CONFESSIONI DI UN SOCIALISTA

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Riccardo Achilli

RICCARDO ACHILLI economista

Non è stato facile, una marcia molto lunga e dolorosa attraverso la presa di coscienza dell’inadeguatezza, e persino della complicità, della parte politica dentro la quale ho militato per una vita. Dentro di me sento di essere ancora un socialista, anche se ho preso posizioni nazionaliste e anti immigrazioniste che fanno di me il prototipo del rossobruno. Ma non ho dimenticato la solidarietà, chi è da noi legalmente e operosamente ha diritto ad un percorso di assimilazione, non di integrazione, intesa come parificazione delle culture e delle tradizioni, quella non è un diritto. Quando stavo in Tunisia durante il Ramadan non andavo a gozzovigliare come un porco, come la mia condizione di straniero mi avrebbe consentito. Aspettavo il tramonto per mangiare, non ero a casa mia. Quello che non è possibile, perché socialmente intollerabile, è un accesso paritario ai diritti sociali per chi è appena sbarcato e non ha dato niente al Paese. Vuoi i diritti? Devi inserirti positivamente nel tessuto sociale, civile e lavorativo del Paese. Al tempo stesso hai diritto ad un lavoro, ad uno stipendio onorevole, al diritto a scioperare, alla malattia ed alle ferie, come un italiano, ed ogni forma di caporalato o sfruttamento va abbattuta per chiunque. E non si può pensare che centinaia di migliaia di minori stranieri arrivati da noi rimangano per una vita in un limbo in cui non sono né italiani né cittadini del Paese di origine, covando pericolosi sentimenti di emarginazione. La conclusione di un percorso di assimilazione è la cittadinanza, altrimenti creiamo buchi pericolosissimi in cui si infilano rabbia e fondamentalismi identitari disperati. Ma perché tutto ciò sia possibile, le frontiere devono essere sigillate, non aperte ad assurde redistribuzioni. Solo se le frontiere sono sigillate, è possibile far decantare i fattori di scontro fra autoctoni e migranti, e trovare soluzioni civili. In un continente africano alle prese con la transizione demografica, tribalismi, sconvolgimenti climatici e violenti scontri etno religiosi, le frontiere non si sigillano con gli atti umanitari o il buonismo, non con una autolesionistica predicazione sugli aiuti allo sviluppo, ma con politiche estere efficaci e ciniche, con la forza navale, con normative interne severe e repressive. Il resto è ipocrisia di chi sostiene forme di sostituzione etnica facendo lo splendido con il culo degli italiani. Ma il tema non si affronta neanche con la bolla mediatica dei porti chiusi, una politica meramente comunicativa, perché non crea il retroterra per soluzioni strutturali. Non penso nemmeno, e da molto tempo, che vi siano le condizioni per uscire dall’euro, ma che questa guerra economica che stiamo perdendo senza combattere si deve fare, per certi versi, militarizzando il Paese. Combattere questa guerra, però, non può significare andare verso soluzioni di politica economica neoliberiste o reaganiane, perche allora non ne vale la pena. Deve servire per tornare a politiche keynesiane, moderatamente protezionistiche, senza scatenare guerre, che passino attraverso il recupero di una politica dei redditi ed industriale, cioè verso forme di programmazione economica statale, ed anche verso alcune forme di corporativismo democratico, o di arbitrato statale nelle negoziazioni salariali delle parti sociali. Per lo Stato non è indifferente sapere quale livello salariale sarà stabilito, perché è una variabile che incide sulle sue scelte di spesa. In tutto ciò, non trovo nessuna sponda. Non certo in una sinistra radicale arrivata alla fine, né in una Lega strutturalmente liberista e padronale, oltretutto abitata, a livello locale, da schiere di riciclati, né nei micro sovranismi velleitari. Tutta questa marcia mi ha privato di casa politica e di tanti amici che avevo ed ora non ho più. Non è bello non ricevere nemmeno gli auguri di compleanno. Ma di una cosa sono certo, ed è quello che non mi farà tornare indietro: il mondo del lavoro sfilacciato e segmentato non consente più alla sinistra di classe di esercitare un ruolo egemone. C’è un blocco sociale enorme, là fuori, composto da sottoproletariato urbano, piccola borghesia, ceti medi impoveriti, classi emergenti della new economy, che per ora vota Lega per assenza di alternative, ma che non può, per l’ignavia della sinistra, essere lasciata solo alla predicazione salviniana fatta di privatizzazioni e flat tax. Occorre lavorare dentro quel blocco, e per farlo occorre entrarvi. Forse un gruppo di pentastellati in fuga dal M5s potrebbe costituire l’anima sociale di tale blocco, vedremo, anche se pagano l’impreparazione politica e culturale tipica del loro movimento di origine.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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