Da Lili Marleen a Stormy Weather (Quando le truppe Alleate liberarono la città dai tedeschi)

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LUCIO TUFANO

 

            Il 23 settembre 1943, con la gente ancora nei ricoveri e disseminati in vari posti di campagna, entrano i liberatori. Ci sono scaramucce, una delle quali si verifica sotto il dispensario antitubercolare di via Vaccaro. Una pattuglia di mitraglieri tedeschi, dietro il muretto che delimita il cortile dell’edificio, ha sparato sui primi soldati canadesi mentre si accingono sulle motociclette, percorrendo la rotabile della via Vaccaro, ad entrare in città e raggiungere la piazza “18 agosto”. Ne ammazzano quattro. Lo si venne a sapere quando si videro le quattro croci di legno infisse sui tumuli, sotto le vecchie acacie proprio dove ora c’è l’accesso dell’Istituto Magistrale, con gli elmetti caratteristici a piatto fondo degli  inglesi e qualche cimelio lasciato li dai compagni, con il nome ed il numero di matricola impresso a fuoco nelle croci. Alcuni tedeschi in tuta mimetica, paracadutisti, vengono scorti tranquillamente partire, proprio quando gli alleati sono penetrati in alcuni rioni della città. Entrano gli alleati, finalmente, e la notizia si diffonde per ogni dove tra la gente afflitta da numerosi giorni ed altrettante notti di continue incursioni aeree. Ora accorrono tutti ad accoglierli, ad osservarli, a salutarli i  primi Scherman e i mezzi motorizzati più minuti tentano di attraversare via Pretoria ed essendo l’ingresso  tra Portasalza e via Pretoria ostruito da una gran quantità di macerie, vengono impiegati i bulldozer per rimuoverle. L’operazione viene espletata anche con il contributo del signor Odo Spadazzi, ispettore della Singer di Potenza, che con un camion a gomme piene, un 18 bl, si adopera al trasporto delle macerie. La signora Abruzzese è la prima cittadina dalla corretta parlata inglese, a colloquiare con gli alleati. Si aprono subito i primi locali! I caffè di don Peppino Laurita, di Giugliani e il “Gran caffè Italia” riprendono la loro attività sin dal 24 settembre. Si riallaccia la vita in una città semidistrutta, atterrita, isolata, ove gruppi di saccheggiatori hanno scorrazzato indisturbati, assieme ai gatti, per le strade, per le case e per gli uffici. La poderosa e massiccia presenza di mezzi motorizzati, di pezzi di artiglieria semovente, di carri armati, jeeps, di camions, di autoblindo e l’immediata sensazione di abbondanza e di ricchezza provoca la gioia e immette negli animi l’istantanea consapevolezza che l’angustia dei giorni terribili, l’angoscia e la paura sono definitivamente cessate. Subentra un nuovo spirito e il convincimento negli uomini, nelle donne, nei ragazzi, della protezione certa da parte di queste truppe, alle quali ci si abbandona fiduciosi. Subentra cioè un nuovo stato d’animo al posto del terrore e dello sgomento, la euforia di una popolazione che si adegua al brusco e irruente passaggio della storia, e si grida ai liberatori, mentre dalle tolde dei carri e dei mezzi anfibi, i soldati in kaki lanciano sigarette, pezzi di cioccolata, gomme americane. La folla afferra tutto quello che le viene elargito, il primo dono degli alleati. Nella città s’instaura subito un nuovo linguaggio: “Hello! give me cigarettes, give me chocalats, letls go! Good-by, okey…” Il buon odore del tabacco, dei sigari, delle pipe che gli ufficiali amano fumare con gusto e l’odore grandioso delle Chesterfield, delle Camel, delle Navigod, delle Virginia, delle Lucky Strike, il profumo aristocratico proprio di un mondo concepito da noi come miracoloso e lontano, assume le dimensioni della curiosità e della Scoperta.

