
LUCIO TUFANO
Un tempo c’era la Dc che dimostrava di avere una linfa ed una capacità di rigenerazione e di rilancio evidenti a chi si accingeva ad osservarla con attenzione. In una sorta, di “consecutio” delle politiche, di frequenza di atti e di programmi, di documenti e discorsi, essa svolgeva le svio assisa nella piena consapevolezza di tutto il potere che gestiva da quarant’anni e del ‘ruolo guida’ che svolgeva nel Paese ed in Basilicata.
La tessitura di attestati di benemerenza nei confronti di essa e del suo leader storico occupava di solito gli uomini del partito, i grandi elettori ai sottouomini.
Un partito in movimento dichiarava in una sua intervista Gaetano Michetti nel gennaio 1991, nell’assumere la carica di segretario regionale del partito, una forza che sappia anche muovere e guidare lo sviluppo, rafforzando il suo ruolo cardine nel quadro politico lucano. E nel segno di “una indubitabile collaborazione col suo successore alla presidenza della Giunta regionale (‘Ionio Boccia) affermava ancora come il processo unitario in atto nulla Dc fosse sicuramente positivo, ma che occorreva evitare che esso diventasse il veicolo per il consolidamento di oligarchie e posizioni precostituite”.
Allora tutti, Viti, Michetti, Azzarà, Boccia, D’Andrea, Coviello, D’Amelio, Lamorte, Sanza ed altri, erano uomini di navigazione, facevano parte di quell’equipaggio che guidava l’incrociatore Dc che navig
ava nei mari della politica.
Un incrociatore pesante e dalla spessa corazza e che aveva come polena sulla prua lo Scudo Crociato. Un incrociatore con tutti gli uomini ai pezzi di manovra, alle macchine, nelle cabine di comando, sul ponte e sulle tolde, con gli ufficiali indaffarati alle manovre di ormeggio, di propulsione e di governo con gli uomini nelle stive, alle antenne radio, ai radar, alle coppe di vedetta, o alle centrali proiettori, specie quando si doppiava il capo dello “sviluppo” e della Libertas (di buona speranza).
Lo guidava un comandante con quattro righe d’oro sul berretto, un ammiraglio di squadra, perciò non erano possibili ammutinamenti o irregolarità nella navigazione che procedeva senza interruzioni o tentennamenti di bussola. Qualche ufficiale in seconda non era soddisfatto mentre si andava rifacendo la nuova compagine regionale. C’era una determinazione fredda e ragionata proveniente da uno spirito e da una educazione di partito ai quali da tempo erano stati abituati i militanti di Emilio Colombo. Uomini che avevano forgiato la loro immagine in esperienze e professionalità dovute alla soddisfacente militanza. Tonio Boccia, riflessivo ed intenzionato al bene operare, a curare l’identità della regione, con effettive possibilità di interpretare le esigenze e le istanze tipiche e drammatiche di una regione meridionale.
Gaetano Michetti che si era rifinito in un ruolo di vertice, quello della presidenza e che
aveva costruito in cinque anni un’identità da “uomo delle istituzioni” e non più da dirigente di partito. Boccia invece aveva fatto di un tale ruolo la maggiore ragione di appartenenza e quindi più che legittima la sua candidatura alla presidenza di una Regione che aveva già con Nino Michetti avviato una fase d’intenso riassetto politico delle due culture, quella di Matera e quella di Potenza. Perciò Boccia rese, nelle sue dichiarazioni, di pubblico dominio la sua logica successione a Michetti, e non trascurò di coinvolgerlo non solo nella definizione dell’organigramma ma anche nell’avvio del nuovo governo. La navigazione era lunga e costante. E l’ammiraglio aveva detto al X congresso del partito: “Il mondo produttivo e la società civile, si troveranno di fronte a trasformazioni a scadenza non lontana. Non possiamo navigare con miopia e con traguardi di rotta annuali e di breve periodo. Non siamo nell’ordinaria amministrazione … Il mondo che si apre davanti a noi ci dimostrerà quanto sterili e provinciali siano alcuni dei dibattiti che ci impegnano. Con ciò Emilio Colombo sottolineava le esigenze di sondare il futuro per ciò che poteva e doveva essere”.
