CENTRALITA’ DEL SUCCESSO E MORTIFICAZIONE DEL TALENTO

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LUCIO TUFANO

In provincia il successo non è mai esistito, perché a parte il piccolo ambiente la cui nevrosi è quella di una condizione sovietizzata e sovietizzante che mette in condizione chi riesce ad emergere di non apparire e di non frequentare gli altri, per l’invettiva ed il soffio gelido dell’invidia. La creatività e la produzione di prodotti, o manufatti del talento non trovano una situazione favorevole, fatta eccezione per quelli la cui sensibilità consente di aprezzarli, di un mercato capace di compensare il lavoro e le cose che il talento realizza. Ma già le difficoltà si incontrano nella mancanza di strumenti, occasioni e strutture in grado di realizzare qualsiasi prodotto. I falsi profeti della TV e le didattiche impartite da chi, fruendo di un mezzo che
trasmette a milioni di telespettatori il verbo (spesso inconsistente e a volte imbecille) di coloro che si avvicendano quotidianamente nel video, si reputa in grado, in dovere ed a titolo gratuito di fare le proprie lezioni di vita, di filosofia, di morale a tutti gli altri; e quel che è peggio senza contraddittorio. Questo è il portato della centralità del successo. «Nessun centralismo fascista – scriveva Pasolini nel dicembre 1973 – è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Se vogliamo il Fascismo proponeva un modello reazionario e monumentale, che poteva ben restare lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie, borghesi) continuavano imperturbabili ad uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi invece l’adesione a modelli, imposti dal centro, è totale ed incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana». Pasolini attribuiva già da allora le ragioni di una tale repressione alla rivoluzione sociale, a quella delle infrastrutture che strettamente ha unito la periferia al centro, ancora non completamente in verità, alla rivoluzione del sistema d’informazione, la televisione in particolare, che ha fatto sì che il centro si arrogasse la pretesa di interpretare l’intero paese, così storicamente differenziato e ricco di culture originali, «una opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza», ma anche illudendo i giovani sulla facilità di emergere e di guadagnare, sulla possibile e facile dimestichezza del sesso, sulla immoralità dei protagonisti, attori, conduttori e perfino figuranti, sull’inevitabile aureola di “divo” per chi riesce ad arrivarvi. L’industrializzazione ed il consumismo hanno imposto i loro modelli, e non si accontentano più dell’uomo che consuma, ma pretendono che non siano concepibili altre ideologie che quelle del consumo: «un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane». Oggi ancora più forsennatamente teso verso la depravazione e la spudorata esibitoria di corpi femminili e di scene poco educative, specie per i minori, anche quelli che assistono alle trasmissioni in compagnia dei genitori. Da noi, poi, nella nostra realtà, sembra si sia ormai sistemata la questione, per cui si è rasserenata la coscienza di chi ha operato con soldi ed iniziative per iperattivismo culturale … Ma quanto si verifica da noi fa parte di un parossistico consumo culturalmondano con il quale e dopo il quale tutto resta come prima. Tutto questo naturalmente si accompagna ad una sindrome d’ambiente, una sorta di incompatibilità psicologica cui la piccola borghesia di intellettualoidi, di scrittorelli, di arroganti e di politicanti si abbandona, un “nemo propheta” intollerante e schizoide, un deciso misconoscimento del talento locale e una guerra hobbesiana di tutti contro tutti dove i più primeggiano nel non ammettere che qualcosa di buono possa venire da veri artisti o intellettuali del posto. Una competizione sorda di alcuni più basilischi di altri, di quanti forse temono di perdere quel minimo di protagonismo loro affidato dalla tv, dal Levismo o dallo Scotellarismo, dalla più che ossessiva o tentazione poetica degli anni ’50 e seguenti, dalle posizioni di potere costruite intorno alla politica e alle strutture pubbliche (Università, Premi vari, Regione ed enti come Province e Comuni, Titoli ed associazioni …). Nella palude dello Stige lucano basta un gioco di staffetta che pochissimi pongono in essere e che fa da squadra, per non consentire che alcun fascio di luce possa venire irradiato su più autorevoli e consistenti produzioni. Il narcisismo di provincia, alimentato dalla pigrizia e dalla ignoranza dei più, opera il silenzio intorno alla creatività e alla intelligenza per fregiarsi dei grandi nomi nazionali, di quelli già affermati, di luminari delle Università storiche, invitati qui a declamare e a portare un po’ di luce riflessa nella infima gora. Fra l’altro le guerre tra lillipuziani senza strategia e solo come idiosincrasia, guerre che si consumano senza esprimere nulla, fanno capire come la sindrome esterofila coincida con un desolante subconscio di sterminio. Sgarbi, Cacciari, Veneziani, Russo, De Crescenzo, Del Boca, Piero Dorfles, storici di altre regioni, Galasso, Roncone, Cuozzo …, professori della “Cattolica”, della “Bocconi”, di Università più rinomate, giornalisti della televisione nazionale e delle grandi testate, vanno benissimo per soddisfare, con il bagliore dei nomi e di opere già di successo e divulgate dalle grandi case editrici, ad elettrizzare i fautori della cultura indigena e subordinata o, meglio, gregaria. La nostra Università, poi, sembra non accorgersi di quanto vi sia di buono e di quanto, in qualità ed originalità, si produca in questo sciagurato parallelo. Qui si riscontrano le apatie e le nevrosi di eruditi che fanno pompa delle loro nozioni e che non sopportano idee ed interventi di altri “non titolati”. È la volontà assoluta di un purgatorio delle mediocrità che, con l’avallo delle istituzioni rette da pressapochismo e superficialità, si erigono a simbolo di preveggenza e diseredano ciò che li circonda. In tale