COME L’ASTERISCO HA UCCISO LA SINISTRA

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Pioggia di critiche contro Maurizio Acerbo per un post sull’asterisco. Il Segretario di Rifondazione elogia l’uso della desinenza di genere e viene contestato (soprattutto) da sinistra. Da questo dibattito emerge il problema dei progressisti di oggi e le ragioni delle loro difficoltà.

Il tema del linguaggio di genere ha monopolizzato l’attenzione a sinistra negli ultimi cinque anni. L’elezione di Laura Boldrini a Presidente della Camera nel 2013 ha aperto il problema culturale del nostro modo di parlare e tuttora l’argomento è sentitissimo (una deputata di Fratelli d’Italia pochi giorni fa chiedeva al Presidente Fico di chiamarla «deputato» in polemica con la sinistra arcobaleno).

Il dibattito si sintetizza in questa posizione: non è giusto usare il maschile plurale includendo anche le donne, non è giusto che per alcune parole esista solo il maschile singolare. Due le tesi, in contrapposizione tra loro: un profluvio di giustapposizioni («tutte e tutti», «deputate e deputati», ecc) e neologismi (sindaca, assessora, ecc). Oppure un pratico asterisco (*) al posto delle finali, per pluralizzare i generi delle parole. (C’è chi sperimenta sintesi spericolate: «tutte, tutti e tutt*»).

Bisogna essere sinceri. La questione linguistica non è una fesseria. È vero che cambiando la struttura del linguaggio cambia anche la struttura di pensiero della società, quindi la mentalità, e ciò che è percepito normale. È vero che la nostra lingua paga un certo pedaggio sessista (la rivoluzione sessuale è di meno di sessant’anni fa…). Allora qual è il problema?

Il problema è che i politici di sinistra l’hanno resa la propria battaglia più nota a livello nazionale. Ciò è dipeso in gran parte dall’insufficienza della dirigenza ex-SEL, che ha mantenuto una forte caratterizzazione politica sulla figura della Presidente Boldrini (che viceversa non chiedeva certo d’essere considerata l’icona della sinistra ma impersonava una carica istituzionale e mandava avanti battaglie istituzionali).

È potuto accadere perché la sinistra (fuori e dentro il PD e al di là anche degli altri confini partitici) non aveva una proposta su nessun altro tema. Al di là di qualche slogan considerato magico (il totem dell’articolo 18, il mantra della riconversione verde dell’economia e, fino alla rinascita della Bonino, il “ci vuole più Europa”).

Il mondo globalizzato pone problemi molto difficili ed è abitato da una società egemonizzata dalla destra liberale. In questo contesto era difficile per la sinistra agitare bandiere serie e radunare persone dietro quelle bandiere. E la sinistra radicale ha puntato al pubblico più intellettuale, l’elettorato che tradizionalmente attira di più (studenti, professori di scuola, impiegati) agitando le proposte più semplici che aveva da portare avanti. Cioè la lingua.

Quote rosa, nuovi femminili, asterischi, estensioni dei diritti civili sono tutte misure a costo zero e di facile comprensione. Trovare soluzioni economiche alla stagnazione, ai rigidi vincoli europei, o trovare un nuovo orizzonte geopolitico al Paese, alleati partitici internazionali, scrivere una riforma della scuola, sono argomenti molto più difficili. Più difficili da elaborare e da sostenere.

La sinistra ha puntato sul sicuro: ha scritto programmi come liste della spesa (ecologismo, femminismo, antifascismo, diritti LGBT, movimentismo, solidarietà, integrazione…) con vaghe rideclinazioni concrete degli stessi principi spacciate per grandi spaccature filosofiche.

Così facendo ha abituato la società all’idea che i partiti alla sinistra del PD si occupano di argomenti di nicchia e di scarso spessore materiale. (Povero Marx).

Di fronte alla più grande crisi economica dal 1929, la reazione della società a queste proposte è stata drastica. Non è un caso che la destra sociale (che nasce e miete consenso contro politiche liberiste adottate da Governi di centrosinistra) trova consenso anche su temi molto radicali e reazionari che pochi anni fa sarebbero apparsi estremamente retrogradi a tutti. Ma i cittadini sono disposti a pagare il prezzo del maschilismo, e anche con un certo entusiasmo, se significa salari e sussidi. (A parole: perché nei fatti, il Governo gialloverde continua a remare in direzione Confindustria. Ma la gente non riesce ad accorgersene).

