BISOGNA RIDISEGNARE COMUNI E PROVINCE

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Marco Di Geronimo

Serve una radicale riforma degli enti locali. Certo, anche sulle loro funzioni. Ma soprattutto sul loro governo. Perché non è possibile trasformare le città in piccoli Stati o grandi condominii.

L’Italia è un Paese che trasforma le elezioni dei grandi Comuni in appuntamenti politici effervescenti. Dai ballottaggi di Napoli, Roma e Milano cambia il corso dell’intera fase politica. E viceversa derubrica le elezioni dei piccoli Comuni in guerre tra bande familiari.

Ogni ente locale dovrebbe rappresentare e governare una piccola comunità politica. Invece noi lo trasformiamo in un mero gradino del potere, intermediazione tra pacchetti di voti e rilascio di nulla osta.

Già in passato s’è criticata la forma di governo dei Comuni (e delle furono Province). Troppo ingessati i rapporti tra Sindaco e Consiglio, con un ducetto eletto dal popolo che fende le onde dei consiglieri, sfidandoli di continuo ad assumersi la responsabilità di nuove elezioni.

Si potrebbe ritornare alla logica parlamentare? Difficile immaginare un Sindaco eletto dal Consiglio comunale, dopo vent’anni nei quali i cittadini hanno avuto la gioia (effimera) di sceglierselo (apparentemente).

Nell’altro articolo suggerivo di adottare un’impostazione più presidenziale. Un Sindaco e un Consiglio eletti entrambi, senza legame fiduciario, senza obbligo di scioglimento e decadenza. Sarebbe forse una buona idea per restituire autonomia al Consiglio; resta il dubbio che il Sindaco poi “prenda il volo”, felice d’essere senza responsabilità di qualsiasi tipo.

Ma il vero problema è che qualunque forma di governo si adotti, bisogna ridisegnare i Comuni e le Province. Si utilizza lo stesso contenitore istituzionale per Roma e per Calvera!

Per quanto integrata possa essere Roma, Roma non è un’unica comunità locale. Per quanto isolata possa essere Calvera, Calvera non è una comunità locale autonoma. Troppo grande è il Comune di Roma, troppo piccolo il Comune di Calvera.

È evidente la necessità di disegnare nuovi enti locali. Bisogna conciliare molte esigenze: l’identità storica e sociale, l’efficienza amministrativa, l’autonomia politica esterna della comunità. Un compito difficile da adempiere, eppure indispensabile.

Un inizio potrebbe essere una disciplina più seria delle Città metropolitane. Anzitutto bisogna ridisegnare i confini di quelle istituite in Italia, eliminando i Comuni scollegati dal tessuto metropolitano e mantenuti invece dove stanno perché parte delle precedenti Province. Poi bisogna rivitalizzare un governo metropolitano eletto dal popolo (con un ampio Consiglio e, in omaggio alla tradizione, un Sindaco anziché un Presidente). Infine vanno assolutamente scorporati, secondo i confini dei Municipi interni, i giganteschi Comuni capoluogo.

Un modello simile si potrebbe adottare per i piccoli Comuni, rendendo più efficiente, flessibile e riconosciuto l’ente dell’Unione dei Comuni, o della Comunità montana (magari trovando anche dei nomi “più simpatici”). Senz’altro bisogna istituirvi un Consiglio elettivo, e un vertice elettivo. Dopodiché si possono mantenere i Sindaci dei piccoli Comuni che ne fanno parte: sia perché lo impone l’esigenza politica di rappresentare delle comunità storiche e sociali, sia perché serve garantire un micro-indirizzo politico alle funzioni amministrative che rimarranno ai Comuni più piccoli. (Chi scrive è un notevole scialacquatore di denaro pubblico e di conseguenza sarebbe favorevole anche al mantenimento di mini-Consigli comunali).

Quest’operazione va inserita in un programma di più ampio respiro. Che deve contemplare la rivitalizzazione delle Province. La legge Delrio (56/14) non le ha abolito: ha abolito solo le elezioni provinciali. Esistono ancora Consigli provinciali e Presidenti (eletti dai Sindaci), con blande funzioni di governo dell’esistente.

