LUCIO TUFANO
Il 23 settembre 1943, con la gente ancora nei ricoveri e disseminati in vari posti di campagna, entrano i liberatori. Ci sono scaramucce, una delle quali si verifica sotto il dispensario antitubercolare di via Vaccaro. Una pattuglia di mitraglieri tedeschi, dietro il muretto che delimita il cortile dell’edificio, ha sparato sui primi soldati canadesi mentre si accingono sulle motociclette, percorrendo la rotabile della via Vaccaro, ad entrare in città e raggiungere la piazza “18 agosto”. Ne ammazzano quattro. Lo si venne a sapere quando si videro le quattro croci di legno infisse sui tumuli, sotto le vecchie acacie proprio dove ora c’è l’accesso dell’Istituto Magistrale, con gli elmetti caratteristici a piatto fondo degli inglesi e qualche cimelio lasciato li dai compagni, con il nome ed il numero di matricola impresso a fuoco nelle croci.
È il contatto insomma con una civiltà diversa, il messaggio che ci giunge da oltre Atlantico, la magica sensazione di ricchezza, rispetto allo “spiniedd”, alla fraschetta di granturco, o al povero vecchio residuo di trinciato ravvolto con cura nella velina o nel pezzettino di carta di giornale per una idea della sigaretta. Quel profumo, quei colori e quelle confezioni annientano la reminiscenza perfino nostalgica, fino a qualche giorno prima, delle sigarette Nazionali, fumate prima della catastrofe, delle Giubek, delle Macedonia, delle Serraglio, delle Tre Stelle, delle Mentola, delle Principe di Piemonte e delle Milite. Gruppi di ragazzi si accaniscono nell’alacre raccolta delle cicche (le mezze sigarette che solitamente vengono buttate dagli ufficiali e dai militari alleati) per una quasi gigantesca incetta di tabacco, usando perfino le mazze a mò di bastoncino con lo spillo infisso alla punta, da distribuire e vendere ai contadini e a tutti quelli desiderosi di tuffarsi nel nuovo e sorprendente tipo di kalumet. Tabacco quindi che aveva il grado eccelso dell’odore, pari a quello della cioccolata e che era racchiuso in Scatole eleganti di metallo, quadrate o in tondi barattoli di rame con le scritte straniere, contenenti fino a 50 sigarette, o in stecche con colori, carta e dicitura a stampa, ben confezionate in cellofan. Il giallo-dorato tabacco è lo strumento con il quale si comincia a dialogare confidenzialmente, a fare amicizia con i nuovi venuti. L’impatto con la nuova realtà avviene anche mediante i prodotti alimentari in scatola: würstel, corneed-beef, milk in polvere e condensato.
E qui che Potenza si è, per una stagione breve, elevata al rango di grande città del nord-Europa, si è idealmente collegata ad Anversa o ad Amburgo, alle città di mare, come Napoli e come quelle che hanno i grandi fiumi che le rendono spregiudicate e importanti. Anche in via Acerenza vi è ormai la frenetica ressa di jeep e di militari, nei due casini-pensioni che hanno, dagli anni Trenta, vivacizzato il pedissequo anticonformismo erotico dei potentini. I ragazzi più irrequieti, per qualche pacchetto di sigarette, fanno la guida ai militari che cercano le sẽnorite. Il loro modo di ingaggiare è proprio quello di domandare a tutti se gradiscono avere un incontro. Più tardi intraprenderanno attività più lucrose. Con la vendita delle sigarette inglesi e americane sotto il primo Arco del Teatro Stabile, o organizzandosi in bande, come quella detta “dei giardinetti” con l’assalto ai camion americani e trafugando dalle jeep, lasciate incustodite, tutto quello che di utile vi si trova. Asportandovi le gomme e magari acquistando dagli stessi militari alleati materiale da rivendere al mercato nero. Ci manca poco che non arrivino a smontare un intero carro armato o facciano sparire una liberty, come accadrà a Napoli. Anche a Potenza si giunge, da parte dei ragazzi più audaci ed intraprendenti a barattare qualche “black” (soldato nero) e a lasciare in mutande qualche canadese ubriaco, d’onde il detto che ancora si usa scherzosamente: tu vuò accattà? In alcuni posti, trasformati frettolosamente in ritrovi, improvvisate iniziative fanno musica per il ballo dei signori ufficiali SU-Army e per le truppe Amgot. Si suona Star Dust, Stormy Weather, il Jazz e si balla l’irrequieto boogie-woogie, le nuove musiche e le danze importate dall’Atlantico. Sui tavoli della grande sala al primo piano dell’edificio, al palazzo delle Poste si servono minestrine di carote, il beef vegetale (conchily), il prosciutto cotto, il wurstd, il chees (formaggio), le zuppe di piselli, lo spezzatino di manzo con patate in scatola, e si serve la birra canadese a lire dieci la mezza libbra, spillandola dai fusti e la coca-cola o il té. Con Ciccio Cantore, professore di musica e con Totonno Sparviero, suonatori di violino, con Pinuccio Andriuli, ai pianoforte, con Nino Fierro alla batteria e Baciterracino, sassofono, si dà vita al primo club per gli alleati. I soldati indiani invece assistono a lunghissime proiezioni di circa sei ore ciascuna dei loro film al teatro Stabile, trasportati dalle ambulanze che sostano in piazza Prefettura e forniti di teiere e toast. All’Albergo “Roma”, in piazza Sedile, vi è il ristorante per gli ufficiali americani. Rocco u’mmericano fa loro da interprete.
