Margherita Marzario
Basilicata: 131 comuni e tante minuscole frazioni, con nomi inizianti con tutte le lettere dell’alfabeto dalla A di Abriola alla Z di Zaccagnino (frazione del comune di Pietragalla). Alcuni toponimi sono nomi di santi, altri sono nomi di cose o espressioni con cui si potrebbe comporre una filastrocca o uno stornello, per esempio Carbone o la frazione Parlapiano del comune di Filiano.
All’ostilità del territorio e di ogni apparenza fa da contraltare un’ospitalità che si declina di paese in paese. Quell’ostilità e quell’ospitalità che hanno provato coloro che sono stati mandati nella nostra terra, da Giovanni Pascoli a Carlo Levi, e quell’ospitalità che ha accolto anche alcuni ebrei internati in regione (per esempio a Ruoti) in seguito all’applicazione delle leggi razziali del nazifascismo. Giovanni Pascoli, in una lettera su Matera: da “povera città di trogloditi” a “quella che mi sorride di più”.
Così tutta la Basilicata: nonostante la brullezza di alcuni paesaggi e la difficoltà della vita senza adeguate infrastrutture e altro, ogni cosa sembra arridere. Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”: “[…] quella che è la virtù prima e antichissima di queste terre: l’ospitalità; la virtù per cui i contadini aprono la porta all’ignoto forestiero, senza chiedergli il suo nome, e lo invitano a mangiare il loro scarso pane; di cui tutti i paesi si contendono la palma, fieri ognuno di essere il più amichevole e aperto al viandante straniero, che, forse, è un dio travestito”. “Virtù”, “quanto adorna e nobilita l’uomo”, dal latino “vir”, “uomo”, una delle peculiarità di questa terra, quella virtù che ha mosso tante lotte da parte di uomini e donne, da quelle contadine (a San Mauro Forte, Montescaglioso,…) a quelle contro il deposito delle scorie nucleari a Terzo Cavone nel 2003.
“Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. Tutto ciò è in buona parte il risultato delle buone intenzioni e degli sforzi dello Stato, di uno Stato che non sarà mai quello dei contadini, e che per essi ha creato soltanto miseria e deserto” (da “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi). In Basilicata è cambiato poco o nulla, come in molti Sud del mondo: si è passati dalla malaria causata dalla zanzara anofele alla “mal’aria”.
“Queste dure colline che han fatto il mio corpo / e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio / di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla. / L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara / sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate. / Era intorno il sentore di queste colline / più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò / come uscisse da queste colline, una voce più netta / e aspra insieme, una voce di tempi perduti” (da “Incontro” di Cesare Pavese).
Così la Basilicata, una terra di dure colline, su cui sono stati costruiti molti paesi per difendersi dai nemici, dai lupi (che rispecchiano in qualche modo la natura dei lucani veraci) e da altre insidie, quelle colline duramente dissodate e coltivate, lungo le cui pendici si sono verificati molti incidenti di lavoro. Colline che, nonostante il dissesto idrogeologico, offrono sempre paesaggi suggestivi, dai calanchi (lungo la valle del fiume Cavone) che le scavano e le incavano ai campi di grano che le rendono tavolozze di colori variegati nello scorrere delle stagioni. “Affondare tra le zolle di terra / argilla blu dove un tempo era il mare / rami le braccia / radici i piedi / radici / salvezza / semplice salvezza / attraverso la nebbia / come acqua fresca da bere / in un caldo giorno d’estate / appartenenza / e così sia” (“Appartenenza” di Marco Bo, poeta).
Acqua fresca da bere, argilla in cui affondare, dove un tempo era il mare (basti pensare al ritrovamento della preistorica balena Giuliana lungo le sponde della diga di San Giuliano), radici, appartenenza, calda estate…: alcuni dei tratti della Basilicata e della lucanità. “Noi meridionali ci siamo fatti entrare il sole nelle ossa, con quello siamo cresciuti. Il sole ci ha indorato e fritto, ci ha salato a mare, ci ha scaldato d’inverno su balconcini di case senza riscaldamento. Noi meridionali siamo “inSOLEnti”, perché nella parola stessa il sole è al centro” (Erri De Luca).