Ma qui v’è da dire che la laicità, nel senso di una scarsa ortodossia alle liturgie bigotte del democristiano alla Scalfaro e alla Colombo, e la sua eresia – nel senso di non assoluta acquiescenza ai dettami di Emilio Colombo – fecero di Michetti un personaggio di fascino, autonomo rispetto alle regole, uno che elaborava la politica con la sua intelligenza a preparazione umanistica. “Stabilità politica e programmi chiari: su questo terreno il buon governo nasce e si consolida. “Questo il suo motto! Quelli di Gaetano Michetti furono gli anni nel corso dei quali la Regione Basilicata sembrava entrare nella fase delle “realizzazioni”, dopo quelle dell’avvio e della ricostruzione, contrassegnate dalle precedenti gestioni dei presidenti Verrastro ed Azzarà. Con Michetti si attuò la riforma e il potenziamento nei servizi, per avvicinare la Regione alla gente, e il sostegno alle attività produttive ed alla occupazione. La programmazione fruì di una spinta determinante: la utilizzazione razionale delle risorse. Ma la sua funzione storica fu quella di rinsaldare il rapporto tra Matera e Potenza; impegno assunto all’atto del suo insediamento a presidente della Giunta.
Un’unità regionale come elemento di forza soprattutto nelle relazioni e nel rapporto con il resto del Paese e con le autorità centrali, e come consapevolezza maggiore della necessità di essere uniti. In una regione – come egli affermava – già di per sé debole e sulla quale non doveva gravare assolutamente le debolezze delle divisioni e delle contrapposizioni. Alla fine del 1991 poi decise di dimettersi da consigliere regionale per potersi candidare.
Ma nel collegio senatoriale di Matera la Dc ebbe una forte flessione. Una miscela esplosiva di campanilismi e ferite interne alla Dc, e quel clima da golpe strisciante posto in essere dalle procure di Milano e Venezia crearono un clima forcaiolo per tutti quelli, o quasi, che avevano detenuto il potere nel clima di quegli anni.
Dall’85 al ’90 erano continuate le operazioni per la ricostruzione del dopo terremoto. Nel suo quinquennio Michetti aveva completato il volume d’interventi decisi in favore della Basilicata, per circa 4 mila miliardi: i fondi Fio, l’emergenza idrica, il terremoto e la legge 64. Ma il presidente cui non mancava la giovialità, il sorriso, l’affabilità, prerogative queste di uomini politici attorno ai quali faceva ressa lo stuolo dei seguaci, degli amici e degli estimatori. Fu la dote diffusa del carisma dei capi Dc, l’imperturbabile equilibrio dal potere.
E questo al cospetto di una sinistra isterica, scandalistica, dalla rivendicazione idrofoba, della polemica e della prepotenza, ma nel contempo consociativa e lottizzatrice, dalla mancanza di tatto e di garbo; una sinistra rozza, irritata, irritabile ed irritante, minacciosa e priva di ogni acume politico … della diffamazione e del linciaggio morale. Ci furono i gattopardi? Certo! Allora e prima di allora ci furono. La Basilicata era accreditata a Roma, e tra Roma e Potenza correva un filo diretto. Gattopardi anche quelli del vecchio Pci.
In verità ora, viviamo il collasso delle etiche e delle utopie, ora viviamo in una fase dai concetti bifronti, darli arcaismi neologizzanti, dalle definizioni nuove via via formulale con la medesima solennità dei lessemi antichi, e che possono anche fare del fenomeno trasformistico, quando esso accade – e si verifica di frequente – in termini di permeazione di ideologie contrastanti e di partiti rivali, non una sopportabile forma di ripensamento o di una maturata decisione politica per acquisire nuove posizioni di lotta, grazie al buon senso, bensì, in una democrazia quasi comatosa, ammantata di violento opportunismo, di ingordigie spudoratamente palesi, un fenomeno ancora più grave di quello della occupazione del potere e di consolidamento delle proprie posizioni. Ecco che si verifica la rapina del consenso ottenuto i contro una maggioranza per poi farne dono a quella stessa maggioranza.
Di conseguenza emerge quella volubilità, così diffusa negli strati sottoproletari e piccolo-borghesi della nostra società, che produce il fenomeno dell’astensionismo, mentre aumenta il distacco tra i cittadini e le istituzioni. E ci meraviglia anche come certa sinistra agevoli, tutto ciò, in ossequio a quel principio – sguarnito di ogni più elementare machiavellismo – del potere per il potere. La sinistra, erede di quel grande partito che fu il Pci degli anni ’60 e ’70, gareggia in ambiguità e spergiuro pur di riempire il suo arsenale di logori arnesi. Quale didattica scaturisce da simili episodi, quale insegnamento per i giovani? Ma Michetti è forse un ramo cadetto di quell’albero genealogico della politica, del quale si fregiano le case regnanti per più di mezzo secolo, boiardo di sangue. Ora l’incrociatore Dc sembra essersi inabissato. Sono rimaste le poche scialuppe e qualche battello per quelli, anche provetti uomini di mare, che sono sopravvissuti.