Chi ha preso effettivo possesso della Prefettura, installandovi il primo comando di Occupazione, è il generale Harold George Alexander. Neppure il palazzo dell’Ina dove abitano i La Capra e dove si celebra un matrimonio di una certa notorietà tra la bella figliuola del comm. La capra, ispettore generale delle assicurazioni, e il Jomm (maggiore dell’Aria) americano, viene escluso dalle requisizioni. Due vani ed un intero piano sono occupati dagli ufficiali americani. Sono anche ripristinati alcuni locali nel palazzo delle Poste, per buona parte pieno di sinistrati, ed il salone che è già utilizzato come centro ricreativo per le truppe alleate provenienti dal fronte di Cassino. Nel salone, infatti inglesi, polacchi, filippini, australiani, neozelandesi e via dicendo, si ritroveranno per trattenimenti e musiche per tutto il 1944. L’albergo “Roma” di proprietà di Salvatore Nardo e della signora “Lucia”, viene in parte requisito dal Comando alleato per le truppe dell’aviazione americana, che provengono dal campo di Pantanella (Canosa). Sull’ingresso è stato apposto un pannello in legno sul quale vi è lo stemma degli Stati Uniti con la scritta “Restaurant of americans Military“. Non può non apparire effimera la scenografia, intanto, che attesta il brusco, forsennato, imprevedibile passo della guerra con lo scheletro dell’edilizia in pezzi in molte zone della città: macerie, case diroccate, cornicioni crollati, palazzi sventrati… Diverse ormai sono le sue logiche urbane, non più aderenti alla realtà precedente ma vincolate invece a situazioni in bilico tra distruzione e ricostruzione, diversi i suoi criteri di funzionalità e il suo rapporto non è con i personaggi quanto con la rotta immagine del teatro urbano. La campagna ha invece ingoiato le bombe nei fossi, nelle vigne, tra i meli ed i mandorli, negli stretti trapezi di verde trapuntato di pomodori. Carri armati rotti e carcasse belliche ingombrano le strade. Sepolti anche i soldati tedeschi, croci ed elmetti, sepolti dai parenti, anche i morti estratti dalle macerie. Tornano i reduci dopo anni di assenza. Riprendono respiro e vigore. Si accorgono come ancora pascolino le greggi, razzolino le galline, nei vicoli di sera scalpiti il mulo e ancora si passeggi più che mai per via Pretoria. I reduci arrivano alla spicciolata, tornano a frotte o da soli, regalano gli indumenti militari in cambio di quelli civili, “si accontentano di ritrovare la loro vecchia casa, il grande letto, la lucerna appesa alle catene del camino, pane ed olive, zucche e peperoni, le patate dell’orto. Portano nelle valigie le scarpe militari, qualche camicia grigioverde e un casco di lana perché serva da cuffia ai vecchi e ai bambini”. A piazza Sedile li chiama a raccolta la concitata voce di Felice Scardaccione e si organizza la protesta che sfila nei cortei di “pane e lavoro”.
Non si canticchia più Lili Marleen, le musiche americane hanno ormai il sopravvento, assieme alla nostra per dimenticare: Vento, vento, portami via con te…! Le radio delle famiglie mandano dalle finestre i motivi di Amapola e di Rosamunda.
