CRONACHE DAL METAVERSO – IN VIAGGIO CON GIOVANNI CALIA OLTRE MATERA TRA MONDO REALE E REALTA’ VIRTUALE

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CRONACHE DAL METAVERSO – IN VIAGGIO CON GIOVANNI CALIA OLTRE MATERA TRA MONDO REALE E REALTA’ VIRTUALE

Lorenza Colicigno

 L’ospite di oggi è il materano Giovanni Calia, manager del Marketing da sempre in aziende tech in giro per il mondo. Per lavoro e per passione è concentrato da due decenni su tecnologie al crocevia tra marketing e comunicazione. Si è occupato di Intelligenza artificiale da ricercatore e, oggi, se ne occupa per applicazioni che impattano professionisti, aziende e pubblica amministrazione.

Giovanni Calia

Mi piacerebbe che Giovanni Calia ci narrasse del suo percorso che mi sembra possa essere emblematico delle generazioni che, come quella del compianto Giuseppe Granieri, hanno preso lo slancio dal Sud per percorrere le strade del mondo e del web con precoce curiosità.

Il mio destino era già segnato, forse, nel timbro d’inchiostro sul certificato di nascita: Lucano, figlio di una terra dove le partenze si tramandano come i proverbi, come certe rughe nei visi degli anziani. Eppure, se mio nonno materno emigrò a Torino per lavorare in FIAT, io invece, ci arrivai per imparare a pensare, a studiare a cominciare. E fu diverso: non fuggivo, andavo incontro.

Poi dopo oltre un decennio non ho più messo di muovermi. Milano. Roma. Per un tempo breve, anche Matera. E poi ancora Torino. E poi Londra. Bruxelles. Ghent. Madrid. Quasi vent’anni in cammino, con la valigia piena di curiosità e indirizzi, ma con le colline di casa sempre nel cuore.

Diversa fu la mia emigrazione da quella di mio nonno. La sua era necessità e dovere nei confronti della famiglia. La mia, sete. Di sapere, di scoprire, di provare che da qui si può, se si ha il fuoco giusto. Perché chi nasce in Lucania ha dentro una fame gentile, ma ostinata. Non è voglia di emergere, è desiderio di non deludere: la famiglia, sé stessi, un certo ideale di dignità.

Poi, però, ci sono i fuoriclasse, come Giuseppe Granieri che parlava al mondo dal suo paese. Ne seguivo il blog a inizio degli anni 2000. Tanto fu il suo stupore quando trovò un materano come ricercatore in un laboratorio a Torino diretto da Derrick de Kerckhove -il braccio destro di McLuhan, il più grande sociologo del ‘900- e guidato da lui. Ovunque era rispettato e ammirato per la sua visione e il suo pensiero raffinato e acuto. Da lucano, averlo come guida a Torino fu un grande orgoglio, soprattutto quando assistevo sempre alla stessa scena in cui gli si chiedeva di spostarsi a Milano, Roma o Torino. E lui, con calma, lì a spiegare che stava benissimo dove stava, elencandone i pregi.

Dopo Torino, sono venuti gli anni accanto all’ex vicepresidente americano Al Gore, le docenze alla scuola Holden di Baricco e allo IED, le conferenze e gli aerei. Poi il ritorno.

Era dicembre 2018. Mio nipote stava per nascere e Matera era pronta ad essere Capitale Europea della Cultura. Il momento perfetto, il luogo perfetto.

Il cordone che mi lega a questa terra non l’ho mai reciso, è stato l’appiglio nei momenti bui. Mia figlia è nata qui, due mesi fa, non a caso.

Oggi, grazie al fermento che attraversa la vicina Puglia, lavoro in una multinazionale olandese del software. Progettiamo soluzioni per aziende e pubbliche amministrazioni, usiamo l’intelligenza artificiale per rendere le cose più semplici, meno costose, più umane nel loro funzionare. E tutto questo, da qui. Da Matera.

Giovanni Calia con Al Gore per Current TV

A quali forme di comunicazione ritiene oggi di potersi affidare efficacemente, nel senso dell’andare oltre la istantaneità e precarietà della comunicazione social? Cosa pensa, in particolare, dei mondi immersivi e VR come luoghi di comunità?

