CERABONA ANNA: UN RACCONTO DI VITA

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ACCETTURA , GERMANIA, PARMA

CERABONA ANNA: UN RACCONTO DI VITA

 di Antonio Lotierzo

 

Anna M. Trivigno, dell’associazione lucana di Milano, ha presentato, con partecipazione empatica, questo volume di ‘ricordi’ di Anna Cerabona (del 1947), da lei stampato con Amazon F (2020), che merita alcune riflessioni perché riassume un’esperienza vitale che ci ha visto e ci vede coinvolti, trascinati nel magma della globalizzazione, che ha soltanto amplificato i movimenti planetari dell’ ‘homo sapiens’ che da sempre è un migrante. E i lucani, migrando, migliorano. Spostandosi allargano la coscienza formata nella stanzialità e la arricchiscono di esperienze che consentono più vasti traguardi. Quasi sempre. Il bel titolo: “Le radici e le ali” è una endiade che relaziona la duplicità della vita; da un lato la personalità di base lucana, le ‘radici’, che spero non siano da confondere con una statica ‘identità’, concetto molto più ambiguo, e in trasformazione perenne come nel moto delle apparenti immobili stalattiti. Dall’altro lo spostamento, nel 1962, verso la Germania meridionale, a Dotternhausen, verso lavori in fabbrica tessile tayloriana e ambienti di ristorazione, con il tormentato rientro in Italia, dopo il 1974, che anticipa di poco un più vasto ritorno anche al Sud dopo il sisma del 1980, per la cui ricostruzione molti rientrarono mettendo a frutto le loro capacità ed abilità ‘europee’.

Con uno stile chiaro e sintetico, con una lingua immediata che segue la semplicità delle idee, la Cerabona , che scrive come parla e racconta come in una narrazione orale, ripercorre le tappe di qualsiasi biografia che si sia snodata nell’età della modernizzazione: l’ambiente delle aziende tessili, l’amicizia con la ristoratrice Agnes, l’arrivo dell’amore con Michele, camionista siciliano; la gestione di una gelateria; l’arrivo dei figli; crisi, separazione e ripresa; la connessione dei ricordi con eventi come battesimi, matrimoni, feste e ancora feste; un ristorante a Bisingen dal 1971; il reincontro genitoriale, non privo di sensi di colpa, a Parma; il legame continuo con Accettura che si celebra nella vacanze estive e nel calore dell’affettuosità lucana, sconvolta nel 1977 dal casuale ma terribile omicidio del padre nel tempo carnevalesco; il ruolo coesistenziale del fratello Vito ( oggi pittore, a cui si deve la copertina: Incontro a un nuovo giorno, del 2006) la scuola di musica fra 1979 e  2019, organizzazione che assorbì la dinamica vita della narratrice  che da Pontetaro si estese a Fidenza e Salsomaggiore.

              

Scritti fra 2019 e pandemia del 2020, questi ricordi si chiudono con vari fatti dei figli e dei nipoti, di morti e slanci esistenziali, connotati sempre da quel coraggio e dall’audacia che è il monito che l’affabulatrice vuole consegnare ai giovani, come a dire: ‘prendetevi il mondo, sta lì e vi aspetta’. Questa biografia si può collocare in quell’ interessante genere che vide esprimersi Francesca Armento su Scotellaro o Ninetta Perone su Francesco Yzu Albano (su cui cfr. anche il mio saggio ora in doc.academia.eu); più articolata era la narrazione ricostruita in ‘ Il vento portava le voci’ della notevole pittrice Maria Padula. Ancora diversa e densa è ’la storia di Maria’ trascritta da Maria Teresa Greco, eccelsa dialettologa e antropologa (vedi blog:MariateresaGreco). Tutte donne. Infatti sembra che il ‘matriarcato’ funzioni anche in questo riandare e ricostruire con affetto il tempo passato, riavvolgendolo in trame di parole, forse un poco troppo caste, pudiche e meno scorticanti delle autobiografie scritte dai maschi ‘paternalisti’. Qui vi è, poi, un grande elogio della pedagogia dell’errore; accettato, inteso come limite momentaneo e da superarsi con lo sforzo della volontà fattiva. La Cerabona sottolinea ai giovani che è impossibile ottenere risultati senza prodursi in un tenace lavoro, impegnandosi al massimo e utilizzando anche l’apporto delle persone giuste. Ricorda loro di non aver paura di sbagliare; di essersi sentita lei stessa come un cane da tartufo che sa cercare e li spinge a tentare sempre strade nuove, una volta che ci si parino davanti. Hic salta! Questi ricordi celebrano l’autoaffermazione delle donne; celebrano i valori costituzionali; enucleano l’indipendenza femminile attraverso momenti esemplari di una biografia; testimoniano l’apporto delle donne alla trasformazione non squilibrata, attraverso la dialettica fra radici e voli personali, della società del benessere, ora immersa nella centrifuga della globalizzazione e dell’intelligenza artificiale, che qui troverà un ostacolo. Qui, infatti, emozioni e parole sembrano scaturire da una originaria sincerità di dettato, che sa rievocare, con nuoto sulla superficie, i fatti di una vita.

 

 

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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