BRIGANTI O MIGRANTI

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MARGHERITA LOPERGOLO
Due giornate tutte dedicate al brigantaggio ‘Briganti o migranti’, a Rionero in Vulture , nel Museo del Brigantaggio di Largo Giuseppe Mazzini con l’intento di fare luce sul periodo più doloroso e controverso della nascita della nostra nazione.
Contadini nullatenenti ridotti alla fame da una miseria antica, ex soldati borbonici, giovani renitenti alla leva: furono loro i principali protagonisti di una rivolta sociale che infiammò il Meridione all’indomani dell’Unità d’Italia. Nel 1861, infatti, il Sud era in rivolta contro il nuovo sistema piemontese poggiato su classi agiate del latifondo e della borghesia, contro l’abolizione degli usi e delle terre comuni, contro nuove ed esose imposte e un regime di occupazione militare. Il fenomeno di protesta diventò un movimento che venne chiamato Brigantaggio

L’evento ci offre la possibilità di riflettere e  comprendere quanta retorica ci sia nelle celebrazioni risorgimentali, quante ombre gravino sugli eroi messi a fondamento dello Stato, quindi quanta Storia ci sia da (ri)scrivere, o quanto meno da correggere, contribuendo a un corretto inquadramento della cosiddetta questione meridionale.  

Per pochi ma intensi anni, i briganti del dopo unità d’Italia misero sotto scacco quel Potere che si era presentato come amico ma che rivelò molti punti oscuri, resistendo a soldati ben più attrezzati grazie a tecniche di guerriglia che prevedevano agguati alle truppe avversarie, compiuti in ostici ambienti di natura selvaggia, con immediata ritirata una volta che avevano colpito.

ll ritratto che il museo rende dei briganti lucani, non li rende né santi né criminali tout court, ma certamente eroici nel resistere a qualcosa di più grande di loro che li avrebbe comunque schiacciati.

Il museo illustra questa complessità, attraverso il racconto delle vite dei briganti, dalle violenze commesse a quelle subite, passando però per le azioni solidali, riportando fedelmente le istanze materiali ma anche ideali che li muovevano, tutt’altro che cruente e infondate.

Lo stimolo intellettuale che se ne ricava è impagabile e la visita al museo è destinata a imprimersi indelebilmente nella memoria del visitatore.

Già la sede del museo irretisce per i suo trascorsi. Infatti, l’immobile, nato come edificio ecclesiastico nella metà del XV secolo, quale Grancia del Convento di Santa Maria degli Angeli di Atella, quindi con la funzione di deposito e granaio, è stato poi utilizzato quale caserma dall’esercito napoleonico e infine convertito a carcere circondariale borbonico nel 1832.

Colpisce emotivamente che le sale espositive siano state un tempo delle celle, alcune delle quali destinate ai detenuti ammalati, ai colpevoli di piccoli reati e alle carcerate di sesso femminile.

A proposito di donne, qui si scoprono le straordinarie figure femminili protagoniste del brigantaggio, l’aspetto più sorprendente del fenomeno. Figure forti e complesse, ricche di autentica carica trasgressiva.

Lo spazio importante che il museo dedica alle brigantesse le tratteggia come donne controcorrente e realmente rivoluzionarie per la società del tempo, le quali hanno raggiunto una sorta di parità ante litteram con gli uomini, assimilandosi a essi anche sul piano delle inevitabili derive cruente della lotta intrapresa.

La manifestazione ha dedicato spazi anche  alla musica e alla cultura culinaria, oltre che alla presentazione del libro ‘Terroni ‘ di Pino Aprile, svoltasi all’interno del ‘Palazzo G.Fortunato’.

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