COME SI SALVA UNA VITA?

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Può una singola  disperata morte fermare il lavoro di quanti combattono per strappare tante vite alle braccia mortali della droga?. No , non può e non deve. Può però metterli in ginocchio, farli entare nella disperazione, fargli pronunciare quella brutta domanda che sa di resa e di sconfitta  : ” a che serve andare avanti ? Pubblichiamo qui l’accorata nota che gli operatori dell’associazione Onlus insieme, che è un esempio alto di professionalità e di servizio, per lanciare un solo messaggio: non lasciamoli soli. Cerchiamo di capire che è un problema così pesante che non può essere portato solo da chi cerca di recuperare una persona alla vita normale. Cerchiamo di renderci conto di quello che sta succedendo all’esterno, delle nuove insidie, dei nuovi mostri in agguato. Il peso è così gigantesco che occorre cercare di alzarlo in tanti, e …Insieme-
Questa domanda si infrange al centro del gruppo di supervisione dell’equipe terapeutica di Potenza Città Sociale in un Aprile freddo ed umido, e l’onda d’urto è assordante come un asteroide che si schianta sulla crosta terrestre. Al di qua dei cancelli della struttura, che avvolgono la comunità come la mesosfera circonda il pianeta, ci si sente protetti, si ha la sensazione quasi di fare miracoli, di costruire strade, di erigere ponti dal nulla. Ci sono attimi in cui sembra quasi possibile dimenticare che al di là c’è un universo intero, in larga parte privo di ossigeno, colmo di collisioni, esplosioni nucleari e radiazioni intense.
Poi all’improvviso ci si scontra con la morte.
È un impatto mozzafiato, fragoroso, che produce un suono simile ad un fiume che si congela all’improvviso. Ci si chiede se ne valga la pena, struggersi, impegnarsi, arrivare sull’orlo dello sfinimento, passare spesso più ore in comunità che a casa propria, impegnati in una guerra probabilmente fallimentare, combattuta ad armi ìmpari, dove le persone di cui ci si prende cura, che si tenta di preservare, sembrano schierarsi in contrapposizione, nella “squadra avversaria”, quella della Morte. C’è da uscire fuori di testa, si prova rabbia, si desidererebbe fuggire, allontanarsi, cambiare lavoro o urlare, buttar per l’aria tutto.
Ovviamente siamo consapevoli quando scegliamo quest’ambito che parlare di dipendenze vuol dire decidere di camminare a due passi, o anche molto meno, dalla Morte. Dipendenza, al netto delle lungaggini tecniche, in fondo vuol dire proprio lotta tra la vita e la morte in cui spesso le due si scambiano di posto, confondono le carte in tavola, assumono le sembianze di qualcosa che non è morte, ma neanche vita, e all’improvviso le opportunità che si tenta di offrire sembrano perdere di significato, di valore, come quei volantini ricevuti per strada che vengono appallottolati, strappati, buttati a terra o lasciati nella buca delle lettere. Ci formiamo per questo, ma quando ce la ritroviamo davanti, la Morte, distesa fra la polvere in un giardino incolto, nella corsia di un ospedale o fra le pagine di un quotidiano, non c’è teoria che tenga. Ogni sovrastruttura crolla e ci lascia nudi di fronte ad un’impotenza senza parole, nello sciocco tentativo di trattenere le lacrime, come se contenessero qualcosa di prezioso che abbiamo paura a lasciar andare.
La parte di noi che abbiamo affidato all’altro pare morire con lui, così come pare marcire, dentro di noi, ciò che l’altro ha lasciato nella nostra cassa toracica. Il processo in cui ce ne riappropriamo e torniamo a far fiorire quelle parti perdute è il nucleo di un cammino privo di orologio, fatto di riti, rituali e tanti angoli bui.
In quanto operatori di una comunità di riabilitazione per le dipendenze patologiche siamo naturalmente esposti a continui lutti disseminati come atroci deflagrazioni sul nostro cammino.
Ognuna di esse ci fa confrontare con il crollo di un’illusione, quella della vita più forte del suo contrario, ma soprattutto con le nostre Morti, quelle vissute o temute, e con la più angosciante di esse: la nostra.
Siamo come in un Hospice, costantemente a contatto con la consapevolezza della fragilità della nostra vita, di chi ci è attorno e delle persone che ci illudiamo di poter salvare.
Questo ci riporta alla domanda iniziale e a quella conseguente: Come si salva una vita? Ovvero cosa si può fare di fronte alla morte?
La verità, per quanto amara e cruda, è che una vita non può salvarne un’altra. Non possiamo sapere dove ci porterà quel colloquio con questo o quell’ospite. Ciò che sappiamo è che ha il marchio della Morte stampato sul volto, sulle braccia, su tutto il corpo, e che essa incomberà su di lui per tutto il programma, per tutta la vita. Non esistono supereroi abbastanza potenti, superare la velocità della luce non è sufficiente. Quello che possiamo fare, al contrario, è abbracciare quell’impotenza, “stare”, fermi nel proporre vita, come la sponda di un tavolo da biliardo, offrendo attivamente un’occasione di scontro che muti le traiettorie. Ecco cosa siamo. Sponde che cercano l’incontro, che cercano di offrire gli strumenti per fare una scelta, senza la quale non c’è Vita vera. Il resto sono solo teorie che ci allontanano dalla sofferenza, da quella dell’altro come dalla nostra.
Stare, e quando la morte viene a bussare ai nostri occhi ed alle nostre orecchie, fermarci un attimo, stringerci fra noi, addensare l’atmosfera e riappropriarci di noi stessi, per innaffiare ciò che sentiamo morire e potare i rami già morti. La riabilitazione per le dipendenze patologiche, d’altronde, ha a che fare con l’aprire e il chiudere le mani, con il lasciare andare. Dobbiamo imparare, ogni volta, a farlo anche noi. Parola di chi ce l’ha fatta e ora, dall’indossare il marchio della morte, vediamo con gioia portare in grembo il simbolo più autentico e semplice della vita. La prova che, tutto sommato, ne vale la pena.
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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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