CAREZZE DI MUSSOLA E DI FICHI D’INDIA

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 by Carmen PafundiRacconti

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La forza e la forza e la nostalgia di  

CAREZZE DI MUSSOLA E DI FICHI D’INDIA

“Antonia è stata una figlia ribelle, una moglie austera e una madre egoista, che non ha saputo distinguere quando farsi obbedire e quando abbracciare, ma ha saputo chiedere perdono”.

 

Autunno, 2017

     Mi sembra di vederla: alta, corporatura esile e armoniosa, passo leggero ed elegante, abituata a lasciare comunque la propria impronta, ovunque passava, proprio come aveva fatto fino a pochi istanti prima, sul bagnasciuga e sulla rovente rena, come fra i campi arsi; lei, l’Estate, con i capelli pallidi, arroventati dal sole e dal sale, che prima di trascinarsi il suo scialle di mussola, così come la riva fa con l’onda, si volta per stringere la mano a quel giovane irradiato da colori ambrati, che illuminano soffusamente la sua coppola nocciola, come i suoi occhi irrequieti; obbedente a un rito arcaico, garbatamente la solleva, mostrando capelli fulvi e arruffati; timidamente la stringe nella mano sinistra, mentre impacciato le porgere la destra, per un ossequioso tacito passaggio di consegne, fra loro, suggellato da quel vento tiepido che ondeggia le prime foglie e che quel giovane, l’Autunno, dal temperamento mite, i modi gentili e il passo felpato, porta con sé, ovunque va. In dono le porge un acerbo cachi, appena colto; nella mano di lei sembra più bello di una gemma, che sulle sue labbra si accende. E poi è solo eco di sorrisi garbati, cambio di passo e di luce in cui tutto scompare.

     Mi perdo, fino a sfuocare vista e pensieri, nei colori mélange del mio gomitolo di lana, che sfioro con la mano, dopo averlo, come sempre odorato: profuma della saponetta che lascio nella scatola dove ripongo gomitoli avanzati e lana nuova. Il sole del primo pomeriggio d’Autunno, infiltratosi fra le persiane accostate, accende tutte le sue sfumature: dall’ambra all’arancio, dal ruggine al granato, dal marrone bruciato al verde bosco, a un intenso turchese. Nel ripetersi ciclico delle singolari sfumature, così si avvicendano i miei ricordi. È un gomitolo che si dipana al contrario; parte da quello scialle che vorrei realizzare, per finire, sfilandosi, a quel capo di lana, con il quale do inizio al mio scialle dal motivo immutato da quando, bambina, me lo insegnò la mamma e a lei la bis nonna: “a ventagli di maglia alta”. Faccio l’occhiello della prima catenella, poi la seconda e… inizio a ricordare: lei, la mia mamma, che per la propria, non era mai brava in nulla e in particolare a lavorare la lana. “Non sei portata!”. “Per suor Clorinda sono la più brava”. “Sor Clorinda ha imparato da me!”. “E tu dalla nonna”. “Anche lei ha imparato da me!”, e così la zittiva su tutto.

     Ogni inizio d’Autunno ho posato sulle spalle della mia mamma un nuovo scialle, che finivo sempre prima del suo. Nel tempo il suo gomitolo restava intatto nelle sue mani, dimenticando cosa esso fosse, cosa le avevo messo sulle spalle e chi la stesse accarezzando. Un diverso “scialle”, la demenza, la stava avvolgendo, senza scaldarla. Su quella sedia in vimini, sulla quale aveva tanto amato leggere e lavorare a maglia, sfiorava solo involontariamente i suoi ricurvi braccioli fino ad assopirsi, senza cercare il riposo. Sorridendomi, senza sapere perché, un pomeriggio d’Autunno, di tre anni fa, a settant’anni, si è addormentata per sempre. Per me, non solo a causa della demenza, ma per i troppi dispiaceri di cui ha sofferto fin da bambina.

     La vedo nitidamente mia madre bambina: corporatura esile, ma dal passo svelto, sonoro, quando era di fretta, interrotto da un salto qua e là, fra le strade acciottolate del paese natio, in Lucania, mai dimentica di fare un cordiale saluto e un sorriso sincero; come facevano suo padre e la zia paterna: i “diversi” della famiglia, diceva la madre. Nonna Maria Antonia, la vedo sbiadita, perché l’ho conosciuta poco, personalmente, ma così bene nei ricordi della mamma. Era tutto il suo opposto: possente, in carne, dal passo corto, ma dai pensieri lunghi, che in quella fronte bassa, sempre corrugata, ci stavano stretti; come stretta, sospettosa e sempre scorbutica e nervosa stava dietro al bancone della sua bottega nella quale vendeva un po’ di tutto, per non avere la necessità di chiedere niente a nessuno e il gusto di non concederlo a tutti, sentendosi a loro superiori.  “Antonia, come lo devi chiamare questo posto, dove per come l’hai riempito, non entri neanche tu?”, gli chiese ironico il marito. “Da Antonia, basta e avanza!”. “E che ti deve avanzare?”.

