
PIPPO CANCELLIERI
Carletto.
Vincenzina davanti alla fabbrica….
Questo Milan che non vince più!
Il piazzale. Enorme e solo per un pezzo asfaltato.
La nebbia che sembrava uscire dalle pozzanghere.
La pioggia fitta e sottile come milioni di aghi.
Sotto i cappotti delle seicento persone, le tute blu da lavoro.
E bandiere, alcune col puntale di alluminio a forma di falce e martello.
Ed il rosso, presente dovunque, per la giornata grigia sembrava grigio.
Proprio uno splendido giorno di merda per ritrovarmi davanti ai cancelli della Liquichimica di Tito con Carletto.
L’ing.Ulisse Seni aveva posto in essere l’idea di Colombo e che altro non era che il sogno di tutti noi, far venire la fabbrica al Sud dai Meridionali, piuttosto che questi, da emigranti nelle fabbriche del Nord.
Un magnifico stabilimento che doveva produrre urea in qualità di elemento base di ogni tipo di concime.
Gli ex braccianti di Montescaglioso, i cooperatori di Aliano, i viticoltori del Vulture, e pure gli orticoltori di Metaponto avrebbero acquistato ad un prezzo finalmente giusto il concime, non fosse altro perché questo era finalmente prodotto in Lucania!
Così il cerchio si sarebbe chiuso con la terra che dai Doria ed i Savoia con la Riforma Fondiaria, spezzata in piccoli quartini con una casa/stalla in un angolo, e consegnata ai derelitti della terra (nel senso di lavoratori senza terra), avrebbe finalmente, attraverso il lavoro, creato benessere.
Peccato che i figli degli assegnatari di questi fazzoletti di terra, nell’ attesa e non sapendo fare altro erano cresciuti.
Mike Buongiorno intanto, con la pubblicità della grappa, aveva creato il bisogno di bere un digestivo sotto la parete nord del Cervino, con un gruppo di amici, tutti dotati di sci e con una bella ragazza al fianco e bionda per giunta.
A quindici chilometri dal primo paese e nell’afa implacabile dell’estate meridionale, senza un filo di vento, pochissima acqua e il fetore della stalla accanto, era ancora più necessario andare sotto la parete nord del Cervino.
E così appena possibile tutti di nuovo sul treno per Torino, a mendicare stavolta, un lavoro nelle fabbriche del nord.
Senza mai più, come poi è stato, tornare di nuovo nel sud.
Carletto ed io però non vedevamo allora altro che il cancello della fabbrica sbarrato, due guardiani in divisa di là e dietro di noi i poliziotti del Reparto Celere di Foggia coi manganelli in mano.
Di colpo da operai (e studente) stavamo per diventare pericolosi malviventi da picchiare e poi scaraventare con un calcio nei cellulari, che allora non erano i telefonini, e che pronti ad accoglierci sostavano in fondo alla piazza, minacciosi nella nebbia.
Carletto sembrava caricato da una molla di acciaio inox mentre con l’eskimo aperto, tra la pioggia che scendeva indifferente e con un fascio di giornali sottobraccio, correva di qua e di là, ad incitare, calmare, e spiegare che era un diritto di tutti scioperare, anche di quelli col casco che ci guardavano di dietro.
Già quelli col casco che fra poco, visto che era ormai ora di pranzo, agli ordini di un ufficiale in borghese con la fascia tricolore e sciabola in mano, allo squillo di una tromba ci avrebbero caricato.
Chissà come si sarebbero sentiti tutti questi fra qualche anno a caricare i figli nelle piazze italiane, figli anch’essi ad esigere solo un diritto: il lavoro.
All’ingegnere era subentrato il ragioniere.
Il rag.Ursini che s’era comprata la fabbrica aggiungendola al patrimonio del gruppo Liquigas.
Nuove idee, più grandi, erano state lanciate ai politici e al mercato dell’epoca.
Dal petrolio con l’aiuto di batteri operosi si poteva trarne proteine in quantità pressoché illimitata.
Le cosiddette bio-proteine.
Carne dalla sintesi frazionata del petrolio.
L’idea in sé geniale già allora messa in pratica da altri per altri processi come l’industria estrattiva, ed oggi ulteriormente ampliata in settori, consisteva nel far metabolizzare gli scarti del craking del petrolio, essenzialmente cere, al fine di ottenere una proteina di sintesi.
Il prodotto finale nella intenzioni di Ursini, poteva essere utilizzato per l’alimentazione animale nell’industria zootecnica e con l’animale, appunto, una volta macellato, pronto per le tavole degli umani.