È il contatto insomma con una civiltà diversa, il messaggio che ci giunge da oltre Atlantico, la magica sensazione di ricchezza, rispetto allo “spiniedd”, alla fraschetta di granturco, o al povero vecchio residuo di trinciato ravvolto con cura nella velina o nel pezzettino di carta di giornale per una idea della sigaretta. Quel profumo, quei colori e quelle confezioni annientano la reminiscenza perfino nostalgica, fino a qualche giorno prima, delle sigarette Nazionali, fumate prima della catastrofe, delle Giubek, delle Macedonia, delle Serraglio, delle Tre Stelle, delle Mentola, delle Principe di Piemonte e delle Milite. Gruppi di ragazzi si accaniscono nell’alacre raccolta delle cicche (le mezze sigarette che solitamente vengono buttate dagli ufficiali e dai militari alleati) per una quasi gigantesca incetta di tabacco, usando perfino le mazze a mò di bastoncino con lo spillo infisso alla punta, da distribuire e vendere ai contadini e a tutti quelli desiderosi di tuffarsi nel nuovo e sorprendente tipo di kalumet. Tabacco quindi che aveva il grado eccelso dell’odore, pari a quello della cioccolata e che era racchiuso in Scatole eleganti di metallo, quadrate o in tondi barattoli di rame con le scritte straniere, contenenti fino a 50 sigarette, o in stecche con colori, carta e dicitura a stampa, ben confezionate in cellofan. Il giallo-dorato tabacco è lo strumento con il quale si comincia a dialogare confidenzialmente, a fare amicizia con i nuovi venuti. L’impatto con la nuova realtà avviene anche mediante i prodotti alimentari in scatola: würstel, corneed-beef, milk in polvere e condensato. Si nota subito l’instaurarsi nella maggior parte della popolazione potentina, di una nuova concezione del vivere. Molta gente si dà fare, i giovani più attivi trovano lavoro presso le concentrazioni di truppe che si sono stabilite nella città o nei suoi pressi, molte donne del popolo si aprono confidenzialmente con i soldati canadesi e poi con tutti quelli che passano per Potenza, inglesi, scozzesi, neozelandesi, australiani, americani, indiani, bianchi e neri. La notte con il coprifuoco che è ancora in vigore, si odono gli schiamazzi dei soldati ubriachi che bussano alle porte e che canticchiano o chiedono da bere. Maculata continua quanto aveva già fatto con gli italiani e con i tedeschi, subisce anche quest’urto militare e riceve lunghe file di esponenti di qualsiasi razza, con la prodigiosa tenacia di una grande divoratrice, una specie di piovra che digerisce migliaia di amplessi. La sua attività avrebbe meritato un valido riconoscimento di fedeltà al mestiere; purtroppo ancora oggi quel tipo di piccola impresa, ubicata in certi vicoli o in qualche squallida stamberga del centro o della periferia, non ha mai avuto una normativa che la disciplinasse come categoria e la tutelasse legalmente ed igienicamente, ed altre, quelle che lavorano più al centro e che non accolgono più di due o tre soldati per volta e che, quando si presentano in cinque o sei, escono con le scope per mandarli via.

E qui che Potenza si è, per una stagione breve, elevata al rango di grande città del nord-Europa, si è idealmente collegata ad Anversa o ad Amburgo, alle città di mare, come Napoli e come quelle che hanno i grandi fiumi che le rendono spregiudicate e importanti. Anche in via Acerenza vi è ormai la frenetica ressa di jeep e di militari, nei due casini-pensioni che hanno, dagli anni Trenta, vivacizzato il pedissequo anticonformismo erotico dei potentini. I ragazzi più irrequieti, per qualche pacchetto di sigarette, fanno la guida ai militari che cercano le sẽnorite. Il loro modo di ingaggiare è proprio quello di domandare a tutti se gradiscono avere un incontro. Più tardi intraprenderanno attività più lucrose. Con la vendita delle sigarette inglesi e americane sotto il primo Arco del Teatro Stabile, o organizzandosi in bande, come quella detta “dei giardinetti” con l’assalto ai camion americani e trafugando dalle jeep, lasciate incustodite, tutto quello che di utile vi si trova. Asportandovi le gomme e magari acquistando dagli stessi militari alleati materiale da rivendere al mercato nero. Ci manca poco che non arrivino a smontare un intero carro armato o facciano sparire una liberty, come accadrà a Napoli. Anche a Potenza si giunge, da parte dei ragazzi più audaci ed intraprendenti a barattare qualche “black” (soldato nero) e a lasciare in mutande qualche canadese ubriaco, d’onde il detto che ancora si usa scherzosamente: tu vuò accattà? In alcuni posti, trasformati frettolosamente in ritrovi, improvvisate iniziative fanno musica per il ballo dei signori ufficiali SU-Army e per le truppe Amgot. Si suona Star Dust, Stormy Weather, il Jazz e si balla l’irrequieto boogie-woogie, le nuove musiche e le danze importate dall’Atlantico. Sui tavoli della grande sala al primo piano dell’edificio, al palazzo delle Poste si servono minestrine di carote, il beef vegetale (conchily), il prosciutto cotto, il wurstd, il chees (formaggio), le zuppe di piselli, lo spezzatino di manzo con patate in scatola, e si serve la birra canadese a lire dieci la mezza libbra, spillandola dai fusti e la coca-cola o il té. Con Ciccio Cantore, professore di musica e con Totonno Sparviero, suonatori di violino, con Pinuccio Andriuli, ai  pianoforte, con Nino Fierro alla batteria e Baciterracino, sassofono, si dà vita al primo club per gli alleati. I soldati indiani invece assistono a lunghissime proiezioni di circa sei ore ciascuna dei loro film al teatro Stabile, trasportati dalle ambulanze che sostano in piazza Prefettura e forniti di teiere e toast. All’Albergo “Roma”, in piazza Sedile, vi è il ristorante per gli ufficiali americani. Rocco u’mmericano fa loro da interprete. Dalla carta annonaria e dai bollini si passa alle am-lire. Un litro di olio di oliva già costa dieci lire. La città si va man mano riempiendo di luci, di veicoli ed autovetture militari, di musiche, di gente indaffarata ed incuriosita. Alfonsina “Quacqualà”, la manicurista bionda torna da noi, per l’albergo diurno del teatro comunale, con tutta la sua eccentricità di slava adozione. L’Amgot intanto requisisce i locali del caffè “Decarlo”, i locali siti nel palazzo De Luca, sovrastano l’ambulatorio della Croce Rossa Militare, adibiti alle funzioni del comando della “Military Police”, che annovera tra i suoi esponenti militari cappelli rigidi con falde rosse e grosse pistole a tamburo. Sono ancora requisite la scuola di Avviamento Industriale per le truppe indiane, l’ex colonia elioterapica di santa Maria, ubicata sotto l’Istituto “Principe di Piemonte” per la residenza delle truppe indiane e l’Istituto delle Suore Canossiane, nel cui giardino hanno rinchiuso un numeroso gregge di pecore. L’Istituto “Principe di Piemonte” viene adibito come ospedale militare. Anche l’ospedale per gli affetti da tracoma, il cosiddetto Tracomatosario, sito nella zona di Verderuolo, adibito sin dal 1940 ad ospitare i reparti del 45° Reggimento Fanteria dei R-E-I, viene requisito come ospedale militare per le truppe di colore. Gli alleati hanno il loro comando nel palazzo della Prefettura o palazzo del governo, ed hanno esposto ai balconi di sinistra la bandiera con strisce e stelle, a quelli di destra la bandiera inglese e, sotto la balconata di centro, sull’arcata del portone d’ingresso vi è rimasto lo scudo sabaudo con la scritta “Regia Prefettura di Potenza”. Un poco più su vi è la bandiera italiana.