     Infatti, ad Antonia, come tutti la chiamavano, nella bottega non avanzava mai niente: vendeva tutto quello che si doveva vendere in giornata e quello che si doveva conservare, solo lei sapeva far uscire. Il bancone, poi, era la sua voce, quando ci batteva sopra la mano era per dirti solo: “Cosa vuoi?/ Il prossimo?/ Finito!/ Torna domani!”. Quando la batteva due volte era per richiamare o rimproverare marito e figli. Nonno Luigi la chiamava “gendarme” e batteva più i tacchi difronte a lei che ai suoi superiori in caserma, dove perché abituato al rigore di Antonia, fu il più ligio degli appuntati, tanto che gli fu concesso di occuparsi della cucina, sua grande passione, mai compresa da Antonia. “Ti sei messo la divisa per cucinare mo’?”. “Non cucino in divisa, ma servo la Patria e i miei superiori con lo stesso onore”, le diceva il nonno, e con i suoi stessi occhi lucidi lo ricordava la mamma, richiamando alla memoria immagini della caserma e gli odori della sua cucina; nella quale nonna Antonia non era mai stata, perché si vergognava. La sua “caserma” era la casa, dove, di ogni cosa, si dava il massimo della competenza. “Io rubo con gli occhi e so farli venire meglio!”, era il suo motto.

   Con gli occhi rubava anche l’allegria di sua figlia Demetria, la mia mamma; perché era la secondogenita e non il primogenito, il “figlio maschio”, che aveva cresciuto da sola, per otto anni, mentre Luigi lavorava al Nord, e non era l’ultima, zia Maria, perché, averla a quarant’anni, l’aveva salvata da un’infezione e dunque le doveva la vita. “Io perché sono nata, allora, mamma?”, le chiedeva fra le lacrime la mamma, dopo i suoi rimproveri, nei quali Antonia non mancava di rinfacciarle che come figlia non era alla sua altezza e la sua inutile presenza. “Non lo so, forse ero distratta”, le diceva cinica. La squadrava come se non la riconoscesse, ancor meno le piaceva con il suo volto arrossato dai suoi schiaffi e rigato da lacrime roventi, che le ricordavano quello della suocera. “Sei identica alla famiglia di tuo padre: musoni, impulsivi, voce alta, senza gusto, disordinati e sporchi!”. “Almeno appartengo a qualcuno”, si consolava la mamma. “Al peggio!”. “Perché hai sposato papà, allora?”. “Perché avevo fatto una scommessa”. Ed era vero.

     Avendo un carattere ribelle, essendo anche orfana di padre e figlia unica, in paese, aveva fatto tribolare la povera mamma Lucia e diversi pretendenti. “Si può sapere come lo vuoi? Se continui così passerai da orfana a zitella”. “Sono tutti ricchi e brutti”. “Belli e poveri neanche te li meriti”. “No, il primo bello che scende dal postale, anche se è povero, me lo sposo!”. Caparbia, la mattina dopo, Antonia si mise ad attendere il postale che veniva da Potenza. Dopo aver scartato alcuni del paese, vide scendere davvero un bel giovane: più basso di lei, la carnagione scura, come i capelli e quegli occhi vispi, che subito puntarono i suoi, per poi guardarsi intorno, cercando qualcuno. “Luigi, Luigino!”, si udì forte. Era un vicino di casa di Antonia, e Luigi era quel cugino che spesso nominava: il padre, mai conosciuto, era morto in America, la mamma, già vedova del primo marito, viveva con loro. Venne, infatti, a dargli una mano nei campi, perché non aveva trovato un lavoro sicuro da nessuna parte. E neanche lo trovò quando si sposò con Antonia e quando nacque il primo figlio, Tonio. “Perché Tonio e non Demetrio come mio padre?”. “Perché non mi fido ancora di te”. Fu grazie all’interessamento di un ex pretendente di Antonia, che, più per vendicarsi della sua scelta, fece entrare Luigi in Polizia e fu mandarono a Trieste. Una lettera da Luigi la informò di un’eredità dall’America. Gestì tutto lei: comprò una casa sulla strada principale del paese, la piccola bottega e pagò studi e cure studiare Tonio, che aveva poca voglia e salute. “Anch’io voglio studiare, fino alle scuole grandi, mamma”, le diceva la mia mamma. “Che ti serve?”. “Voglio fare la maestra”. “Ti basto io come maestra e mi servi qui!”. “Non voglio stare in bottega”. “Starai a casa”. “Questa no è casa, senza il mio papà”.

