NINO CARELLA
Lungi da me voler fare sofisticate analisi elettorali sul voto inglese. Semplicemente, non ne sarei in grado.
Tuttavia la tradizione della sinistra italiana, specie di quella fuori dal Grande Partito, di esultare a ogni buona notizia che riguardi la sinistra di qualunque altro Paese -Grecia, Francia, Spagna o Inghilterra che fosse – non è mancata nemmeno stavolta.
L’idea vorrebbe essere forse quella di evocare un misterioso e sedicente “vento” di sinistra, che soffiando impetuoso nel mondo, sarà diretto a ginfiare le vele, in verità assai sgonfie, della sinistra italiana. Che soffre di bonaccia ideale e tattica da molti, moltissimi, troppi anni.
Stavolta il merito di Corbyn, leader del Partito Laburista, sarebbe stato quello di aver tenuto duro sui programmi e le parole d’ordine del socialismo: uguaglianza, servizi pubblici, giustizia sociale.
Dimostrando che la sinistra può crescere anche senza scimmiottare la destra. Come qualcun altro sta facendo. Il loro pensiero va a Renzi, naturalmente. Il mio corre fino a Bersani, a ancora più indietro ai Veltroni e ai D’Alema, convertitisi al socialismo reale in tarda età, dopo aver passato la giovinezza (sprecando tutte le più ghiotte occasioni di governo) a rinnegare la sinistra strizzando nemmeno tanto velatamente l’occhio alla destra. E non si può non essere d’accordo.
Ma i nostri insistono, dicendo che se Corbyn ce l’ha fatta a portare il Labour al 40% senza Jobs Acts e senza Patti col diavolo, allora anche noi.
Eh, anche noi. Su dimentica però un dato essenziale. Banale, ma che cambia il gusto a tutto quanto viene servito sul tavolo infinito dei commenti postelettorali.
Il buon Corbyn è rimasto buono buono nel suo partito. Militando con le sue idee, i suoi valori, lasciando crescere intorno ad esse il consenso interno ed esterno necessario a guidarlo.
In Italia, invece, lo osanna adesso chi ha fatto ieri l’esatto contrario. Condannandosi, probabilmente, all’inconsistenza politica, a rincorrere eternamente temi e persone per assicurarsi la mera sopravvivenza.
E si capisce bene allora proprio qui il male della sinistra italiana, che Renzi non ha certo causato, ma del quale ha probabilmente soltanto approfittato: se ogni leader della sinistra fa partito a sé, allora la battaglia sarà nell’imporre sé stesso, prima che le idee. La frantumazione è inevitabile, è come dire? nelle cose, addirittura auspicata. Ciascun “leader” sarà infatti impegnato a trovare di volta in volta il posizionamento migliore per garantire sopravvivenza a sé stesso e alla propria diretta filiera.
Dove sono le idee? Dove sono i valori? Verranno tirate fuori all’occorrenza, nel breve intervallo di una campagna elettorale, e poi di nuovo seppellite. Che l’interesse primatio è tutto diretto altrove.
Ah, se avessimo un Corbyn anche noi. Potremmo addirittura auspicare, un giorno, di costruire un Partito migliore. Per mezzo del quale proporci per costruire un Paese migliore. Litigando, discutendo, mediando, tra di noi. Ma ognuno fermo nel suo ruolo di ingranaggio della macchina complessa. A cui magari, lavorando bene, può toccare di diventare il perno centrale che guida tutti gli altri.
Ma ciò che in altri Paesi è considerato normale, in Italia è una mezza bestemmia.
Il Partito va male? Cambia partito! Ma chi te lo fa fare!
Il partito sbaglia? Fattene uno tutto tuo! Non sbaglierai di certo da solo!
Altrimenti hai qualcosa che non va. Interessi nascosti da proteggere. Magheggi da preservare. Grigiore truffaldino da mantenere.
E invece. Uno magari pensa soltanto di poter fare in Italia quel che si è fatto in Inghilterra, e ovunque nel mondo civilizzato: il leader non ci piace? Il leader si cambia? La direzione intrapresa è sbagliata? Si lotta per riportarla sulla giusta rotta. Il partito perde le elezioni? Il partito si cambia.
Non si cambia partito.
Che poi, il partito, in fondo, siamo noi.
