CHI HA PAURA DI STARBUCKS?

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ida leoneIDA LEONE

Dopo vari annunci andati a vuoto, pare che accadrá davvero: non si capisce bene se fra qualche settimana o qualche mese, il colosso della caffetteria americano dovrebbe sbarcare in Italia. Prima nelle metropoli, ovviamente, Roma e Milano. Poi, piano piano, in almeno altri 300 luoghi del bel paese. Lo sbarco, come quello in Normandia, non é esente da morti e feriti. Prima c’é stata la polemica sul pezzo di piazza Duomo a Milano abbellito a spese del patron di Starbucks con palme e banani, con tale disapprovazione popolare che la prima vittima é stata proprio la palma, arsa viva come Giovanna d’Arco e immolata alla causa. Poi sono seguite le truppe cammellate (é il caso di dirlo) degli intellettuali di prima fila, che hanno parlato di “minaccia al caffé italiano e agli alberi milanesi” (Huffington Post), o di “umiliazione per un italiano” (Corriere della Sera, Aldo Cazzullo). E pensare che il fondatore della catena di caffetterie piú famosa al mondo si é ispirato proprio ai bar italiani, quando ha ideato il suo modello.

La domanda allora sorge davvero spontanea: ma non starete un po’ esagerando?

Se avete avuto occasione di frequentare uno qualunque degli Starbucks sparsi per il mondo, saprete benissimo due cose: 1. il caffè é mediocre, ma é quanto di piú simile ad un espresso italiano si possa trovare in lande desolate ove l’unica alternativa sarebbe la tinozza riempita di acqua sporca al vago retrogusto di caffé (e dal micidiale quantitativo di caffeina); 2. da Starbucks NON si va per il caffé. Perché i locali con la sirena bianca e verde significano tante altre cose.starbucks

Significano fette di torta di carote, di mele, al cioccolato, banana bread, muffin glassati, i deliziosi cake pops al cioccolato e alla fragola; significano frullati freschi di frutta, latte, cocco, fragola, semi vari, panna montata e ghiaccio tritato da bere con la cannuccia nelle torride estati; significano pagare con carta di credito o carte prepagate ricaricabili o app su smarthone, senza storie e senza smorfie di dolore; significano tavolini quadrati con sedie quadrate, postazioni spartane prive della leziositá del ferro battuto e del piano di ceramica di Vietri, peró dotate di prese elettriche comode, a portata di mano, tutte funzionanti, per ricaricare computer tablet e smarthone, invece della caccia al tesoro nel bar italiano sotto lo sguardo torvo del cameriere a cui pare che la corrente elettrica gliela state togliendo direttamente dal suo peacemaker; significano tempo illimitato di godimento della suddetta postazione ordinando solo un double espreso, invece che una cena completa o un caffé ogni mezz’ora, a rischio di uscire dal locale coi capelli dritti e pronti a sgozzare il primo passante che vi chieda l’ora; significano aria fresca ben condizionata d’estate, aria calda ben riscaldata d’inverno, e se siete fortunati, perfino un caminetto acceso con una poltrona di pelle rossa davanti; significano relax, prenditi davvero una pausa, che quel caffé in piedi al bancone é da nevrotici; significano tazze col logo da collezione, caffè e the da tutto il mondo da portarsi a casa, e quel delizioso aroma di arabica e cannella che riconoscerei ovunque.

Poi, la contaminazione potrebbe avvenire al contrario, che ne sappiamo: uno Starbucks in Italia potrebbe cedere all’uso di bicchierini da caffé piccoli, invece di disperdere il prezioso liquido in mezzi secchielli da frullato; potrebbe usare la macchina a vapore finalmente in pressione sotto la spinta dei tanti espressi ordinati, invece che malinconicamente spenta e fredda per mancanza di richieste; potrebbe introdurre la sterminata gamma di croissant italici, con raffinate perversioni (integrale col miele, crema e amarena, ricotta e pera) al momento sconosciute agli americani.

E dunque, un po’ di coraggio, facciamoci invadere. L’ultima volta ci é andata bene, tutto sommato. Tanto, se vorrete un espresso buono, un bar Antoine sotto casa ci sarà sempre.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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