
DONATO MARCHISIELLO
Tra varianti, vaccini e “regole di condotta”, il Covid-19 è entrato a gamba tesa nella vita di tutti i giorni. Dal semplice (ma “potente”) uso della mascherina, sino agli ormai irrinunciabili disinfettanti tascabili, la pandemia sembra essere il minimo comune denominatore di gran parte delle routine e delle attività umane, sia “primario” che “secondario”. Ma non v’è solamente la più classica “guerra di trincea” contro la pandemia: quindi, Covid non è solo vaccinazioni di massa, terapie intensive e nuovi ceppi del virus. Covid è anche informazione: ed è proprio quest’ultima che, purtroppo o per fortuna, sta avendo un ruolo di primo piano nella lotta al virus. Una informazione che, spesso e volentieri, vede in prima linea istituzioni, testate e siti difendersi dai “fendenti” di presunti guru et similia pronti a giurare, ogni 3 per 2, che il Covid non esiste o è un’invenzione o basta un the al limone per respingerlo. E in questo torrenziale turbinio di statistiche, teorie del complotto o medici radiati pronti a giurare di poter curare tutte le varianti del Covid con intrugli e combinazioni di elementi sempre più “sorprendenti”, diviene immancabilmente necessario saper riconoscere ciò che è vero, da ciò che lo è probabilmente rispetto a ciò che è assolutamente falso. Un’opera difficile, specialmente per chi (come la maggioranza di noi), non è esattamente un tecnico. Un’opera difficile anche perché il dubbio metodico su ciò che si legge, pervade diversi campi o temi fondamentali e spesso orienta l’opinione pubblica anche con effetti sociali devastanti (vedasi la “sfiducia” nei confronti dei vaccini).
Un’opera resa (ancor di più) difficile dal ruolo attuale e dall’accessibilità dei social moderni: è facilissimo registrarsi ed altrettanto condividere al volo, senza riflettere, qualsiasi link o post gli algoritmi ci facciano vedere. Ma, un semplice click, può effettivamente ingenerare una reazione a catena e, seppur relativamente alla nostra quotidianità irrilevante, potrebbe essere la canonica “goccia che fa traboccar il vaso” e divenire determinante nella complessiva viralizzazione dei contenuti. Infatti, un recente studio condotto negli Usa sul tema e riportato nei giorni scorsi da Ars Technica, ha visto diversi ricercatori esplorare i social (e, in modo particolare, Facebook) alla ricerca delle “reti” più o meno nascoste da cui si originano vere e proprie campagne di disinformazione. In modo particolare, i ricercatori hanno “seguito” passo passo una serie di fake news, dalle origini pre-pandemiche sino alla loro totale viralizzazione post-pandemia, per verificare come nell’effettività la stessa avvenisse cavalcando gli algoritmi che “regolano” i contenuti che visualizziamo nel mentre navighiamo la nostra “home page”. In modo particolare, i ricercatori hanno analizzato le attività di gruppi social “pro-vaccino”, “anti-vaccino” e neutri, stabilendo fra loro delle connessioni per interessi extra-covid (come ad esempio lo sport, l’alimentazione ecc.). In generale, ciò che hanno evidenziato i ricercatori è che i membri del gruppo “neutro”, nel momento in cui si ritrovavano loro malgrado a condividere “like” su pagine extra-Covid con i membri appartenenti al gruppo anti-vaccino, entravano “silenziosamente” nel cluster di questi ultimi, vedendo esponenzialmente aumentate le possibilità di incappare in post o articoli di disinformazione. Un effetto omsotico indiretto che è poi alla base dei meccanismi di viralizzazione di quasi tutti i moderni social.