     Quando nonno Luigi, in otto anni, e molte più amanti, fu avvicinato a Potenza, dopo Salerno e Bari, nonna Antonia, che comunque non l’aveva tradito mai con nessuno, di quanti avrebbe potuto, era diventata “la moglie del poliziotto”, una madre insoddisfatta, di tre figli cresciuti nel riflesso del suo differente affetto per loro, e una donna ancora più intrattabile. “Luigi, non ti lascio perché non voglio far fare brutta figura all’Arma, ma se mi tradisci ancora, ti giuro, che ti uccido con la pistola tua!”, le disse puntandogliela nel buio. “Non sai sparare, Antonia”, le disse ironico. “Appunto!”.

     Nonno Luigi non la tradì più ma lasciò lei prima di quanto immaginasse; “a tradimento”, disse Antonia, ma con tutti gli onori: fu stroncato da un infarto mentre era in servizio. Chi pianse profondamente la sua prematura scomparsa fu la mia mamma e i parenti del nonno. Demetria, per tutti, perse quel papà che tanto l’aveva amata e protetta; che le aveva dato il privilegio di visitare la sua caserma, di correre nelle stanze, fino alla sua famosa cucina e di farsi persino tagliare i capelli come un ragazzino, incurante delle urla della mamma. “Papà, da grande farò la poliziotta!”, diceva mettendosi il suo cappello, che standole largo le cadeva sul volto. “Non ci sono donne in Polizia, ma un giorno forse sì… Tu saresti la migliore, a papà!”, le diceva commosso, poiché non poteva avere lo stesso onore dal maschio, che saluta a parte, obbiettava a ogni sua proposta. “Non mettergli idee strane in testa, a quella”, le diceva togliendole bruscamente il berretto. “Pensa a trovare qualcosa da fare per tuo figlio, piuttosto, che è il maschio”. “E che gli devo trovare, se non studia, perché sta sempre malato?”. “Quello è debole di bronchi, ma sempre maschio è!”. “E ti pare niente? Più della bottega tua, a fare i conti, dove può stare?”. “Fa il salame!”, disse sorridendo Demetria. “Non prenderti gioco di tuo fratello grande, tu, che non sai fare i servizi di casa!”, l’ammonì con uno schiaffo. “Io voglio studiare!”. “Ancora?”. “Mi piace studiare e leggere!”. “Che lavoro è?!”. “Antonia, finché ci sono io in questa casa, i miei figli sono tutti e tre uguali!”. Il giorno in cui morì, fra rabbia e disperazione, Antonia disse: “Vostro padre, buonanima, Dio lo sa, morendo ci ha lasciato più soli di prima, ma da oggi si fa come dico io!”. “Abbiamo sempre fatto così!”, scappò a Demetria, che fu zittita da uno schiaffo. “Tonio, è maschio, deve studiare per diventare qualcuno. Tu, indisponente e scostumata, ti occupi della casa e di tua sorella Maria, che deve fare anche i compi, mentre io sto in bottega”. “Ma io devo andare a scuola… Papà ha detto…”. “Tuo padre non dice più nulla e anche tu hai finito di dire e fare quello che ti pare a te!”. Tutta la notte piangeva l’assenza del suo papà, di giorno, dalla finestra della minuta cucina, dove Antonia l’aveva relegata dall’età di sei anni e dove, a sedici, Demetria, si sentiva già logora, le arrivava il vociare delle sue compagne di scuola, delle Medie, che andavano alle Magistrali a Potenza; dispiaciute, non mancavano di passarle quei libri, che leggeva avidamente e di nascosto. Di nascosto le arrivò anche il bene di Domenico, un compaesano emigrato in Germania e tornato carpentiere specializzato, per realizzare il suo sogno: costruire ponti. “Il prossimo che faccio, Demetria, arriverà alla Luna!”. “Che ci devi fare sulla Luna?”. “Ce ne andiamo tu ed io!”. Dopo un travagliato anno di fidanzamento per le opposizioni di Antonia, poiché si sposava prima lei del fratello, che non era neanche fidanzato, si sposarono e andarono ad abitare in via Luna, nel punto più alto, in una casa costruita da Domenico. Alcuni mesi dopo Demetria aspettava un figlio: desiderava fosse una bambina per darle un nome da femmina, Demetria aveva il nome del nonno, voluto da Antonia per dispetto alla suocera, che si chiamava Costanza. “Non metterle Maria, perché ci chiamiamo già io e tua sorella”, disse a Demetria. “Veramente si chiama anche mia suocera e toccherebbe…”. “Che c’entra, quella si chiama Maria Maddalena! Io porto il nome della Madonna”. La mamma mi chiamò Stella, come la giaculatoria alla Vergine del Carmelo: Stella del monte Carmelo, che sentì dire mentre emisi il primo vagito, dopo un parto sofferto che mi fece nascere cianotica. “La mia Stella, la mia luce!”, mi disse stringendomi a sé fra le lacrime e avvolgendomi nella mussola. “Dovevi fare un maschio, ti sarebbe stato più utile, e davi onore a quella mussola”, la gelò la mamma. “Smettila, Antonia!”, l’ammonì sua madre. “Quella mussola è la stessa che ha avvolto te e i tuoi tre figli. Per quella brutta lingua che hai meritavi di stare in una cesta di fichi d’India!”. Uscì sbattendo la porta e per quel rimprovero, davanti a tutti, non rivolse più la parola alla madre, fino alla morte. Dieci anni dopo, il giorno in cui morì, andò nell’orto e afferrò a mani nude un fico d’India e lo spappolò: non sentì il dolore delle spine, ma quello inalienabile del rimorso.