Basilicata: il sole che indurisce e continua a modellare l’argilla dei calanchi, il sole che dà varie sfumature al tufo dei Sassi di Matera, il sole che dà spettacolo di sé nel tramonto in posti senza tempo (come d’estate sulla diga di San Giuliano), il sole che appesantisce le palpebre nelle lunghe estati paesane, il sole che ha bruciato la pelle di generazioni di contadini, il sole che ha inaridito campi e sogni… Il sole meridionale, il sole lucano: lucani “inSOLEnti”, lucani indolenti, ma sempre e solo lucani! “Dolce cielo celeste / dipinto di azzurro tenero / e voi verdi monti e voi / valli e boschi, nuvole / che là, verso l’orizzonte /navigate lente, e tu sole vicino / al tramonto che spandi questa luce / d’oro nell’aria, e ogni cosa fai tiepida / del tuo calore, e tu aria che muovi / i miei capelli e spiri sulle mie / guance e le pagine volti dispettosa del quaderno ove scrivo” (dalla raccolta “Cieli celesti” del poeta Claudio Damiani).
Tra calore e colore, sale e sole, monti erosi e manti erbosi, tempi gloriosi e contrattempi annosi, antichi segni e vecchi sogni, fossili e fossi, fave e favi, accidenti e occidenti…: la Basilicata! “Le stradine anguste del centro storico e le case intonacate a calce sprigionavano tanto calore, che i panni stesi al sole, sui fili di acciaio inveicolati su carrucole di ferro fra muri di edifici opposti o fra pertiche di legno a forma di forcella sulle pareti degli edifici, si asciugavano rapidamente sprigionando nell’aria un fresco odore di sapone di Marsiglia” (lo scrittore Francesco Serafino): come il percorso sensoriale nelle stradine dei ricordi della Basilicata del “c’era una volta” di cui la memoria di molti è avvolta!
“Oggi voglio raccontarvi una storia. La storia di una terra forte, energica, magnetica. E dei suoi figli. Che vivono nella precarietà senza lamentarsi. Studiando, conoscendo, amando. Di un treno che quando arriva da queste parti tira dritto. Di un amore sempre tradito. Perché voi, discendenti dei briganti, di emigranti, di contadini, siete le sue energie rinnovabili. Perché voi, oggi, avete capito che andarsene non è un privilegio, come vi hanno fatto credere. È una fregatura” (dal romanzo “Maltempo” della scrittrice materana Mariolina Venezia). Basilicata: “terra” (etimologicamente “cosa secca, arida, asciutta”) in ogni senso, nel bene e nel male. I lucani di una volta “terrei” nell’aspetto e anche nella loro compostezza.
“Dopo aver maledetto le strade e le ferrovie, i paesaggi aspri e l’accento ancora più aspro dei suoi abitanti, era rimasto conquistato dalla sua lentezza inesorabile, dalla sua mancanza di fronzoli e dal suo cuore preistorico. […] i modi bruschi e le colline scabre, gli sbalzi di umore e di temperatura, quella sensazione di essere contemporaneamente ai confini e nella culla del mondo” (dal romanzo “Maltempo” di Mariolina Venezia). Basilicata: ai confini e nella culla del mondo meridionale con qualcosa di speciale!
“Oh, erbose radure! Oh, primaverili in eterno, paesaggi sconfinati dell’anima! In voi, benché siate da tanto tempo disseccati dalla siccità mortale della vita terrestre, in voi gli uomini possono ancora voltolarsi, come giovani puledri nel trifoglio nuovo del mattino, e per qualche fuggevole istante sentire su di loro la fresca rugiada della vita immortale” (Herman Melville nel romanzo “Moby Dick”). Basilicata: una “radura” in mezzo alle altre regioni meridionali da cui si differenzia per i suoi paesaggi particolari e per le risorse naturali.
“A fianco del campo di grano che dà nutrimento che gli uomini rispettosamente coltivano e lavorano cui il sudore del loro lavoro e, se bisogna, il sangue dei loro corpi sacrificano, a fianco del campo del pane quotidiano lasciano però gli uomini fiorire il bel fiordaliso. Nessuno lo ha piantato, nessuno lo ha innaffiato, indifeso cresce in libertà e con serena fiducia che la vita sotto il vasto cielo gli si lasci” (il tedesco Dietrich Bonhoeffer).