I ricercatori, in aggiunta, hanno notato che, rispetto al periodo pre-pandemico, le fila dei gruppi anti-vaccinisti e complottisti si sono “ingrossate” di nuove “reclute” provenienti in larghissima misura da gruppi social formati da genitori, utilizzando l’effetto “osmotico” di cui abbiamo parlato sopra. Quest’ultimi, in aggiunta, hanno altresì aumentato a dismisura non solo la visibilità di pagine di medicina alternativa, spirituale et similia, ma anche di pagine più “spinte” e dedite al complottismo di massa dedicato al cambiamento climatico, 5G ecc. La ricerca, in un certo qual modo, ha evidenziato come alcune delle fonti più attive di disinformazione, siano in realtà troppo piccole per esser efficacemente moderate e tamponante prima di divenire sorgente di fake news torrenziali. Una questione che, ad ogni modo, è attualmente al centro di diversi cambi “meccanici” che i principali social media o social messaging software hanno apportato alle loro piattaforme. Basti pensare, ad esempio, al link perenne che rimanda a fonti istituzionali di informazione sul Covid introdotti da Facebook, oppure alle indicazioni di condivisioni relative ai messaggi condivisi su WhatsApp (tutti segnali che, in teoria, dovrebbero essere “campanelli d’allarme”). Ma, nonostante meccanismi di moderazione di diverso tipo messi in atto, molti di questi gruppi estremisti stanno migrando su piattaforme che, sulla carta, sono meno “stringenti” nei controlli e che permettono, teoricamente, la continua diffusione di informazioni senza grossi rischi di chiusure o limitazioni.
In generale, dunque, mettere un “like” casuale ad una pagina (un’azione “leggera” e spesso fatta senza troppi pensieri) potrebbe tramutarci, nostro malgrado, in un “ariete” della disinformazione e aprire le porte ad una malsana “irrorazione” di false notizie che, potenzialmente, potrebbe investire i nostri contatti social e avere purtroppo conseguenze nella vita reale. E se, in generale, l’esposizione ad un singolo link “fake” possa avere un relativo impatto, l’effetto cumulativo di tanti rimandi a notizie false reiterate più volte ogni giorno potrebbe al contrario essere devastante, specialmente se a condividere le informazioni fasulle sono contatti a noi vicini. Dunque, a questo punto, la domanda sorge spontanea: come riconoscere le fake news? In generale, non c’è una risposta definitiva alla domanda ma un orientamento generale e tanti segnali “premonitori” che la fonte dell’informazione non sia esattamente attendibilissima. Anche perché, probabilmente qualcuno potrebbe non sapere che tanti di questi siti che divulgano notizie non veritiere, si abbandonano a titoli roboanti e verità assolute improbabili per un unico motivo: guadagnare con le pubblicità (solitamente decine e decine) con cui farciscono sino al limite della leggibilità le proprie pagine. Ma torniamo al punto: da cosa ci si accorge se la notizia è vera o falsa? La prima cosa che andrebbe verificata immediatamente è: chi è l’autore della notizia? Spesso e volentieri, i “vettori” di informazioni sbagliate o completamente errate, sono “anonimi” e, altrettanto solitamente, si nascondono dietro siti dai nomi altisonanti ma che, però, non riportano visivamente a nessun nome reale o azienda editoriale concreta. Al giorno d’oggi, aprire un sito web è un qualcosa di piuttosto semplice e ci sono diversi siti che, in pochi click, consentono di creare pagine web ad hoc anche ai più “digiuni” di tecnologia.
