Da vigna a vigna i primi “telex” dell’informazione in Basilicata (1)

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LUCIO TUFANO

Vi furono messaggi recati dal soffio delle vigne, nei cori della mietitura, dalle afose latitudini dei frumenti o da quelle azzurrognole dei valloni e dei crepuscoli, nei ripetuti echi delle alture inaccessibili o delle gole presidiate dai fremiti dei falchi e dal battere delle aquile, nelle profonde cavità del suolo, nelle caverne notturne dei pipistrelli, nelle rumorose sorgenti, nei remoti capanni, nello scampanio delle mandrie, nelle fresche voci dell’alba, nei meriggi delle piazze, nei rientri della pesca, nei richiami delle sere.

Vi furono messaggi trasmessi dai bastioni, tra due finestre alte di paesi distanti una treccia di capelli, messaggi lanciati sui fossati delle mura, delle torri, tra le sbarre, messaggi chiassosi come frastuoni di attrezzi, irriverenti come bestemmie, come i soprannomi dei cafoni, secchi come le chiamate per gli stagli, silenziosi come bandiere, come le fumate dei mulattieri, l’avvicinarsi dei soldati, la minaccia dei temporali, il rigonfiare dei fiumi.

Vi furono messaggi di rivolta, messaggi adirati di odi e di reazioni, raccolti negli incendi dei casali, negli assalti ai Municipi, di marce bracciantili per la conquista delle terre e contro il latifondo, di cariche a cavallo, d fucilazioni, di delitti consumati tra gli olivi e le case diroccate, di colpi di lupara ai bracconieri, di arresti effettuati.

Episodi minuti, a migliaia, che nessun giornale mai raccolse, ma che costituirono la epopea di silenzio delle generazioni contadine isolate ed oppresse come tutte le razze genuine, come gli Incas, i Maya gli Aztechi, e i pellirosse delle Americhe, le civiltà del sole e del fiume, che fecero notizia con gli sterpi, con i roghi delle querce, con le forti essenze, con le leggi tribali, con il sangue degli agnelli, i riti pagani del l’amore e della morte.

Vi fu l’informazione araldica contenuta in una pergamena e che costituiva la notizia-editto recata ai vassalli, al barone e da questi inviata ai fattori, dal potere ecclesiastico centrale alle curie e dalle curie o dai vescovi ai prelati ed alle badesse dei monasteri.

Il corriere si spostava da una regione all’altra o da una zona all’altra e la velocità della notizia non era maggiore della velocità del mezzo di locomozione, il cavallo o l’uomo.

Il proclama e la circolare assunsero importanza durante il regno di Napoli e con i Borboni. L’intendente trasmetteva notizie ai sindaci ed ai Vice–intendenti. Così il primo tipo di notizia amministrativo-politica. Ma i fatti di cronaca, di crimini e di famiglie, i fatti accaduti nei paesi o nelle campagne, ebbero come veicolo d’informazione il viandante e come mezzo il racconto.

Il racconto fu uno dei più importanti elementi dell’informazione arcaica. Nell’ambiente contadino e nella dimensione propria del paese, la maniera alquanto efficace di raccontare i fatti fu quella della comare, la gazzettiera del vicinato, del villaggio, che girovagando per le case raccoglieva, elaborava o trasmetteva notizie incuriosendo gli astanti, formando attorno a se i capannelli e pettegolando sui fatti e sulle persone.

Si trattava di uno dei primi giornali parlati e spontanei che non valicava mai le mura del paese. L’informazione del banditore invece era un’informazione più legale e di carattere pubblico.

Il banditore comunale informava delle ordinanze, dei mercati, delle decisioni del Comune, dava notizie sul calmiere e sui prezzi, sulle misure igienico-sanitarie, sull’assistenza, sui matrimoni, sulle gabelle e sulle aste per gli appalti delle stesse gabelle, sulla neve, sulla farina, sulla nettezza urbana, sulla penuria di acqua, sugli ammassi.

Una figura d’informatore, misteriosa, paraoccultata da veli magici e dalla ignoranza dei tempi, dalla credenza in fatti soprannaturali, avvolta da nembi di superstizione, era quella dello sciamano.

Questo personaggio forniva un genere d’informazione vario e sorprendente: l’informazione sul futuro stimolando gli interessi intimi ed individuali della gente, notizie sulle tradizioni, sulle leggende e assumendo le dimensioni proprie della chiaroveggenza, commentava i fatti naturali e soprannaturali. Si trattava di un tipo d’informazione metafisica, che travalicava i confini del paese, raccoglieva un po’ il senso del fatto universale e, attraverso una interpretazione banale a volte ed elementare però da saggio di paese, con commento personale ed adeguato alla unica realtà, quella locale, l’unica che contava, assumeva la caratteristica della persuasività e della mistificazione.

Altra informazione, sempre di tipo arcaico, è quella commerciale, del mercante di bestiame, dello zingaro, dell’ambulante di merci, di chincaglie, di fettucce, di lacci per scarpe, che diffondeva al momento del mercato o della fiera le notizie di altri paesi, di arresti avvenuti, di briganti, di fatti accaduti.