Comunichiamo anche quando restiamo in silenzio. Paul Watzlawick lo aveva intuito con lucidità: “è impossibile non comunicare”. Il respiro di chi ci siede accanto, l’assenza di uno sguardo, la pausa tra due frasi: tutto dice qualcosa.
E l’uomo, da sempre, cerca il modo per rendere visibile ciò che ha dentro. Grotte, papiri, onde radio, pixel. Ma nessuno di questi strumenti, per quanto avanzato, potrà mai contenere davvero il peso e la grazia di una stretta di mano, o la tremolante verità di una voce incerta.

I social di oggi hanno fatto della comunicazione un prodotto. Hanno preso questa nostra fame ancestrale di raccontarci e l’hanno impacchettata e prezzata un tanto al kilo. Ci hanno sedotti con la promessa di essere visti, ascoltati, riconosciuti. Ma è un riconoscimento senza eco, che dura il tempo di uno scroll.

Per fortuna qualcosa sta cambiando. La gente comincia a diffidare di quella falsa intimità digitale. Gli algoritmi ci conoscono, è vero. A volte meglio di chi ci vive accanto.

Ma non ci capiscono.  E questa è la grande frattura.

Io vedo, oggi, una riscoperta del gesto lento, del tempo lungo. Dopo il trauma del COVID, la gente ha voglia di esserci. Di essere presente. Di ritrovarsi. I teatri sono pieni. Le conferenze, anche le più ardite, richiamano persone vere, con occhi che brillano e agende piene, ma con uno spazio riservato allo stupore.

Quanto ai mondi immersivi, alla realtà virtuale, credo abbiano una loro nobiltà, purché restino strumenti e non rifugi. Possono offrire luoghi di incontro, certo, ma non possono generare il calore di una sala, l’imprevisto di un incontro reale. Le comunità vere si costruiscono nella fatica dell’ascolto, nella pazienza dello stare. Non nell’illusione dell’ubiquità.

Io credo ancora in ciò che resta. Nella parola che si fa pensiero e non solo stimolo. Nelle pagine, nelle piazze, negli sguardi. Perché la comunicazione, quando è viva, fa comunità. Ma quando è troppo perfetta, ci separa.

La newsletter di Giovanni Calia

Per chi si interessa di comunicazione connessa al marketing e all’IA, quanto sono importanti termini come etica, sostenibilità, resilienza e contrasto ai pregiudizi e agli stereotipi di genere e sociali, ai fenomeni dell’odio e del bullismo digitale?

Chi, come me, si muove da vent’anni nei campi del marketing e della comunicazione, sa bene che si cammina sempre su un crinale. Da un lato c’è il rischio di piegare il mondo per venderlo meglio; dall’altro, la possibilità di raccontarlo per come potrebbe essere: più giusto, più umano, più vero.
Ci accusano spesso – non a torto – di saper manipolare desideri. Ma io credo, come scriveva Giuseppe Morici, che si possa “fare marketing restando brave persone”. Con una schiena dritta e uno sguardo che non dimentica l’altro.

Oggi ci troviamo davanti a una nuova soglia: quella dell’intelligenza artificiale. E anche qui, la sfida è la stessa. Possiamo costruire algoritmi che divorano dati, oppure possiamo creare strumenti che si prendono cura delle persone. Tecnologie che non solo funzionano, ma comprendono. Che non solo rispondono, ma ascoltano.

Serve un’AI capace non solo di elaborare informazioni, ma di cogliere emozioni, di entrare in risonanza con le parole, con le storie. Un’AI che riconosca l’eco di un dolore dietro una frase, la luce di un’intuizione dentro una metafora.

Viviamo in un tempo che ha fame di coerenza. Le persone – giovani, vecchi, donne e uomini – cercano senso, non solo soluzioni. E allora parlare di inclusione, sostenibilità, rispetto, non è più un vezzo: è una necessità. È un dovere che abbiamo verso chi verrà, verso la dignità che ogni tecnologia dovrebbe custodire.

Bisogna imparare a progettare strumenti che, come certi contadini che ho conosciuto da bambino, sappiano quando è il momento di agire e quando quello di aspettare. Che non si usino mai per ferire, per escludere, per offendere. Ma che servano – umilmente – a rendere più abitabile questo nostro tempo, che corre e dimentica troppo in fretta.

Calia nell’attuale ruolo in Wolters Kluwer

Quali i suoi progetti nell’immediato futuro? Quanto essi sono collegati al suo territorio d’origine, la Basilicata?