In aggiunta, un’altra verifica che si può fare, è vedere se la pagina web da cui si attinge una notizia, è o non è una testata registrata ad un tribunale italiano (la qual cosa, nel primo caso, la renderebbe eventualmente perseguibile in caso di false notizie). Riassumendo: se è un sito anonimo e non una testata registrata, il cui autore non ha un nome reale e non viene indicato apertamente, la probabilità che la notizia sia completamente falsa è altissima. E se il nome dovesse comparire e rimandare ad una persona che, apparentemente, esiste? Lì, ancora una volta, a venirci incontro sarebbe il buon senso. Basterebbe indagare il web e utilizzare i “parametri” di giudizio a cui ci affidiamo giornalmente per prendere decisioni “comuni”. Se la macchina si rompe, ci si rivolge al meccanico. Se abbiamo un problema fisico, ci accomodiamo in uno studio medico. Se dobbiamo approntare dei lavori alla nostra abitazione, dovremo rivolgerci ad una azienda edile che metterà in moto i suoi tecnici e i suoi specialisti. Quindi: se l’autore della notizia parla di medicina ma, apparentemente, non ci sono sufficienti informazioni online o sui suoi profili riguardo le sue competenze in materia (ovvero titoli di studio, esperienze lavorative ecc.) la probabilità che la notizia sia fasulla è altissima.
Naturalmente, le verifiche qui proposte sono a priori rispetto al contenuto della notizia che, ovviamente, una volta letta andrebbe tendenzialmente reinterpretata ponendosi una semplice domanda: qual è la fonte della stessa? Naturalmente, non è sempre facile stabilirlo, ma spesso informazioni che circolano viralmente sui social (ad esempio, tramite “meme” o semplici immagini con testi scritti), citeranno nomi o teorie che, quanto meno, rimanderanno tramite una ricerca online ad altri articoli scritti che, altrettanto probabilmente, potrebbero trasferire una visione completamente opposta della cosa (oppure, addirittura, sbugiardare completamente quanto affermato dalla ipotetica fake news). Ed ecco che, ad esempio, esimi scienziati o dottori citati potrebbero esser persone comuni che vantano competenze non chiaramente dimostrate, oppure addirittura inesistenti. Quindi: se la notizia non ha una fonte evidente, oppure quella citata da una nostra ricerca extra-notizia ci restituirà una serie di articoli in aperta contraddizione e scritti da testate più affidabili (applicando gli stessi principi espressi sopra), la probabilità che sia falsa è altissima. In ultima istanza, v’è un’ultima “regola” un po’ più “rarefatta” per riconoscere una notizia falsa: solitamente, le fake news si fregiano di titoli esplosivi e capovolgenti rispetto al sentire comune e al buon senso. Un “capovolgimento” che poi, spesso, nel caso di veri e propri articoli redatti, continua spesso in modo ascendente a venir perseguito all’interno del testo stesso. Il tutto, come già detto, per indurre quante più persone possibili ad aprire link, mossi magari da un senso di rabbia o “stuzzicando” alcuni temi caldi con racconti al limite del grottesco, e generare click/visualizzazioni al fine di ottenere introiti pubblicitari. Quindi, in generale: se la notizia ha un titolo ultra-sensazionale e che rimanda a tematiche in aperto contrasto o completamente capovolgenti rispetto alla quotidianità “assodata” o al buon senso, la probabilità che sia una notizia falsa è altissima.
E se dovessimo incappare in quella che riteniamo essere una notizia falsa? Da buon cittadino, ognuno di noi ha il dovere etico e morale di “intervenire”, utilizzando gli appositi strumenti che i siti e le piattaforme social hanno messo a disposizione di tutti. Solitamente, segnalare presunte fake news potrebbe attivare un meccanismo di “risposta immunitaria”, mirato all’annullamento della viralizzazione della stessa notizia e al blocco della sorgente (con una eventuale persecuzione a livello giudiziario nel caso di gravi falsità). Queste notizie fasulle, purtroppo, spesso e volentieri orientano l’opinione di persone disattente o che magari “abboccano” agli stratagemmi elaborati per rendere virale una news. E, altrettanto spesso, aizzano “fuochi” che frequentemente rimandano a temi vicini alla violenza razziale, sociale et similia, creando instabilità e divisione. Quindi, segnalare una fake news è un piccolo grande gesto, mirato a rendere più pulito e sicuro il mondo e la realtà che condividiamo e che anche i nostri figli vivono.