle imprese locali per farne biomasse;
  • legati all’utilizzazione del territorio, tipicamente quindi alla disponibilità di aree industriali attrezzate e già pronte a ricevere investimenti, un dato tradizionalmente poco chiaro, nel senso che i tanti tentativi di mappatura delle aree industriali della Basilicata che sono stati messi in campo non hanno mai restituito una fotografia chiara, unitaria e soprattutto comunicabile all’esterno, ad un eventuale investitore che si stesse chiedendo dove ubicarsi. Tali dati vanno pubblicati e diffusi negli ambienti imprenditoriali, non tenuti nel cassetto dell’Amministrazione competente;
  • relativi alla struttura demografica e del mercato del lavoro. E qui rileva la qualità dei sistemi di istruzione tecnico-professionale, dell’Università, della formazione professionale, tutti temi sui quali la Basilicata ha un ritardo strutturale. Eppure noi sappiamo quali sono le figure professionali richieste dalle imprese. Un sistema informativo a cadenza periodica, il sistema Excelsior, ce lo dice ogni trimestre. Dovremmo essere in grado di fare una valutazione di insieme del funzionamento della formazione professionale, premiando, nei bandi per il FSE, gli enti di formazione con le migliori performance di placement, potenziando l’orientamento e il collocamento anche con l’utilizzo operativo degli enti bilaterali delle parti sociali, rilanciando l’apprendistato liberandolo dai tanti lacciuoli burocratici in cui la Regione lo ha soffocato, ed incentivandone l’utilizzo presso le imprese come strumento principale di nuova assunzione di giovani;
  • economici: non a caso tali fattori sono stati messi in fondo. Si tratta essenzialmente dei vantaggi finanziari e fiscali ottenibili tramite agevolazioni pubbliche sull’investimento. Numerosi studi, fra i quali anche quelli della A.T. Kearney, tendono ad escludere un ruolo rilevante degli incentivi nelle scelte localizzative delle imprese serie (non dei raider di incentivi pubblici, che non lasciano niente sul territorio). L’incentivo, infatti, si esaurisce con l’effettuazione dell’investimento, mentre l’investimento deve proseguire nel tempo ed avere una sua redditività implicita, in base anche ai fattori sopra elencati.

Se è chiaro su quali settori orientarsi e quali siano i fattori che “muovono” le imprese, è possibile impostare un piano industriale anche per la Basilicata.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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