Devastare la casa in cui viviamo: il “suicidio incosciente” dell’umana stirpe

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La questione ambientale è prioritaria da anni: tra annunci apocalittici e lotte aspre tra nuove e vecchie generazioni di pensiero, difendere l’ecosistema è divenuto mai come prima fondamentale. Per questo, negli ultimi giorni, girando per la nostra amata (ma non da noi particolarmente rispettata) città di Potenza, sporcizia e abbandono non sono uno “spettacolo” particolarmente raro: ma non è solamente una questione di “amministrazione” e di logistica, rami in cui l’Italia intera non ha mai particolarmente brillato, anzi. Perché i rifiuti, innanzitutto, sono una questione di coscienza civile. Ancora meglio: se non v’è la mano che abbandona, non v’è bisogno di un’altra mano che raccolga. Ma la cronica “resistenza” di taluni nel continuare imperterriti a fregarsene e abbandonare rifiuti d’ogni sorta, pone l’accento su diversi interrogativi. Uno in particolare: siamo davvero sicuri d’aver concretamente compreso che livello di devastazione il nostro inquinamento ha provocato all’ambiente? Perché, solitamente, il disinteresse e la mancanza di rispetto sono figli dell’ignoranza. Una ignoranza intesa non in senso dispregiativo (seppur “dispregio” è la “perturbazione” che produce), ma più squisitamente concreto: mancanza di informazione e, quindi, occhi ben chiusi. Perché, ne sono certo, in molti davvero ignorano quanto sia profondo e impattante l’inquinamento umano, multi livello. Una devastazione che, da tanti piccoli segnali, fa emergere in modo netto non solo una certa cronicità del problema ma, anche e soprattutto, una sua radicazione estremamente viscerale nelle “fondamenta” della nostra “casa”, sempre più fatiscente e frantumata. E, negli ultimi tempi, sono diverse le notizie passate “inosservate”, che consegnano una situazione inquadrata su di uno sfondo allarmante. Un inquinamento non solo concreto, fatto di gas di scarico e di rifiuti, ma anche “immateriale”, che produce effetti grandi e piccoli sull’intero ecosistema.

Ma come detto, alcune notizie “invisibili” degli ultimi tempi, trasferiscono un’immagine nitida della situazione. Come ad esempio, la scoperta compiuta da alcuni ricercatori inglesi di come una remota isola atlantica battente bandiera britannica, fosse stra-colma di rifiuti in plastica provenienti da tutto il mondo. I ricercatori, infatti, vi hanno trovato prodotti di scarto d’ogni tipo derivati dalla Cina, dal Giappone, dal Sud Africa ecc. Ricercatori e attivisti, in modo particolare, hanno ripulito l’isola, abitata da meno di mille persone, non senza difficoltà da circa 7mila prodotti di scarto che vi erano “approdati” e che l’avevano completamente invasa. Il messaggio è chiaro: non si “scappa” dall’enorme mare di rifiuti. Ma non è solo una questione di “inquinamento ordinario”: noi umani riusciamo anche ad escogitare metodi “alternativi” per modificare radicalmente (e in peggio) la “casa” in cui viviamo assieme ad altre specie (è bene ricordarlo). Infatti, nei giorni scorsi, è emerso uno studio condotto dall’Università del Costa Rica, che ha evidenziato come l’imponente inquinamento acustico imposto dalla moderna vita “post-industriale”, abbia indotto tante piccole specie volatili a “modificare” il loro modo di “cantare” per far si che i propri versi potessero esser ascoltati. Ciò, in modo particolare, ha mostrato ai ricercatori che diverse specie di uccelli, all’aumento delle frequenze utilizzate per “cantare” e “farsi sentire” nel caos rumoroso delle città moderne, hanno corrisposto una diminuzione delle complessive dimensioni fisiche oltre che una netta riduzione del numero dei “motivi” musicali utilizzati per comunicare. Gli effetti, in prospettiva? Probabilmente, una netta riduzione della popolazione, anche perché, così come rilevato dagli studiosi, gli stessi animali passerebbero molto più tempo a tentar di comunicare, proprio perché enormemente ostacolati dal muro mostruoso di rumori “cittadini”. Sottraendo, logicamente, tempo ad altre attività come il procacciare cibo o il difendersi dai predatori (dunque, al sopravvivere). Nel mentre, negli ultimi mesi, sono sempre più frequenti i ritrovamenti di enormi crateri “naturali” in Siberia. Crateri che, secondo alcuni scienziati russi, sarebbero attribuibili al progressivo riscaldamento del terreno che innesca vere e proprie esplosioni “naturali” del gas sotterraneo.

Tanti piccoli e grandi “fatti” che dimostrano quanto radicato sia l’inquinamento provocato dall’uomo, a più livelli. E sono, anche, sicurissimo che tra i (pochi) lettori, più di qualcuno esclamerà fra se e sé: «Tutto qui?». Perché, appunto, il non saper dare prospettiva a campanelli e campanellini d’allarme, è un nostro assodato “super potere”. Perché, basti vedere quello che, dopo lunghe e difficili trattative, è emerso nelle scorse ore dal COP27, la riunione sul clima globale che si sta tenendo in Egitto: nonostante sia stato approvato un piano storico di “sdebitamento” delle grandi nazioni, le quali verseranno ingenti somme ai paesi più poveri per compensare i danni ambientali provocati, nulla o quasi è stato fatto per ridurre l’utilizzo di fonti energetiche d’origine fossile. Ma torniamo a noi: cosa possiamo fare? Tanto, a partire dall’impegno “piccolo” del quotidiano. Perciò, tu cittadino di Potenza, della Basilicata, dell’Italia, del mondo intero: quando, la prossima volta, per “comodità” e fastidio, butterai l’ennesimo involucro di plastica per strada, incurante e indifferente, o userai l’auto inutilmente invece di fare qualche passo a piedi, fermati e pensa. Pensa che, quell’aria sempre più inquinata, è quella che respira tuo figlio. Pensa che, quella stessa plastica, quando non ci sarai più, potrebbe divenire un giorno la “coperta” con cui i tuoi cari saranno costretti a ripararsi dalla furia di madre natura. Ovviamente, dopo che quest’ultima avrà completamente distrutto ogni cosa. Il segreto è proprio questo: fermarsi e pensare.

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