Geniale appunto.
Solo che i ceppi di batteri non potevano e al momento ancora non possono, seguire un protocollo codificato, in quanto organismi troppo semplici e quindi incapaci di controllare l’effetto di una loro improvvisa mutazione, sempre in agguato, perché dipendente da infinite condizioni al contorno anche solo in funzione della variabilità delle cere introdotte.
Mi spiego meglio. Eserciti di batteri in ogni istante nel nostro corpo trasformano elementi semplici in complessi e quindi ne permettono la assimilazione; ma questo avviene in un ambiente estremamente controllato che funziona sempre allo stesso modo controllato com’è anche solo ad esempio dagli enzimi, che altro non sono che una specie di imbuto dal quale esce solo quel tipo di sostanza e solo quella.
Tanto questo è così vero che appena ammalati, in un corpo con parametri di funzionamento anche solo alterati di pochi gradi centigradi, i batteri iniziano letteralmente a mangiarci da dentro, fino a che se non si interviene, sono in grado di digerire noi, compresi i virus che magari pure portiamo a spasso.
Ma al momento questo era che già in alcune raffinerie del gruppo erano in corso esperimenti avanzati.
Lo stabilimento di Tito doveva essere quello che affinava il processo producendo alla fine cubetti di “proto-carne” adatta ai successivi utilizzi.
Perciò a mare tutte le linee che dalla ammoniaca (contenuta nelle due sfere di acciaio che ancora oggi si vedono nel simulacro di stabilimento che ancora esiste), mista a calce e acido solforico erano in grado e pure cominciavano a produrre concimi.
Concimi che per la verità iniziavano ad arrivare dai paesi emergenti sia come semilavorati che come prodotti finiti in sacchi pronti all’uso, naturalmente alla metà del prezzo di vendita degli stessi al cancello della fabbrica di Tito Scalo.
I seicento addetti pertanto non servivano più, e se non tutti almeno quelli che non potevano per cultura o età essere riconverti nei nuovi processi.
Ecco perché con Carletto ero lì quel giorno sotto la pioggia.
Decine di miliardi al primo proprietario, che a tempo perso davanti la Stazione di Potenza aveva messo a stabulare trentamila maiali con tutto il loro carico odoroso, e centinaia di miliardi al secondo proprietario e neanche un sacchetto da dieci chili di nitrato di ammonio prodotto.
E tutti quei cazzoni là fuori che invece di accontentarsi della cassa integrazione, eterna come è stato con il placet di tutti compreso i sindacati, a protestare pronti a ricevere un fracco di legnate.
Carletto davanti alla fabbrica.
E la Juve che stavolta non vince più.
Poi nelle lunghe ed inutili giornate di cassa integrazione per lui e di fuga dal testo di Meccanica applicata alle Macchine, insieme c’eravamo scoperti fotografi.
E via in giro fra le montagne attorno per matrimoni con una Yashica 124G lui, ed io con una Canon Ftb a fotografare per quattro lire spose rubiconde e sposi straniti, tutti circondati da zii paonazzi di vino paesano e curatissime madri cha iniziavano a sapere di nonne.
Mal di testa finale dell’una di notte e qualche volta una frenata improvvisa della cinquecento, subito dopo un tornante, a vomitare maccheroni con troppa cipolla.
Don Gerardo Pecoriello (Cine Foto Bucci), la mattina seguente, con la sempiterna mezza Nazionale incollata all’angolo sinistro della bocca, bofonchiando gentile le solite frasi sul fatto che dovevamo passare almeno al Tessar di una Rolleiflex, infilava i rullini in un sacchetto nero ed il sabato seguente ci restituiva cento foto da album in formato ventiquattro per trenta centimetri e pronte per il comò della sposa per i successivi venti anni.
La mattina dopo, domenica, si rifacevano all’incontrario le curve di sette giorni prima, e previa dazione di, pochi, fogli da diecimila lire si consegnava il tutto ai suoceri riuniti in collegio; questi poi al ritorno dei due sposini, e che a volte erano partiti in tre, facevano trovare il ricordo immortale del matrimonio sul letto nuziale testimone da li in avanti di frettolosi amplessi e lunghe scorregge liberatorie.
E quasi sempre si rimediava qualcosa, un cesto di uova, un chilo di paste secche avanzate ma ancora buone da mangiare, e sempre una orrida bomboniera che al tornante del vomito, chi prima dei due poteva, lanciava dabbasso fuori dal finestrino.
