Quello che non molti sanno è che, anche in questa città, c’è un mondo che la solidarietà la pratica sul serio. È una cosa un po’ strana, la solidarietà. Ne parlano in tanti, ma non tutti sanno davvero cosa sia e soprattutto quali criteri sarebbe opportuno che rispettasse. In mezzo a noi ci sono diverse comunità – non proprio in mezzo, ma insomma, fanno parte dello stesso nostro tessuto urbano – che provano a guardarsi intorno animate da nuovi criteri di cooperazione. Queste famiglie da tempo hanno invertito quella pericolosa tendenza che le vedeva esclusivamente destinatarie passive di una serie di assistenze e oggi sono invece protagoniste di scambi virtuosi che li inseriscono in un circuito di solidarietà e condivisione attiva. Dal momento che hanno acconsentito a farsi protagoniste in prima persona di atti di partecipazione, da quel momento sono scomparsi dai loro visi quella mestizia e quella tristezza inconsolabili di chi attende che qualcuno si ricordi della loro esistenza. E si sono trasformate in un soggetto attivo di inclusione, dando vita ad una specie di nuovo fenomeno sociale. In pratica avviene che individui che prima camminavano lungo i sentieri della preoccupazione e della mancanza assoluta di certezza, oggi modificano questo percorso allargando i propri orizzonti e cercando di volgere il loro sguardo a coloro i quali vivono la loro stessa condizione sociale. Così il processo di inclusione, di aiuti e di sostegno non arriva solo dall’alto, ma la scintilla parte da persone come loro. Con l’andare del tempo questo meccanismo diventa talmente contagioso da innestare un procedimento che contrasta con la matematica, perché, almeno nelle scienze umane, la somma 1 +1 comincia a fare 3. Non è proprio una moltiplicazione ma poco ci manca. Si mette in moto, cioè, un meccanismo relazionale che fuoriesce dalla zona delle relazioni di confort. Lo spettro delle attenzioni non è più confinato soltanto alle persone che si conoscono direttamente, alle quali fino a ieri si confidavano le proprie preoccupazioni e le proprie ansie, ma si allarga a quelli che ancora non si conoscono e che sono legati dalle stesse necessità, bisogni e aspettative. Pertanto si configura una aciclicità relazionale che innesca forse la scintilla più importante di tutto il processo: l’emulazione. L’emulazione è la conseguenza della orizzontalità degli approcci e della sobrietà delle relazioni che danno vita a quelle prassi cui accennavamo prima. Una volta avviato questo processo, non resta che attendere (mai passivamente, questo è chiaro) che l’onda si propaghi a diverse aree della città e che diventi un modo di vivere per tante persone, dando vita a nuove regole di comunità nelle quali ciascuno mette a disposizione quello che ha. È una delle cose più belle, più entusiasmanti e più gratificanti per chi ha capito che la propria vita può avere un senso anche se il lavoro è perso, se la casa è una stamberga e se la vita non sembrava sorridere. Ma oggi la tendenza l’hanno invertita e sono loro a sorridere alla vita. E la matematica, con questo genere di persone, continua ad avere torto.
COME DOPO LA GUERRA LA SOLIDARIETA’ DI VICINATO
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