Contro chiunque a sinistra pone questo problema, quella sinistra contemporanea agita l’accusa di rossobrunismo. Cioè di ibridazione col fascismo (una vera e propria scomunica). Chi suggerisce di focalizzare l’attenzione sui diritti sociali, e liquida con qualche risatina la questione dell’asterisco, viene ritenuto un pericoloso reazionario. Addirittura Acerbo, nel suo post, rivendica l’essere di sinistra “fucsia” (il prestigioso appellativo riservato da Marco Rizzo alla “falsa” sinistra che abbandona i lavoratori per occuparsis “solo” dei diritti civili).

La verità è che di rossobruni ce ne sono ben pochi in Italia. Il rossobruno è davvero un mezzo fascista: è nazionalista, è conservatore, è quasi vicino al corporativismo. I settori di sinistra meno rosé sono certo molto meno arcobalenosi nella loro narrazione. Ma spesso includono nei loro programmi ampie concessioni nella sfera dei diritti civili (anche il PC di Rizzo vi dedica una certa attenzione).

E però la rivolta contro l’asterisco antifascista osannato da Acerbo testimonia che qualcosa si è rotto nella sinistra-sinistra. Sfiduciata dal proprio elettorato (che le ha negato perfino il 2% alle europee nonostante la scarsa affluenza), questa opzione è un ferrovecchio inservibile. I militanti si sono scocciati: vogliono battaglie materiali, concrete, tese a migliorare le reali condizioni di vita degli italiani. E i dirigenti sono incapaci di tradurle in programmi.

Nessun militante di sinistra è contro i grandi temi sventolati da Fratoianni e Acerbo. Ma ha una visione politica più ampia e vorrebbe che la prospettiva, la strategia e il punto di partenza della comunicazione politica del proprio partito fosse autenticamente socialista. E cioè partisse dalla necessità di modificare le relazioni economiche, di dichiarare nuovi diritti economici, di aggredire le posizioni di rendita attraverso politiche redistributive.

Diritti civili e cultura di genere sono parte del programma ma non possono essere il programma. La sinistra dovrebbe scrivere un programma di amplissimo respiro e aggiornato all’ultimo minuto con le rivendicazioni più avanzate e le teorie politiche, economiche e sociali più recenti. Ci vorrebbe quasi un nuovo Marx, un nuovo Capitale. Esistono tanti intellettuali che potrebbero collaborare a questa impresa, in giro per l’Europa e per l’America, se solo il GUE volesse.

Vogliamo un esempio concreto? Jacobin Magazine (l’edizione americana della nota rivista socialista di approfondimento) suggeriva pochi giorni fa di rendere l’aria condizionata un diritto universale in virtù delle conseguenze tragiche (spesso mortali) gravanti sulle fasce più povere della popolazione, che non può permettersela. E elaborava (in un bellissimo articolo) un piano sofisticato e dettagliato per riuscirci. Un esempio mirabile di come unire ecologismo, giustizia sociale e radicalità della proposta.

Dicevamo, se solo il GUE volesse. Ma in tutta Europa il GUE è composto da personaggi come Fratoianni e Acerbo. Gente che di fronte alla più sonora bocciatura di tutti i tempi non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di dimettersi da segretario del rispettivo partito (ormai inesistente). Possiamo aspettarci da loro un cenno di risposta, di risveglio?

Costoro ghettizzano tutti – intellettuali, dirigenti, quadri, militanti – coloro i quali tentano di dare una risposta adeguata al bisogno di giustizia sociale materiale della società, una risposta che sia elettoralmente competitiva e comprensibile. Basti pensare all’isolamento a cui è costretto Stefano Fassina, giunto al punto di lanciare un nuovo soggetto politico (basato dall’unione della sua associazione Patria e Costituzione con l’associazione di cultura politica Senso Comune). Ma anche questo esperimento, culturalmente elevatissimo, rischia di perdersi e isolarsi.

Di fronte al generale arretramento dei partiti di sinistra, viene da chiedersi cosa possa fare chi davvero crede in un’alternativa socialista, progressista, di reale giustizia sociale ed economica. Di fronte all’inutilità di questi partitini in crisi, appassionati alle effervescenti vicende del proprio ombelico, appare chiaro che bisogna colonizzare altri partiti. Altre macchine, capaci di dare le gambe e il consenso alle proprie idee. Il tragico interrogativo è: quali?

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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