La superficie lucida della bolla aveva riflessi iridescenti che, man mano che la bolla si tendeva, piano sparivano trasformando la parete traslucida in un vetro trasparente…
…la luce del sole attraverso il parabrezza lasciava una nota aranciata sulla sua maglia e sulla pelle della ragazza mentre percorrevano a filo di gas la statale alla ricerca di un rifugio, di un piccolo posto dove stare tranquilli e parlare.
Il profilo del suo braccio, appena ornato da una lieve peluria, si scuriva al riverbero della luce del sole e tutto appariva attenuato e silenzioso. Perfino il motore dell’auto sembrava adeguarsi a questa atmosfera ronzando a bassi regimi con un russare leggero.
Il fiume nel suo letto sinuoso percorreva tra lampi di luce la valle in direzione del mare; mentre si arrampicavano su una strada in salita tra speroni di pietra arenaria, un falco stazionava su una corrente termica attendendo la preda.
A volte il gioco della seduzione tra un uomo e una donna è fatto di piccoli sguardi, di casuali contatti, di risate solo di una ottava più alta del normale, di sguardi laterali e di tante tante parole che scorrono fluide e veloci come un fresco ruscello di primavera.
La serata, Lui, se l’era immaginata così, quando avevano stabilito di fare una visita su alle arenarie di Pietrapertosa. Aveva lasciato vagare la mente come può capitare di fare, senza neanche troppa malizia, quando una serie di combinazioni singolari creano l’occasione per un incontro in luogo speciale.
Una discussione come tante tra conoscenti durante un aperitivo, la scoperta di una comune passione per la geologia. Niente di preordinato, nulla di previsto: aveva descritto i luoghi e Lei, semplicemente, gli aveva chiesto di accompagnarla a visitarli.
Tuttavia quale uomo, avviandosi ad un appuntamento con una bella donna per una gita a due non pensa, anche di sfuggita, alla possibilità eccitante di fare del buon sesso? Luigi ci aveva pensato senza soffermarsi a lungo su quella possibilità, per non coltivare illusioni.
Si infilò con la macchina nella ripida salita che porta alla chiesetta di San Cataldo, parcheggiò nel piazzale e si avviarono lungo lo stretto sentiero di pietra che porta su verso le mura di arenaria della antica Fortezza Saracena.
Lei camminava davanti, ipnotizzandolo con il dondolio aggraziato dei fianchi; Lui arrancava silenzioso dietro alle sue forme atletiche, in imbarazzo un po’ per quella pancetta dono dei suoi 50 anni suonati e un po’ per il fiatone.
Arrivati alla fine delle scale Lei si girò di botto e lo guardò salire le scale con fatica.
Una risata cristallina come purissimo cristallo di Boemia accompagnò il suo sorriso bianchissimo e la mano tesa in avanti in offerta d’aiuto.
Accettò con un vago senso di frustrazione quell’aiuto e quella mano calda, liscia e compatta, che lo tirava verso l’alto. Finirono uno di fronte all’altra, con un po’ di imbarazzo di Lui e il sorriso divertito di Lei, il gioco del cobra e della mangusta era iniziato, ma Lui non ne era ancora pienamente consapevole.
La balaustra di fianco al torrione era di una bellezza dolorosa, il sole quasi al tramonto disegnava volute d’arancio nel cielo azzurro, macchiando di sangue le poche nuvole ed accendendo di arancio ogni anfratto roccioso di pietra arenaria. Il verde saturo degli olivi rifletteva la luce come piccole tessere verdissime di un mosaico scomposto. Il vento restituiva sentori di origano e lentisco e, a tratti, dal prato al piede della balaustra spruzzi di rucola riempivano l’aria con il loro aroma carnoso.
E lei era lì con il sole che le incendiava i capelli castani virandoli al rosso, con quegli enormi occhi da gatta mammona che lo spiavano cercando di ipnotizzarlo e quelle mani che piano, dal contatto casuale, erano passate al contatto voluto con le sue, più tozze, più dolorose, più stanche: mani di uomo.
Eppure non riusciva a lasciarsi andare, il turbamento che montava dalle profondità limbiche del suo cervello era attenuato, quasi azzerato, da un ansia che gli mordeva lo stomaco e gli impediva di fare quei gesti semplici, automatici, che un uomo sa fare quando una donna lo invita a giocare il duetto dell’amore.
Sul viso di Lei cominciava lentamente ad incrinarsi quella curiosità maliziosa che l’aveva portata fin sulla torre del vecchio maniero saraceno, lasciando affiorare pian piano un misto di delusione ed irritazione. Le vide sfiorire piano dal volto quell’invito eccitante ed apparire quella piega un po’ dura delle labbra da bambina delusa. Provò inutilmente a forzare il suo corpo che, ostinato, lo inchiodò immobile alla balaustra incapace di fare un solo passo verso di Lei.
Il borbottio del motore, non più sommerso dalle chiacchiere eccitate, risultò fragoroso ed assordante nel silenzioso imbarazzo del viaggio di ritorno
Si salutarono così in quella sera di inizio autunno. La vide atletica sfilare lentamente verso l’ingresso dell’albergo, senza voltarsi, finché si bloccò di colpo, tornò indietro con aria decisa e si infilò nuovamente nell’auto.
Si guardarono intensamente, le labbra si avvicinarono lentamente come lo space shuttle che si prepara ad agganciare la stazione spaziale internazionale e, finalmente, il meccanismo di sblocco della lingua passò dalla posizione lock a quella unlock: fu un rendez vous perfetto.
La tempesta di ansia si placò.
Fermo immagine.
Due visi in auto. Un auto in un parcheggio. Un parcheggio in una città. Una nazione. Un continente. Un pianeta. Una galassia. Un universo. Una sfera lucente. Una bolla di sapone.
Un Dio bambino gioca e ride.