Si faceva anche altro, foto d’ambiente per gusto puro, e foto d’archivio di documenti per conto del dirigente illuminato di qualche Ente che così sperava di lasciare una traccia di fogli altrimenti deteriorati dall’uso ed avviati tristemente al cestino.
A questi ultimi cercavamo, ovviamente inutilmente, di spiegare che lo strato della pellicola era ed è steso su un letto di gelatina animale del tutto identica a quella delle torte della zia o delle caramelle gommose e che, se non mantenute in un ambiente fresco, a bassa umidità e al buio, nel giro di pochi lustri sarebbero state digerite dai batteri.
Stramaledetti batteri.
Poi avevamo scoperto che lui, Carletto, era più bravo e non solo per formazione di chimico, a sviluppare i negativi e poi a stamparli anche a colori, mica solo in bianco e nero, che questo lo sapevano fare tutti.
Il Cibachrome è vero costava una cifra, ma l’effetto metallico sui verdi era speciale; come speciale era il verde della Agfachrome per cui insieme in sequenza producevano sfumature infinite fra il giallo e il marrone, passando dal verde più verde delle penne di un martin pescatore!
Stavamo molto attenti al rosso, io in ripresa e lui in sviluppo e stampa, perché questo, per via del materiale usato risultava sempre con un ché di opaco, smunto e spento, per cui cercavamo di relegarlo ai piani di accompagnamento, mai ai principali.
Per trattare il rosso in modo adeguato bisognava partire dalla Kodachrome ed inviare le diapositive in Albione, col rischio minimo di uno scambio, oltre quello di un sicuro svuotamento improvviso dello smunto e sofferente portafogli di allora.
Gli dicevo che avremmo potuto superare l’ostacolo partendo dal negativo colore, abbandonando le dia, e con il passaggio di stampa in sintesi additiva, tentare di esplorare meglio i rossi.
Don Gerardo, pragmatico come sempre, ci chiamava “perditempo” perché le sue macchine, completamente automatiche e in sintesi sottrattiva, ottenevano lo stesso effetto.
E poi aggiungeva salendo sul trono dell’esperienza:
– Siete in grado di garantire trentasei gradi ai bagni anche solo per venti minuti?
Io rispondevo di sì. Carletto pensando alla cucina di Franco, anzi Don Franco, dove avvenivano i misfatti costituiti da sviluppo e stampa, amaramente rassegnato rispondeva di no.
Avevamo entrambi ragione, io che come al solito volevo imbarcarmi a bordo di una canoa verso gli States, e lui che l’avrebbe fatto ma almeno su un cargo, anche battente bandiera liberiana, se qualcuno mi permette la citazione.
A proposito di America, avevamo discusso più volte di questo viaggio, con lui che si sarebbe fermato appena dopo l’Atlantico ed io che avrei proseguito oltre il Pacifico fino in Vietnam.
Nel Golfo del Tonchino a filmare l’agonia del gigante armato di tutto punto, abbattuto da un topolino, seminudo e con le gambe storte e nodose.
Mi sarei portato un sacchetto colmo di Kodak così che il Bonzo in fiamme per protesta, agli angoli degli incroci di Saigon assieme alla sua tunica rossa, simbolo di appartenenza al credo Buddista, avrebbe reso più tragico l’effetto della protesta sacrificale.
Mi sarei portato anche le Agfa così che i verdi delle foreste tra il delta del Me-kong ed il Laos, virate in marrone dai defoglianti irrorati a tonnellate dalle fortezze volanti avrebbero reso ancora più amara la scena.
- Il nostro Vietnam è qui.
Diceva alla fine Carletto.
- Hai ragione, e noi siamo i Vietcong a combattere una guerra che alla fine vinceremo.
Dicevo io.
Macché!
Quale vittoria se le diossine per i defoglianti le producevano disperati operai italiani a Seveso.
A Seveso, che per la fuga di pochi etti di quelle sostanze, dove ancora oggi si distribuiscono sgraditissimi tumori.
E tutti sapevano.
Politici, sindacati, e di certo pure la Chiesa.
Tranne noi due scemi e poche altre decine di milioni di fessi nostri connazionali.
E la “elite” nei salotti del centro con le signorine chiaramente parenti della Lewinski in ginocchio sotto i tavoli.
Solo da adulti strafatti avremmo scoperto che le tante Monica che avremmo poi incontrato, per denaro è ovvio, esercitavano il mestiere mentre lui ed io, bagnati fino al midollo correvamo dietro al sogno di un mondo senza peripatetiche e venduti.