Sono da tempo convinto che sia inderogabile rendere circolari economia, finanza e società; e trovo, alla stessa maniera, superfluo spiegare le contraddizioni di un’idea di sviluppo incentrato su una crescita illimitata; neanche un bambino ci prenderebbe sul serio se provassimo a dirgli che l’albero del giardino crescerà senza mai fermarsi.
Per dirla con Gunter Pauli, “è sorprendente rilevare quanto le logiche che applichiamo nelle nostre attività economiche siano lontane da quelle naturali”. In natura, come nella vita, la circolarità è una esperienza quotidiana; per un musicista, per esempio, suonare una composizione significa muoversi all’interno di una struttura armonica predefinita e percorrerla dall’inizio alla fine tutte le volte che vuole, come un mezzofondista che corre in un circuito. Ad ogni giro, il nostro musicista troverà più familiare quel circuito armonico, noterà i particolari, capitalizzerà l’esperienza maturata nei giri precedenti, affinerà la qualità della sua esposizione sonora; alla stessa maniera, i musicisti che lo affiancano nell’esecuzione miglioreranno l’intesa con il solista, l’interplay della jam session, l’efficacia dell’interpretazione. E’ tempo ormai che l’homo oeconomicus lasci il campo all’homo reciprocans, che ridimensiona il proprio spirito utilitaristico, a favore della ricerca delle relazioni, delle giuste motivazioni, della fiducia reciproca.
E’ tempo di stare nel gioco delle nostre comunità, esserne pienamente parte attiva, perché il lavoro al tempo attuale è, incredibile a dirsi dopo tanto teorizzare gli effetti della globalità, un lavoro da artigiano e richiede vocazione, pratica, determinazione, creatività, capacità di innovare. Diamo potere all’originalità; non so se è sempre efficace coniare neologismi, però mi piacerebbe che questo fosse il tempo della estrocrazia, della geniocrazia, che non è da intendersi come potere della genialità, bensì potere della volontà. Richard Sennett, sociologo, ci ricorda che l’originalità è un indicatore temporaneo; è l’improvvisa comparsa di qualcosa che prima non era.
E’ tempo di interazione tra persone, perché lavorare in team è diventata una capacità cruciale secondo un complesso mix di reciprocità, autonomia e responsabilità verso i pari.
E’ forse questa la strada per il lavoro? Provo a definire il campo della mia riflessione; fino ad ora non ho ancora pronunciato la parola occupazione, pur rinviando spesso al tema del lavoro; è che, in sé, la parola occupazione è, nostro malgrado, un armamentario novecentesco. La radice di questa parola, come ci evidenzia il drammaturgo Massini – che di politiche del lavoro non si occupa, ma di parole si – è “ob-capere”, letteralmente sottratto alla potestà altrui; rimanda all’oggettivo controllo, alla supremazia, alla presa di possesso di un territorio, letteralmente sottratto alla potestà altrui. Paradossalmente, la parola occupare porta con sé un tessuto di significati che inibiscono l’interazione tra persone. Se lavoro, dunque, è parola migliore di occupazione, apriamoli questi luoghi del lavoro, rendiamoli luoghi tolleranti e generativi; Richard Florida ha più volte sottolineato che i luoghi che generano lavoro e qualità della vita sono luoghi tolleranti ed aperti alle idee nuove; creatività, conoscenza e innovazione sono in stretta connessione con tre fattori specifici: tecnologia, talento e tolleranza.
E’ tempo di sufficienza; ogni sistema complesso deve puntare alla sufficienza anziché all’efficienza, perché la sufficienza porta con sé scelte di efficienza, mentre l’efficienza non porta necessariamente alla sufficienza; considero l’autosufficienza un valore ineludibile di ogni paradigma futuro di sviluppo, contro l’attuale cultura dello spreco. Sia chiaro; per quanto io pensi che esistano modi migliori del prodotto interno lordo per misurare la ricchezza di una nazione, non sono un sostenitore della decrescita felice. Ogni decrescita porta con sé un contenuto di rinuncia e di infelicità; esiste però una decrescita ecologica, necessaria oltre che possibile, tesa a togliere materia dalle cose che consumiamo e impatto alle cose che produciamo. Diminuiamo la quota di energia e di materia impiegate; aumentiamo la quota di lavoro evoluto: occorre aggiungere valore e togliere danni.
E’ tempo di circolarità, affinché la moneta faccia da input a produzioni socialmente ed ambientalmente utili e non a mere speculazioni finanziarie, affinché l’economia adotti il verbo del riparare anziché del sostituire. E’ tempo di riciclo, di riuso creativo, di reimpiego; è tempo che le politiche economiche e finanziarie siano valutate dagli effetti che hanno sul lavoro e non unicamente sul PIL.
Il contrario di circolare è lineare; ma ci sembra proprio lineare un sistema che induce il cittadino consumatore a consumare il più possibile, grazie anche a fenomeni quali l’obsolescenza pianificata, la deperibilità programmata, l’obsolescenza percepita?
Ad un certo punto della storia, ogni persona avrà imparato a riconoscere dentro di sé speranze, desideri, tensioni; la sua umanità sopita, per l’appunto. Mi piace pensare che stia nascendo una nuova antropologia, dove l’evoluzione non sia più concepita come una lotta competitiva per l’esistenza, ma semmai come una coreografia collettiva in cui le forze trainanti sono la creatività e la costante introduzione di innovazione.
