COME RIFARE IL CENTROSINISTRA (E COME MAI NON LO SI RIFARA’)

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Marco Di Geronimo

Non si sa se ci sarà un nuovo centrosinistra in Italia. Soprattutto, è molto difficile che lo si riesca a mettere insieme. È questa la dura constatazione che chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale è costretto ad ammettere. E ciò dipende dal fatto che nessuno, ahinoi, sembra voler ricucire lo strappo sempre più evidente tra il centro e la sinistra.

Trent’anni di politiche liberiste hanno spompato i due principali bacini partitici in ogni Paese d’Europa. Parliamo dei popolari e dei socialisti, delle sezioni locali del PPE e del PSE. I socialisti si sono scollati dalle classi lavoratrici che dicevano di difendere quando hanno smesso di perseguire politiche economiche progressive. I popolari hanno acuito il conflitto di classe e, con le loro ricette, trasferito denaro dalle piccole e medie imprese (il loro tessuto di riferimento) verso l’1%.

In tutta Europa il popolo sta dicendo basta. L’elettorato che vota i due partiti principali è ormai lo stesso (in quanto ridotto e omogeneo). E gli elettori-simbolo delle due alternative defluiscono verso alternative che difendono politiche economiche in senso sociale, ormai rese impossibili dai vincoli europei. Si profila così uno scontro netto – e culturalmente poco strutturato – tra chi difende lo status quo e l’ideologia liberale, e chi vuole combattere per una società diversa e più mutualistica.

Ma purtroppo oltre alla politica economica le scelte in campo sono le più disparate. E in campo culturale, etico, sanitario, sociale e civile le ricette che vengono propinate sono incoerenti e incompatibili. Ne è una dimostrazione la differenza di fondo che ha reso difficilissimi i contatti tra M5s e Lega nelle ultime settimane, e che ha impedito la nascita di un governo socialista in Spagna che facesse convivere Podemos e Ciudadanos.

In sintesi: fascisti e comunisti combattono entrambi (sulla carta) il capitalismo sfrenato. Poi nella realtà sono profondamente diversi. Basta richiamare alla memoria Almirante e Berlinguer – che pure non disdegnavano di cenare assieme – per avere un’idea della distanza che li separava nel modo di concepire la società, la cultura, l’economia e l’Italia in generale.

Ricostruire un legame tra il pulviscolo di sinistra, incapace di farsi capire dalla gente e di offrire un volto che ispiri fiducia, con l’agonizzante partito di centro glitterato (il PD) sembra un’impresa impossibile. L’elettorato del PD è l’elettorato di Forza Italia: i due partiti non possono fondersi per motivazioni storiche – che rendono incompatibili anche le rispettive classi dirigenti. Eppure questa sarebbe la scelta più sensata, che sgombererebbe il campo politico delle ambiguità latenti.

Oggigiorno la principale novità è la presa di coscienza della propria inutilità che il pulviscolo di sinistra ha manifestato nelle sue interviste. In tutti i giornali e in tutte le trasmissioni, gli esponenti di Liberi e Uguali parlano solo del PD. Per due ragioni: la prima, perché chiaramente il dibattito interno a LeU non progredisce e non progredirà nel breve termine, almeno finché non si deciderà una piattaforma comune attorno alla quale costruire un partito unico. Il che certifica l’irrilevanza politica di un progetto che non è mai nato e nel quale nessuno ha avuto fiducia.

La seconda ragione per la quale Bersani e compagni tacciono su sé stessi e parlano della loro vecchia casa è semplice: il cambiamento passerà dal PD. Solo se il Partito del Lingotto deciderà di svoltare a sinistra, intercettando l’emorragia che nei prossimi anni potrebbe (dovrebbe) travolgere il M5s (spinto dalla Lega a proseguire sulla strada delle politiche regressive), allora si potrà tentare il dialogo. Altrimenti ogni altra coalizione progressista consisterà nell’ennesima operazione saldi sofà, tesa a procurare un seggio o due a qualche intellettuale rosseggiante, ma priva di una visione unitaria e strategica del futuro del Paese, priva di una visione di riscatto sociale per gli umiliati della globalizzazione che hanno voltato la faccia allo schieramento che doveva difenderli. E per questo, sarà destinata ad arretrare e fallire.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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