Portata attraverso l’involucro dell’aneddoto come notizia parlata, del “si dice”, un canale informativo assai umano, subì delle perfezioni col mutare dei tempi, dall’ambulante, allo zingaro, al viaggiatore di commercio che entrando nelle botteghe di paese portava le novità dei centri più evoluti, delle grandi città del Nord.

Ma l’informazione ebbe mille modi di propagazione, forse anche rudimentali e lenti, ma che diffondevano la notizia in maniera capillare ingigantendola, arricchendola di elementi via via aggregati ed introdotti dalla interpretazione di chi la porgeva e dalla elaborazione di chi, dopo averla ascoltata, la riportava.

Si potrebbero a questo punto citare le cantilene dispettose contro i Borboni e la tirannia dei padroni, di pretta marca popolare, che avevano l’entità d’informazione politica e che, pur non essendo delle vere e proprie satire di Pasquino, fomentavano il popolo e lo spingevano alla protesta o erano dirette ad aprire gli occhi agli umili e pazienti braccianti.

A livello più urbano, nelle riunioni delle cantine, del caseggiato o del borgo, il brindisi alla bottiglia, quello pronunziato dagli euforici poeti contadini che, improvvisandone le parole, formulavano una notizia decorandola di versi a rima baciata.

Ed ancora si può per esempio intravedere un tipo di informazione fatta anche dai preti o dai monaci attraverso le prediche nella cappella, nei santuari, o nelle chiese di paese e nel messaggio che i tocchi delle campane mandavano alle popolazioni quando avvertivano della festa o del morto, della funzione religiosa o del pericolo, della rivolta, ecc.

I cantastorie, infine, quelli che salivano dalle Calabrie, e che nelle giornate sacre o di mercato, stornellavano i drammi della Sila e le storie dei briganti, la cui trama romantica fa ancora spettacolo, che narravano le gesta di uomini protagonisti di vicende e di amori impossibili, nella immaginazione del popolo celebrati e mitizzati a guisa di giganti, invisibili fantasmi, cui dava sembianza e volto la curiosità della gente e il mucchio di cose che di essi si diceva, ebbero un ruolo importante come informatori appagando le aspirazioni eroiche di un mondo dimesso e pavido, ma sempre curioso.

Il comizio, come veicolo d’informazione collettiva, non più come notizia sussurrata al singolo, ad amici e parenti, ma più distanziata, assunse la dimensione del fatto raccontato in piazza alla folla che la gremiva. Il messaggio contenuto nel comizio politico fu la notizia parlata, quella ufficiale e che suscitava scalpore; poteva essere scandalistica, o analitica di una situazione amministrativa e di governo, critica nei confronti dei partiti e degli uomini, dei notabili o del sindaco, certo è che essa veniva recepita dai lavoratori, dalle donne, dai contadini e dalle vecchiette che si collocavano a giro attorno al palco e sui balconcini, e davanti agli usci delle case.

Una trasfigurazione dello stregone in uomo politico, un portato dei tempi, il primo che prediceva il futuro, il secondo che prometteva il benessere.

Alla gradualità dell’informazione arcaica, si accompagnò il giornale stampato dalle nostre tipografie che pure esistettero numerose anche se in tempi difficili.

Vi furono tipografi nascosti nei vicoli, affogati nel rumore delle primordiali macchine stampatrici; la più antica, per esempio, quella di Melfi, citata dal Racioppi, che era situata nel Palazzo Vescovile e che nel 1660, stampava le constituzioni sinodali del vescovo Branciforte, e l’Officium Sancti Alexandri martyris, patrono della città, non diede grossa impronta di se, tant’è che di essa non si è trovata altra notizia, perché ebbe vita tanto breve da estinguersi come azienda, al punto che l’intendente Cav. Vito Lauria, in Potenza capoluogo della Provincia dovette dare il via, nel 1808, all’attività di una nuova stamperia con questo discorso: “Lucani, ecco per voi un nuovo tratto di Sovrana beneficienza: la Vostra Provincia è corredata di una stamperia”.

“… Era questo un mezzo necessario allo sviluppo dei talenti; alla generalizzazione di quella cultura che adorna moltissimi abitatori di questo suolo: alla facilitazione dei vostri andamenti sulle provvide norme di un saggio Governo … Ora dipende da voi stessi il profittarne mettendo i vostri spiriti ad uno scientifico ed utile commercio con questo mezzo”.

Scrivendo ai vescovi ed ai sacerdoti: “Mi affretto a parteciparvi, che già in questa capitale della provincia si è stabilita la stamperia ed è nella maggiore attività. Voi conoscete, che le intenzioni del Governo dirette sempre al maggior vantaggio della Nazione, sono di promuovere questo stabilimento non solo per rendere più facile la corrispondenza tra l’amministrazione e gli amministratori, più spedita la circolazione degli ordini di tutte le autorità costituite, ma ben anche perché i dotti delle province avessero più facile il mezzo di presentare al pubblico le loro letterarie produzioni, a fine di meglio istruire ed illuminare i popoli. È giusto quindi, che allo stampatore si fornisca un travaglio, onde possa ritrarre il corrispondente mantenimento”.

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Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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