Mentre il Paese cade a pezzi, serve ricostruire un ente capace di mantenere insieme i Comuni nelle varie zone del territorio italiano. Tra l’altro la Provincia è l’ente più omogeneo (sia in termini di dimensioni, sia in termini di identità politica, storica, sociale ed economica) dell’Italia: tutte le Province si assomigliano per grandezza (territoriale e abitativa), e per coesione.

A quest’ente vanno attribuiti ampi e ambiziosi compiti di programmazione territoriale: urbanistica, infrastrutturale, ambientale, di promozione del turismo, del peculiare tessuto economico e sociale, di tutela e valorizzazione mirata del patrimonio culturale. A questa indispensabile funzione di governo autenticamente politico del territorio bisogna abbinare un pacchetto di finanziamenti molto ingente, e un ritorno all’elezione diretta del Consiglio provinciale e del Presidente della Provincia, e a una valorizzazione dell’ente a tutti i livelli politici e amministrativi. Per esempio, istituzionalizzando la partecipazione dei Presidenti delle Province ai Consigli regionali (senza diritto di voto, beninteso).

Anche l’assetto dei cosiddetti Consigli delle autonomie locali va ridisegnato. Questi organi sono previsti dalla Costituzione, ma le Regioni stentano ad attivarli. Chi lo fa, li trasforma in specie di Conferenze dei Sindaci, in cui si riuniscono rappresentanti degli enti, eletti tra loro per classi di abitanti (x eletti dai Comuni sotto i 15mila, y dai Comuni sotto i 30mila, ecc).

Anche questi enti devono invece essere eletti su base territoriale. Che senso ha un organo che si limita a fare da consulenza su astratti interessi amministrativi? Le vere Conferenze Regioni-autonomie possono sopperire in gran parte. Serve invece un organo che rappresenti politicamente le esigenze amministrative e gli indirizzi politici delle varie zone delle Regioni. Autenticamente. Altrimenti ci limiteremo a mascherarle, inviando Sindaci di Comuni sparsi che parleranno di doveri e interessi d’ufficio e invece – sottobanco – lavoreranno nell’esclusivo interesse della propria comunità.

Si può portare avanti un progetto del genere dividendo i territori regionali in zone, ciascuna delle quali elegga, attraverso i Consigli comunali, uno, due o tre rappresentanti in ragione della popolazione. Cura del “disegnatore” dovrebbe essere rispettare i confini provinciali, metropolitani e “unionisti”. Nel Consiglio entrerebbero a fare parte, di pieno diritto, rappresentanti dei Comuni più grandi (che facciano “zona a sé”) e delle Province. Poi, e soltanto poi, si può prevedere un diritto di tribuna per i Comuni più piccolini, o montani.

Cosa dire poi degli eletti che non possono votare alle elezioni cui si candidano? Un minimo di legame territoriale bisogna ristabilirlo, magari prevedendo un requisito di residenza. Se non per i consiglieri, perlomeno per gli assessori, che sono nominati dal Sindaco.

Per tacere del fatto che, a tutti i livelli, urge un cospicuo aumento della rappresentanza politica. I consiglieri sono spesso troppo pochi. (Non inganni il numero di Potenza e Matera: essendo capoluoghi di Provincia, ne eleggono di più del normale; o quello dei piccoli Comuni, comunque sottoposto a un minimale legislativo per assicurare una certa collegialità del Consiglio). Viceversa spesso le Giunte sono troppo larghe nei Comuni più grandi (ma troppo piccole in quelli più piccoli). E rimane folle la previsione di una mera doppia preferenza di genere, quando una terza opzione migliorerebbe il margine di scelta dell’elettore.

È chiaro che questa ampia riforma istituzionale non verrà mai approvata da nessuno. Servirebbe a costruire enti locali corrispondenti a comunità politiche, ad assicurare una maggiore coerenza sociale dell’azione amministrativa, a migliorare la rappresentanza politica e il legame della cittadinanza con le istituzioni.

Ma dove sono i soldi per attuarla? Dove la volontà politica di valorizzare il voto popolare? Non c’è da nessuna parte la voglia di affermare un miglior governo del locale. O di reperire le risorse che servono per assicurare ai cittadini i propri diritti sociali e politici. Ma questa è un’altra storia…

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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