Il mio progetto più urgente e più delicato ha poco meno di tre mesi e dorme accanto a me. Ha occhi curiosi e respira piano.
Diventare padre è come tornare bambino in un tempo nuovo: impari di nuovo a guardare, a stare, a tacere quando serve, a togliere via il superfluo.

Ma, come spesso succede, mentre la vita accade, le parole bussano. E allora ho riaperto una finestra – piccola e costante – attraverso una newsletter, in cui cerco di raccontare come la tecnologia cambia i giorni che viviamo. È il mio blog di vent’anni fa che evolve, che rifiuta l’algoritmo. Con una lente che non rincorre la notizia, ma cerca di fermarsi: sulla medicina, sull’amministrazione pubblica, sull’impresa. Sui luoghi dove il futuro tocca davvero la pelle delle persone.

E poi, c’è un cassetto della mia scrivania che apro con prudenza.

Cinque anni fa ho scritto il mio primo romanzo, “La congettura dell’anima”, (Altrimedia Edizioni).

La copertina del romanzo di Giovanni Calia 

Mi sto cimentando in un’altra impresa che questa volta parla della nostra terra. Non la Basilicata dei dépliant, ma quella che ha attraversato il Novecento con le tasche bucate e la testa piena di sogni e passioni. È un racconto che mi scava dentro, che mi chiede tempo e rispetto.
So che lo riprenderò, perché certe storie non ci scelgono per caso. Ma dovrò aspettare il momento giusto. Come si aspetta la pioggia buona, quella che non rovina il raccolto, ma lo fa nascere.
 

Ringrazio Giovanni Calia per l’interessante percorso di vita e di lavoro che ci ha descritto … e tanti auguri per il ruolo di padre che ha da poco intrapreso, per il suo più bel viaggio verso il futuro.

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Sull' Autore

Nata a Pesaro nel 1943, vive dal 1948 a Potenza. Già collaboratrice Rai e poi docente di Lettere, svolge dal 2000 attività di scrittrice e giornalista. Ha pubblicato quattro sillogi liriche: "Quaestio de Silentio" (Il Salice, Potenza 1992), "Canzone lunga e terribile" per Isabella Morra (Nemapress, Alghero 2004), “Matrie” (Aletti, Roma 2017), “Cotidie” (Manni editore, 2021). E' autrice di saggi letterari, tra cui "Pirandello tra fiction e realtà" (in AA.VV, Letture di finzioni, Il Salice, Potenza 1993), "Percorsi di poesia femminile in Basilicata" (in Poeti e scrittori lucani contemporanei, Humanitas, Potenza, 1995), “Il ruolo delle donne-intellettuali nelle società antiche” (in Leukanikà, XVI, 1-2, 2016). Appassionata dei dialetti e delle tradizioni lucane, è co-autrice dei testi "Non per nostalgia - Etnotesti e canti popolari di Picerno" (Ermes, Potenza 1997) e “Piatti Detti e Fatti della cucina lucana” (Grafiche Metelliane); per la Consigliera di Parità della Provincia di Potenza ha curato il testo “Quel che resta di ciò che è detto”, analisi della condizione della donna nella cultura contadina lucana. Sintesi delle sue lezioni come docente di scrittura creativa sono state pubblicate in volumi curati dalle Istituzioni culturali per le quali ha svolto quest'attività (Scuole, Biblioteche, Archivi di Stato). Con l’Associazione “ScriptavolanT” ha curato numerosi corsi di scrittura creativa, collaborando anche alla redazione del romanzo collettivo “La potenza di Eymerich”, a cura di Keizen. Sue poesie e racconti sono pubblicati in numerose opere collettive. Per Buongiorno Regione, rubrica del TGR Basilicata, ha curato interventi sulle tradizioni popolari lucane, sulla stampa lucana d’epoca e sulle scrittrici lucane. Per il sito www.enciclopediadelledonne.it ha pubblicato i profili di scrittrici lucane, come Laura Battista, Giuliana Brescia, Carolina Rispoli. Come wikipediana, è parte, in particolare, del progetto in progress “Profili di donne lucane”. In Second life ha curato la redazione del romanzo collettivo “La torre di Asian”. In Craft World e in Second life, come presso scuole e altre istituzioni, tiene corsi di scrittura letteraria. Il progetto-laboratorio “La Città delle Donne”, realizzato in Craft World, ospita i profili di 86 poete di tutti i tempi, tra cui alcune Lucane, ed è frequentato da scuole e cultori.

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