     Fu il povero zio Tonio a non essere utile neanche a se stesso: malato di pleurite cronica fu riformato, escluso dagli impieghi pubblici e statali, quanto allontanato da fidanzate spaventate dalla sua salute; anche in bottega ci stava poco, poiché era umida e rischiava di contagiare. Rimase zitello e il diploma di ragioniere servì a riempire un vuoto nella sua camera. Fu la stessa cosa per quello, magistrale, di zia Maria: sposò un benestante di Salerno e non ebbero figli. “Quanto avrei voluto il tuo diploma, per insegnare”, le diceva Demetria. “Ed io tua figlia, per essere madre”.

     Un ennesimo attacco polmonite vinse zio Tonio, una mattina d’Inverno, a cinquant’anni. Nonna Antonia lo pianse come se avesse avuto cinque anni e a quel tempo volle restare: si avvelenò con il verderame. La mamma la trovò agonizzante: non cercava giustificazione, solo il suo perdono. “Sì, aveva ragione la nonna, Tonio e Maria li ho avvolti nella mussola, e a te ti ho accarezzata con i fichi d’India; ma non ti ho voluta meno bene di loro; tu sei solamente stata più forte, anche e di me”. La carezza che le fece la mamma fu così dolce da accompagnare il suo ultimo respiro e lenire ogni proprio rancore.

     Quanto io abbia lenito il dolore di mia madre non ho potuto più saperlo, per la demenza mi ha lasciata, tornando bambina e tante carezze non avute le ho restituito, ma so che non avrò il suo stesso riscatto, quanto solo un diverso dolore: la mia unica figlia, che amato chiamare Demetria, per una malformazione cardiaca congenita è vissuta fino a cinque anni e mio marito mi ha lasciata, perché non se la sentiva di vivere di ricordi. Meglio ricominciare altrove.

     E quel fragile telo di mussola, arrivato chissà da dove, che ha avvolto la bis nonna Lucia, nonna Antonia, la mia mamma e suoi fratelli, me e mia figlia, è rimasto con me, custodito in una scatola che torno a riaprire per stringerlo fra le mani, come fossero i miei cari; e non è più mussola, ma quello che mi va di rivedere: spesso è un fico d’India, che piacevano poco alla mamma e tanto a nonno Luigi; i suoi colori ambrati e scarlatti, il sapore dolce, a volte acre e poi granuloso dei suoi semi, ma anche il dolore intenso e penetrante delle sue spine; e dunque il dolore degli schiaffi di nonna Antonia alla mia mamma, ma anche la dolcezza degli abbracci del suo papà; il tepore dei baci dati a mia madre, senza vita, fra le mie braccia, così come a mia figlia; il dolore pungente della solitudine e l’avvolgente leggerezza del perdono.

    Mi sembra di vederlo l’adagiarsi alternato della vita fra la mussola e i fichi d’India, mentre un altro mio scialle d’Autunno è finito.

– Fine –

 

Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone, narrati in questa storia è puramente casuale e di fantasia.

Tutti i diritti riservati.

Foggia, 23 settembre 2017

Copertina: Picasso, Madre e figlio acrobata, 1905

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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