DAI CASTELLI ALLE CATTEDRALI: LA PARABOLA DEL “MAGISTER” MELCHIORRE DA MONTALBANO

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di VITO TELESCA

È tra i più importanti, apprezzati, studiati e famosi castelli al mondo, parliamo di Castel del Monte, edificio a firma Federico II di Svevia, Imperatore. Ma forse non tutti sanno che buona parte della manovalanza utilizzata per edificare il castello era lucana. Non solo una questione di vicinanza geografica ma soprattutto per competenza ed esperienza.

La costruzione del “castrum” sarebbe iniziata prima del 1240, come ha sostenuto più volte lo storico Raffaele Licinio. Ma i lavori andavano a rilento e per questo il sovrano contattò il giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo invitandolo a velocizzare i lavori di edificazione e dare inizio alle rifiniture con “calce, pietre e quant’altro si renda necessario”. I lavori vennero ordinati e seguiti direttamente dal sovrano svevo che desiderò quella forma, quella posizione, quelle decorazioni precise. Tra queste maestranze ci fu anche la mano qualificata del lucano Melchiorre da Montalbano. Il nome non tragga in inganno. Nulla sappiamo sulla sua data di nascita e di morte, men che meno della sua città natale. Sappiamo solo che era lucano e che nell’arco della sua vita artistica era attivo tra Lucania, Puglia e Cilento. Probabilmente quando venne chiamato da Riccardo da Montefuscolo in quel di Castel del Monte era ancora qualificato come «faber», ovvero operaio-architetto, e si interessò del portale di ingresso. Verosimilmente Melchiorre non era alla prima esperienza ma venne chiamato tra gli ingegneri e architetti dall’Imperatore per la sua bravura e creatività, ma probabilmente anche perché era parte integrante della squadra di un pezzo da novanta dell’architettura sveva, tal Bartolomeo da Foggia.

Sappiamo per certo, e di questo ne parlo ampiamente nel saggio “Francesco e Federico, due giganti allo specchio” (Feltrinelli, 2013) che il sovrano svevo, per Castel del Monte, volle seguire personalmente i lavori nelle varie fasi per evitare che il progetto di partenza venisse “contaminato” in qualche modo da architetti troppo intraprendenti e poco rispettosi della volontà imperiale, come avvenuto per i castelli siciliani.

Quell’esperienza, così ligia al volere svevo, segnò il successo artistico e lavorativo di Melchiorre perché da li a breve troveremo la sua firma architettonica anche in altri castelli. Infatti, secondo alcuni illustri studiosi, Melchiorre partecipò e fu uno dei principali protagonisti nel cantiere di Castel Lagopesole. Possiamo perciò  affermare che la sua formazione e consacrazione sia avvenuta proprio in seno al vigore artistico federiciano, di stampo gotico ma con riferimenti a quel romanico, che da queste parti ha fatto scuola, e che restò ancora per molto profondamente ancorato nella mentalità architettonica del nostro territorio.

Dopo l’esperienza federiciana Melchiorre sembra lasciare gli edifici civili per dedicarsi ai luoghi di culto. La prima firma sacra melchiorriana, in tutti i sensi, la troviamo sulla Cattedrale di Rapolla. Qui costruisce il portale, rigido nello stile e per questo inconfondibile, datato 1253, quindi subito dopo aver lavorato per l’imperatore. A Rapolla Melchiorre lascia la sua firma «Albano Monte nutrit(us)» e questa indicazione ha dato vita nel tempo all’equivoco geografico sulla sua città natale che, come detto, non è Montalbano Ionico, perché l’epigrafe si riferirebbe al vescovo Giovanni, colui che commissionò i lavori di edificazione della cattedrale.

Essendo attivo nella diocesi di Anglona, Melchiorre, chierico della stessa chiesa , eseguì i lavori per il corpo Absidale della cattedrale di Santa Maria di Anglona (vedi saggio “Santa Maria di Anglona, Storia e restauro di un monumento” di Antonella Calderazzi, 1976).

Tra il 1255 e il 1275 Melchiorre poteva vantare probabilmente una sua bottega autonoma se è vero che in più parti vengono notate opere a lui riconducibili anche se non è possibile certificare la sua firma. Lo ritroviamo, oltre che nelle opere principali già citate, anche a Calvello, dove edifica il portale della chiesa di Santa Maria del Piano, a Marsico Nuovo per il portale della chiesa di San Gianuario e quello della chiesa di San Michele. La sua bottega sarebbe stata anche intervenuta nella  produzione della Formella con Abramo nella Cattedrale di Matera. A Tolve si associa allo scultore lucano il Portalino della chiesa di San Pietro.

La presenza della bottega di Melchiorre trova il suo punto conclusivo a Teggiano,  dove  possiamo ammirare la sua opera nelle forme più diverse. Nella cattedrale di S. Maria Maggiore a Teggiano edifica il suo marchio di fabbrica, ovvero il portale, dove è molto ben visibile la sua mano per gli incredibili e palesi riscontri con le due opere precedenti. Nella stessa cattedrale mette la sua firma inequivocabile sul fianco sinistro del pulpito datandolo 1271. A Teggiano sono attribuite a Melchiorre anche le quattro lastre figurate in San Michele Arcangelo (opere di bottega).

Ritornando alla firma di Teggiano, che chiude la sua esperienza artistica, è possibile notare  come Melchiorre da Montalbano sia passato da “faber” in quel di Castel del Monte (1245 ca.) a “magister” nel 1271, perché così si è palesato in quel di Teggiano.

Passare da faber a magister significava passare dallo status di professionista dedito alla costruzione diretta di un manufatto, spesso sotto le dipendenze di una bottega, ad uno di “regista” e direttore esecutivo dei lavori, che possedeva quindi una sua bottega e delineava le linee stilistiche , nonché impartendole, divenendo a sua volta “maestro” per i suoi allievi.

Un’evoluzione inevitabile per un talento lucano indiscutibile.

 

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