IL DECLINO DEL POP ITALIANO

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DINO DE ANGELIS

Dino De Angelis

Accadono cose che sono come domande, poi passa un secondo oppure anni e la vita risponde” (Baricco). Così capita sovente anche alle nostre riflessioni. Stavolta le domande (e qualcuna delle risposte connesse) attengono al mondo della musica. La bomba deflagra definitivamente trovandoti di fronte un articolo del quotidiano La Stampa (neppure così recente) che, come tasselli di un domino, fa scattare le mille riflessioni che hai sempre fatto su quell’argomento. L’articolo della Stampa citato indica l’estate del  2016 quale punto di rottura dal quale non ne siamo più usciti, e indica anche una canzone: “Andiamo a comandare” di tale Carneade Rovazzi, quale simbolo di un livello al quale la canzone italiana non si era mai abbassato. La mia sensazione è leggermente differente. Non credo che sia una sola canzone a decretare un abbassamento di qualità, ma un trend, un insieme di cause che concorrono ad un fenomeno. 

Dico la mia partendo da quel che osservo tutti i giorni. Non posso fare a meno di essere colpito assai in positivo da una parte dell’attuale generazione di ragazzi, anche al sotto dei vent’anni, che sta effettuando un percorso musicale a ritroso di riscoperta di canzoni pop come non si era mai verificato nei decenni precedenti.
Sentire dei ragazzi di quest’età  esaltarsi per  “Il Testamento di Tito”, oppure per “Suzanne” di De Andrè, beh mi lascia piacevolmente stupito. Ma non posso fare a meno di chiedermi il perché. Prima domanda:  perché dei ragazzi che non hanno vissuto in prima persona un certo fenomeno musicale, sentono la necessità di ripescare un patrimonio così datato? Risposta: perché lo sentono a casa dai genitori, chiaro. Seconda domanda: e perché allora molti di loro non si identificano con quel che passa il convento attualmente? E da qui è necessario provare a capire a ritroso, negli ultimi anni, cosa è successo alla musica italiana.
Se dico “musica pop”, uno dei riferimenti più chiari è rappresentato dal Festival di Sanremo che, nel bene e nel male, detta alcuni indirizzi della canzone popolare nostrana. Fino a un certo punto il festival era stato vinto da gente con una certa qualità (Renga nel 2005, Povia nel 2006, Cristicchi nel 2007), e poi nel biennio 2009/2010 hanno prevalso i cavalli provenienti dalla scuderia della De Filippi e dei suoi rampolli (Marco Carta, Valerio Scanu). A mio avviso è da quel momento che non ci siamo più ripresi. La massiva presenza, con vittoria finale, dei rampolli di Canale 5 all’interno della manifestazione canora più popolare del paese, ha sancito un passaggio indelebile: il trionfo del Talent nella musica italiana, inaugurato dalla De Filippi e poi portato al successo praticamente da tutti i canali televisivi. Uno che non è l’ultimo arrivato, tale Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol, attribuisce ai Talent una valenza assai poco significativa, tanto è vero che ha sentito l’esigenza di aprire una scuola tutta sua, una scuola di formazione artistica culturale che privilegia la musica e la cultura popolare completamente lontana dai riflettori  e dotata di un unico manifesto: puntare sulla qualità, fosse pure a spese del successo. Tutto ciò di cui molto spesso il Talent non ha. Non sto dicendo che nei concorsi con giurie specializzate non vi siano profili artistici interessanti, ma che molto spesso il Talent appare una strada per facilitare il successo senza curarsi molto della preparazione di base.
Ed eccoci arrivati ai giorni nostri. Alcuni di noi si sono lanciati in crociate pro o contro la canzone che ha vinto quest’anno il Festival: “Occidentali’s karma” di Carneade Francesco Gabbani, che canta e balla in presenza di una scimmia. È sempre difficile discutere di gusti personali, e di conseguenza rispetto chi si esalta per le parole di questa canzone, solo che non trovo che il testo sia particolarmente né geniale né innovativo. Sono cose che conosciamo bene, con le quali facciamo i conti tutti i giorni. E pur non essendo un particolare fan di Sanremo, non posso non accostare, a questo punto, l’enorme significato di “Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi che vinse il Festival esattamente 10 anni fa, con una canzone a sfondo sociale che parlava, quella sì, di un problema vero e tremendamente drammatico: il mondo dei disadattati.
Mi chiamo Antonio e sto sul tetto, cara Margherita son vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce,  quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare,  perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione? Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare
E adesso fatti pure un ballo con il Karma dello scimmione.

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