Chi ha preso effettivo possesso della Prefettura, installandovi il primo comando di Occupazione, è il generale Harold George Alexander. Neppure il palazzo dell’Ina dove abitano i La Capra e dove si celebra un matrimonio di una certa notorietà tra la bella figliuola del comm. La capra, ispettore generale delle assicurazioni, e il Jomm (maggiore dell’Aria) americano, viene escluso dalle requisizioni. Due vani ed un intero piano sono occupati dagli ufficiali americani. Sono anche ripristinati alcuni locali nel palazzo delle Poste, per buona parte pieno di sinistrati, ed il salone che è già utilizzato come centro ricreativo per le truppe alleate provenienti dal fronte di Cassino. Nel salone, infatti inglesi, polacchi, filippini, australiani, neozelandesi e via dicendo, si ritroveranno per trattenimenti e musiche per tutto il 1944. L’albergo “Roma” di proprietà di Salvatore Nardo e della signora “Lucia”, viene in parte requisito dal Comando alleato per le truppe dell’aviazione americana, che provengono dal campo di Pantanella (Canosa). Sull’ingresso è stato apposto un pannello in legno sul quale vi è lo stemma degli Stati Uniti con la scritta “Restaurant of americans Military“. Non può non apparire effimera la scenografia, intanto, che attesta il brusco, forsennato, imprevedibile passo della guerra con lo scheletro dell’edilizia in pezzi in molte zone della città: macerie, case diroccate, cornicioni crollati, palazzi sventrati… Diverse ormai sono le sue logiche urbane, non più aderenti alla realtà precedente ma vincolate invece a situazioni in bilico tra distruzione e ricostruzione, diversi i suoi criteri di funzionalità e il suo rapporto non è con i personaggi quanto con la rotta immagine del teatro urbano. La campagna ha invece ingoiato le bombe nei fossi, nelle vigne, tra i meli ed i mandorli, negli stretti trapezi di verde trapuntato di pomodori. Carri armati rotti e carcasse belliche ingombrano le strade. Sepolti anche i soldati tedeschi, croci ed elmetti, sepolti dai parenti, anche i morti estratti dalle macerie. Tornano i reduci dopo anni di assenza. Riprendono respiro e vigore. Si accorgono come ancora pascolino le greggi, razzolino le galline, nei vicoli di sera scalpiti il mulo e ancora si passeggi più che mai per via Pretoria. I reduci arrivano alla spicciolata, tornano a frotte o da soli, regalano gli indumenti militari in cambio di quelli civili, “si accontentano di ritrovare la loro vecchia casa, il grande letto, la lucerna appesa alle catene del camino, pane ed olive, zucche e peperoni, le patate dell’orto. Portano nelle valigie le scarpe militari, qualche camicia grigioverde e un casco di lana perché serva da cuffia ai vecchi e ai bambini”. A piazza Sedile li chiama a raccolta la concitata voce di Felice Scardaccione e si organizza la protesta che sfila nei cortei di “pane e lavoro”.

 

Non si canticchia più Lili Marleen, le musiche americane hanno ormai il sopravvento, assieme alla nostra per dimenticare: Vento, vento, portami via con te…! Le radio delle famiglie mandano dalle finestre i motivi di Amapola e di Rosamunda.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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