realtà vige l’ossessiva presenza di chi, per caso fortuito o per il sostegno di strutture, strumenti e di potere mediatico, è reclamato da una indistinta platea di spettatori. Effervescenza e nevrosi dell’iperattivismo di una regione dove le centinaia di iniziative riempiono il panorama angusto ma assordante, tanto da suscitare le invidie delle regioni più grandi. Allo stato di coma, alla infelicità di questa parte del Sud, viene imposta una terapia fatta di decine e decine di tentativi artificiosi posti in essere da gnomi attivissimi. Una clinica della cultura, che non ha primari e chirurghi, che non ha ancora luminari e perciò ha bisogno di taumaturghi esterni. Uno stato d’ansia, un nervosismo che, invece di organizzare dibattiti democratici di chiarimento, di recuperare l’essenza delle innovazioni e del fermento, governa questa frenetica esibitoria. Tutto ci relega da attori a spettatori, riservando il palcoscenico agli attori esterni e a qualche improvvisato o sprovveduto anfitrione di qua. Intanto non si produce nulla di veramente grande per una comunità drogata dal divismo centralista (televisivo e politico), catturata nei ruoli gregari e di aspettativa, frastornata di ascolto e di spettacolarità passive, non vocata né abituata ad esporsi e che incassa docilmente il suo stato di incomunicabilità e di mutismo. Di qui la denuncia va fatta contro la “centralità del successo”. Un successo consumato e da museo, già celebrato negli annali della storia dell’arte, nella televisione e nelle produzioni editoriali di milioni di libri, che, supplicato e pagato da chi suole fregiarsi dei grandi nomi, viene a visitarci, a colonizzarci, nelle persone degli autori e nelle riproduzioni di opere e di pubblicazioni, perché da questa latitudine si possa fruire di una catarsi necessaria, la cultura come importazione e come consumo. È fattore di sviluppo questo modo di fare cultura? C’è chi sostiene “che il basso livello di consumo culturale coincide con il livello altrettanto basso di sviluppo socio- economico”. Occorre verificare in che modo la cultura possa produrre profitti: se si tratta di cultura prodotta, i profitti potrebbero anche esserci, ma se si tratta di cultura di consumo o di spettacolo, no di certo. E poiché si è usata la parola “cultura” in chiave indefinita, non si allude mai a quella attiva o a quella passiva, alla cultura di produzione o a quella di consumo, alla cultura da esportare o a quella da importare, alla cultura di assimilazione, a quella didattica o a quella creativa, o di patrimonio, di giacimenti e di risorse …, alla ricerca e valorizzazione della nostra identità urbana o regionale. Per diventare protagonisti del proprio percorso, per far sì che si conosca e si riconosca la nostra identità e la nostra storia, occorre partire da noi “evidenziando i nostri più specifici caratteri”. Ciò può finanche portarci a trasformare un problema storico, quello dell’antica marginalità e perifericità, in un’irripetibile opportunità, in elementi di straordinaria originalità: in un valore aggiunto. Ed allora? Quando accenderemo i fari su ciò che abbiamo? Quando scopriremo i nostri giacimenti? Quando abbandoneremo la fossa in cui siamo caduti per risalire in superficie e valorizzare talenti e beni culturali? E per fare tutto questo non occorrono i professori delle metropoli, come accadeva nelle lontane regioni africane, dove solo i colonialisti e gli imperialisti portavano i banchi, i medicinali, la civiltà e costruivano musei ed autostrade. Mentre permane da noi e nel Paese la cinica “centralità del successo”, con la miopia dei nostri politici e dei nostri amministratori, con una tale forma antica e provinciale di complesso, rimaniamo penalizzati anche noi da una sorta di colonizzazione della cultura egemone su quella autoctona, peraltro da noi stessi accettata, per cui noi stessi diventiamo platea, pubblico stupito e plaudente per tutto quanto ci viene propinato di buono, di mediocre o di sublime, ma che è stato prodotto da altri. Importiamo tutto, perfino le espressioni di bluff nazionali, riverendole come autoctone, mentre sciupiamo occasioni e possibilità di privilegiare le nostre risorse, il prodotto di qualità del nostro talento. Non solo il talento manifestatosi nelle epoche più recenti, i pittori e gli scrittori, gli artisti del nostro novecento, non solo quello delle epoche più remote, bensì il talento di oggi che stenta a manifestarsi in una produzione fruibile da parte di tutti, quello che rimane ostinatamente anonimo a ragione di una volontà assoluta, imbastita di ignoranza, invidia ed una predisposta indifferenza, ostentata da tutti coloro che hanno per vari motivi, occupato un solo pezzo di ribalta. La nevrosi piccolo-borghese e quella esponentista del sottoproletariato istruito e con titolo di studio, di chi è affetto da mania esibizionista e di ansia arrivista, non rispetta la personalità e l’intelligenza degli altri, anzi, per costoro non esiste nessuno che possa fargli ombra, ostinandosi a non voler riconoscere la superiore capacità intellettiva di altri, quando c’è. Si tratta di una forma assai frequente e diffusa di fenomeno presente nella provincia, nei partiti e negli ambienti della cosiddetta cultura. Una sorta di schizofrenia disfattista che porta il piccolo borghese affetto da questa sindrome a disconoscere o annientare chiunque abbia prodotto un’opera, o abbia fatto un lavoro, o compiuto una ricerca, scritto un articolo, un libro o di opere allestite faticosamente in mostra, o di un gruppo di giovani che hanno realizzato una rivista … Fra l’altro il rimescolamento delle condizioni sociali, la confusione e l’eliminazione delle classi, la massa di giovani portata da demagogie varie, da tentazioni egualitariste, da ambizioni familiari, da speranze di sistemazione e da illusioni carrieristiche a conseguire titoli di studio, a scribacchiare carte, a stampare

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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