CENTRO STORICO

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di GERARDO ACIERNO
C’è una pietra particolare nel territorio del mio paese – tenera, decorativa e comunque senza cavità o vuoti interni – che somiglia tanto alla mia infanzia. Non l’infanzia vera ma quella che si estende dal primo giorno all’asilo delle suore Missionarie del Sacro Cuore fino all’ingresso nel mondo del lavoro che per me è coinciso, a vent’anni, con l’entrata in un’aula di Scuola Elementare dicendo a un buon numero di alunni, tutti maschi e tutti in grembiule nero, colletto bianco e fiocco rosso: “Ciao, sono il vostro nuovo maestro”.
Quella pietra, quella sua gradazione di grigio e di scuro, me la ricordo bene su per le stradine pavimentate di umido e di scheggiature; strade fiancheggiate da portali scolpiti bellamente e illuminati da un cielo a scacchiera biancazzurra: alternanza di nuvole e di celeste in un continuo gioco di luce e di ombre, un po’ come la vita di tutti noi che le frequentavamo quelle strisce di storie e di umanità, dove la solitudine non alloggiava e le sventure non erano mai singole ma si scioglievano nella collettività. 
Ricordo bene quelle case, addossate una all’altra come i fanti di un esercito napoleonico, raccolte in un abbraccio che sapeva di difesa dal gelo di inverni feroci e dai continui tremori della Terra seminatori di paure e preghiere. Case al massimo di due piani e un pugno di gradini all’ingresso sui quali giocare con le figurine anni Cinquanta, riposare nei pomeriggi ferragostani, ascoltare storie di briganti e di megere oppure nelle belle serate di giugno assaporare il profumo delle ginestre in risalita dall’estesa boscaglia del colle sul quale il paese poggia.
Ricordo bene quelle stradine che infine si ricongiungevano nel piazzale davanti la Chiesa Madre, con il suo trecentesco campanile molte volte danneggiato dai terremoti e dall’ingiuria del tempo e sempre ricostruito dalla fede e dalla carità della gente. I due enormi, grandiosi portali agli ingressi e quella pietra scolpita a primeggiare nella luce del sole che si dilettava a giocare con le rondini e i piccioni prima, durante e dopo le funzioni religiose.
Nel mezzo di queste pietre e di questi chiaroscuri c’è il quartiere dove io sono nato e qui è nata mia madre e c’è ancora la casa dei suoi nonni, delle sue zie, dei suoi cugini e anche quella delle sue amiche più care. E sempre me ne parlava. Mi raccontava della gente abituata al sacrificio, alla frugalità, alla solidarietà, all’allegria nonostante la miseria ancora la facesse da padrona e l’emigrazione in America avesse rapito buona parte di quel suo mondo.
Quando tornavo da scuola buttavo lo sguardo nella lillipuziana bottega del ciabattino, mi affacciavo alla vetrina del barbiere, godevo del profumo delle verdure e dei canti della fruttivendola, mi soffermavo qualche attimo in più ad ammirare i balocchi e le riviste dal giornalaio. C’era sempre gente all’Ufficio Postale e da certe porte piccole e sganasciate giungeva l’acre odore della paglia ammassata. 
In questo quadro vivente ho passato le mie stagioni. Qui ho avuto le amicizie più solide, qui mi sono fatto forte di fronte alle disavventure e qui ho assaporato la dolcezza delle prime pulsioni adolescenziali. Il tutto tra queste pietre tenere, decorative e comunque senza cavità o vuoti interni proprio come la mia finta infanzia terminata a vent’anni.
Mia madre aveva una zia che io chiamavo zia Nina e che andavamo a trovare tutte le domeniche. C’era un breve tratto di strada dalla nostra sartoria e la casa dove la zia abitava con quattro figli, tre maschi e una femmina. Erano gli anni del boom. Inizio anni Sessanta, il tempo dei rapidi arricchimenti per quelli che potevano lavorare, naturalmente. E soprattutto per il Nord dell’Italia, per quel triangolo industriale – Milano, Torino, Genova – che continuamente succhiava a noi del Sud braccia, affetti e amicizie regalandoci tute blu, case di ringhiera e razzismo diffuso.
