DI BUFALE IN RETE E ALTRI PERICOLI

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ida leoneIDA LEONE

Si sta sviluppndo un ampio dibattito su un problema ormai ineludibile e che riguarda tutti i principali social network: la diffusione di notizie palesemente false o anche solo verosimili, ma delle quali nessuno si preoccupa di verificare la fondatezza, e che vengono peró diffuse “come se fossero vere” in strabilianti centinaia di migliaia di condivisioni e retweet. É un problema che riguarda l’intero mondo della informazione. “Mai come ora” mi dice una amica brava giornalista “il nostro ruolo, apparentemente reso totalmente inutile dalla rete (non c’é piú bisogno del giornale che mi faccia il riassunto del discorso di Renzi: posso ascoltarlo dal vivo e integralmente) é invece fondamentale per una nuova etica della attendibilitá, autorevolezza a verifica delle fonti da cui la notizia proviene“.

Sappiamo tutti come funziona: leggiamo un titolo in rete con una notizia in genere spaventosamente brutta o spaventosamente bella, e la condividiamo, ovvero decidiamo di (ri)pubblicarla per farla leggere anche ad altri. Molto spesso senza leggere il testo dell’articolo: perché la soglia di attenzione e bassissima, perché ci fa fatica approfondire, perché siamo indignati o esaltati dal contenuto del solo titolo. Poco importa che sia falso anche il titolo, o che il corpo dell’articolo dica una cosa differente dal titolo stesso. E così la falsitá si diffonde, diventando vera a furia di essere ripetuta. E se vogliamo dare una rapida occhiata a tutto l’articolo, é possibile che facciamo un danno anche peggiore: aumentano i clic sul sito di chi ha inventato la notizia falsa o l’ha distorta ad arte, e con i clic aumentano i guadagni in banner pubblicitari. In pratica qualcuno guadagna – e tanto – sulla nostra faciloneria. CONDIVIDI PRIMA CHE LO CANCELLINO!! GUARDATE COSA FA IL PERSONAGGIO X!! IL VIDEO CHE HA INDIGNATO IL MONDO! PERCHÉ LA TV NON NE PARLA! sono tutti esempi di titoli “acchiappa-cretini” o “clic baiting”.

Il contenuto delle bufale é il piú vario: si va da estremismi politici ad estremismi religiosi, da appelli medici a appelli per boicottaggi (inutili), da bufale razziste a bufale ambientaliste a bufale pure e semplici, notizie false costruite ad arte per fomentare ignoranza, odio, divisioni, settarismi. Riconoscere una bufala é (relativamente) facile, per chi sa dove guardare: e deve essere diventato un problema davvero importante, se colossi come Google e Facebook stanno cercando un modo per porvi rimedio. Il gigante di Mountain View ha deciso di negare il permesso di mettere propri ban pubblicitari su centinaia di siti, catalogati come “divulgatori di bufale”. La decisione ha fatto “vittime” illustri, blogger celebri come Byoblu, che ha gridato allo scandalo, ma di fatto non si tratta di censura: semplicemente, Google sta dicendo “non ti aiuteró ad arricchirti con le notiize false che inventi”, in parte danneggiando economicamente anche sé stessa. Certo, la sentenza di “sito fabbrica bufale” viene emessa da Google a suo insindacabile giudizio, e quindi anche su questo vale la pena approfondire: sará uno dei temi di discussione della edizione 2017 del Mediashow, l’Olimpiade internazionale della multimedialitá organizzato ogni anno da quasi 20 anni dall’Istituto Federico II di Melfi.

Del resto, se decidiamo che sulla nostra timeline Facebook non vogliamo piú vedere bufale ad es. razziste, uno dei pochi modi che abbiamo per raggiungere l’obiettivo é cancellare o addirittura bloccare “amici” che abitualmente le diffindono. In questo modo peró – aiutati dagli spietati algoritmi zuckerberghiani – ci creiamo una cosiddetta filter bubble, una bolla di amici che la pensano tutti come noi, e quindi finiremo pet convincerci che quella é la realtá, ed uscirne per affrontare diverstá di pensiero sará sempre piú complicato. “Bingo. L’informazione é morta e nessuno se ne é accorto”, dice Gianluigi Cogo in un suo bel post su questi temiLa caccia grossa alle bufale, insomma, é appena iniziata. Ne vedremo delle belle.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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