Frumento e flora variegata (come la quarantina di orchidee spontanee sulla Murgia materana o i fiori dei capperi disseminati nei Sassi di Matera e che suscitano meraviglia nei turisti che li vedono per la prima volta), patrimonio che rendono ancora più affascinante Basilicata, terra della pratica pseudo magica dell’affascino (o affascinazione o fascinatura). “È una notte bellissima d’estate. / Nelle alte case stanno / spalancati i balconi / del vecchio borgo / sulla vasta piazza. / In quell’ampio rettangolo deserto, / panchine di pietra, evonimi [arbusti], acacie / disegnano in simmetria / le nere ombre sulla bianca arena. / Allo zenit, la luna, e sulla torre / col quadrante alla luce l’orologio. / In questo vecchio borgo vado a zonzo / solo, come un fantasma” (il poeta spagnolo Antonio Machado in “Notte d’estate”). Soli come fantasmi, paesi fantasmi, casolari fantasmi, tratturi fantasmi, ruderi fantasmi: Basilicata, terra di magia e nostalgia la cui traccia non va via.
“Luce a una finestra. Una donna è sveglia / in quest’ora immobile. / Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso / in solitudine. Ho dovuto immaginarla / intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia / anche se / con un punto / diverso. / Alba dopo alba, questa mia vicina / si consuma come una candela / trascina il copriletto per la casa buia / fino al suo letto buio” (la poetessa statunitense Adrienne Rich in “Notte bianca” dalla raccolta “Cartografie del silenzio”). Come la biografia tormentata di Isabella Morra, poetessa di Valsinni, una delle artiste lucane e una delle pagine della ricca storia lucana.
Craco (MT), “[…] un luogo abbandonato. Un paese diventato fantasma in seguito ad una grande frana cinquant’anni fa. […] carcassa disgregata che un tempo era stata comunità” (il regista potentino Antonello Faretta). La Basilicata rischia di essere abbandonata e diventare disgregata e dimenticata: non lo merita per quello che è stata e per quello che ha. “Addio boschi, querceti silenti, margherite dal lungo stelo, colline fatali per chi non riesce a dimenticarle; addio cipressi […]. Addio. Ho un appuntamento: non so dove e con chi, ma me ne vado lo stesso” (Antonio Petrocelli, attore nativo di Montalbano Jonico). Come l’addio ai monti dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni perché la Basilicata è stata ed è regione dei troppi, tristi, irrefrenabili addii!
“C’era l’America bella, lontana del padre mio che aveva vent’anni. Il padre mio poté spezzarsi il cuore. America qua, America là, dov’è più l’America del padre mio?” (dalla poesia “C’era l’America” del lucano per eccellenza Rocco Scotellaro). America: la terra verso cui sono partiti tanti lucani alcuni dei quali si sono pure affermati (come Rocco Petrone – figlio di genitori emigrati da Sasso di Castalda – ingegnere diventato direttore del programma Apollo che ha portato all’allunaggio e che veniva ricordato simpaticamente da Piero Angela anche per il suo esprimersi in dialetto lucano), la terra da cui sono ripartiti molti discendenti di quei lucani alla ricerca delle loro radici per ricostruire l’albero genealogico, come il regista Francis Ford Coppola diventato cittadino onorario di Bernalda.
“La nostalgia è il profumo dolce dei ricordi” (l’aforista Antonio Curnetta). Basilicata, terra di nostalgia, terra di cui ogni zolla emana un profumo dolce di ricordi, come la bruma del primo mattino o del crepuscolo. “[…] adesso non restava che sperare in una salvifica stagione delle piogge che inondasse ancora queste aride terre nelle periferie del mondo / una pioggia salvifica a ricordarci / che è meglio abbattere il muro adesso / perché oggi siamo / domani chissà” (dalla poesia “Era il muro del silenzio” di Marco Bo). La speranza necessaria per la Basilicata!
La Basilicata è una terra tanto amata che non sempre ricambia l’amore dei suoi figli: terra di molti talenti emersi e valorizzati fuori regione, tanti talenti inespressi e sommersi in regione. Basilicata: non me ne sono andata e non me ne voglio andare, nonostante la gran fatica del restare.