I tre cugini maschi di mia madre, i fratelli Laurita, erano degli ottimi scalpellini. Lavoravano la pietra nostrana con abilità e maestria. La guerra l’avevano soltanto sfiorata in quanto troppo giovani per essere chiamati alle armi eppure al decadente  regime fascista avevano offerto la loro competenza scalpellando e squadrando pietre utili per la costruzione di serbatoi degli acquedotti di vari paesi lucani.
In paese il mestiere dello scalpellino è stato tramandato nelle famiglie per secoli interi. E’ un mestiere antico, nato addirittura con la civiltà dell’uomo e da allora praticamente non è mai mutato. Gli strumenti, ovviamente , sono diventati sempre più efficaci e resistenti ma gran parte dei segreti del mestiere sono sempre gli stessi, segreti di famiglia custoditi gelosamente.
I tre fratelli Laurita facevano parte di questo mondo e di queste tradizioni. Conoscevano bene le dicerie sviscerate per denigrare il loro mestiere . Ancora in quel tempo quando si pronunciava la parola scalpellino si voleva spregiativamente dire che gli scalpellini altro non sono che scultori senza alcun valore, artisti senza arte. Ne soffrivano per questo ma quando decidevano di rispondere alle offese sottolineavano con forza la durezza del loro lavoro che imponeva notevole consumo di energie. Aggiungevano che si lavorava in posizioni scomode o poco sicure e la cosa più preoccupante per la loro salute era la quantità di polvere che erano costretti a respirare.
Io li ricordo bene, ricordo le loro camicie impolverate, i loro occhi socchiusi per difendersi dalle schegge, il loro metodico, magistrale e preciso battito sulla pietra che pian piano prendeva la forma da loro disegnata e voluta. Andavo a spiarli nel loro scantinato o nei posti dove si stava costruendo una nuova casa. A volte salivano su impalcature insicure, altre volte seduti per terra ore intere a tagliare, squadrare, scolpire o bocciardare la pietra. Uno dei tre, era anche un bravissimo scultore di bassorilievi di marmo. Noi si giocava a pallone e lui faceva da controcanto con il suo scalpello nella strada principale del quartiere alle nostre urla di gioia per una rete segnata o alle nostre lamentele per un goal subito.
Alcune sere, a lavoro finito, con l’oscurità che ci metteva poco ad impadronirsi del quartiere, i tre “artisti della pietra” come spesso, sottovoce, loro stessi si definivano, mi portavano a casa loro, dalla madre, che era la zia di mia madre. Mi facevano sedere alla loro tavola e mi allungavano un bel piatto fumante di pasta e fagioli. E quando mia madre arrivava un po’ trafelata perché s’era fatto tardi e mi trovava seduto con loro a chiacchierare, faceva finta di sgridarmi ma il suo sorriso suggeriva felicità. Nel camino di quella casa anche d’estate c’era sempre qualcosa sul fuoco. Alle pareti appese come trofei, due chitarre e un mandolino. Se la giornata fosse stata tranquilla o se avesse portato delusioni e malcontento a quei tre, a quell’ora del giorno, prima di andare a letto, non importava un bel niente. Quel che contava era la mezz’ora di musica corale da eseguire, senza nessun tipo di accompagnamento, soltanto le due chitarre, il mandolino e un canto sussurrato: la sera, là fuori, sembrava non voler mai cedere il passo alla notte.
Non era poi un tempo tanto lontano quello dei tre fratelli Laurita, artisti della pietra e delle chitarre. Ma forse mi sbaglio. Forse tutto questo che vi ho raccontato  appartiene a lontanissime giornate. Sono incerto. La mia ossessiva ricerca di risposte sul Tempo continua a massacrarmi, a sfinirmi. Perdo il passo per inseguirlo e cercare  di fermarlo . Gli ho anche dedicato fior fiore di versi, ricevendo in cambio segnali di decadenza, disgreganti, di finitudine. Un po’ come il nostro centro storico.
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