DI STORIA E D’ALTRE COSE

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Margherita E. Torrio
Districarsi tra le disfunzioni, in questa regione, è diventato, come testimonia l’esperienza di tanti,
molto difficile. Ipotizzare di prendere un treno suggerisce immediatamente di incrociarlo piuttosto
a Salerno per evitare il tratto da Potenza, particolarmente lento e faticoso. Sulla questione ‘acqua’
in tanti hanno e continuano a denunciare mille e diversi disagi; altrettanto sullo stato della sanità
pubblica; sulla formazione dalle prime fasi del percorso in avanti le risposte sono insoddisfacenti
per gli operatori e per gli studenti. Non è un periodo facile non solo per la nostra piccola regione.
Preoccupazioni investono l’intero Paese, appesantite ulteriormente dalla situazione
internazionale. Mentre continuiamo a misurarci con l’inadeguatezza delle gestioni, delle soluzioni,
degli impegni, non ci rallegrano comunicazioni di qualche frequentatore dei media, di lunga
tradizione della piu’ recente storia della politica, diretta a un aspirante candidato, del tenore ’Lo
sfameremo’. I politici di altre stagioni misuravano il linguaggio, forse perché possedevano un
vocabolario ben più ricco. Il panorama era anche più ricco di intellettuali, tanti, fra i politici, lo
erano; al di là della condivisione o meno, garantivano una ricchezza di pensiero. Gli intellettuali.
Dibattiti intensi, chi erano, quale ruolo, gruppo sociale a sé, organici a gruppi sociali, a partiti,
ecclesiastici, maestri, con il loro peso sin nei piccoli centri, funzionali a imprenditori. Gramsci ne
aveva tracciato, nei suoi appunti, storia, vicende, presenza scandendone mutazioni dal mondo
antico, al rinascimento, al suo oggi. L’intellettuale aveva guidato a comprendere, a sapere, comuni
e signorie; Gramsci auspicava un intellettuale che guidasse ‘le masse’, il popolo, perché fossero
consapevoli, partecipi a un progetto. In contrapposizione sperimentavamo Vittorini e il suo
Politecnico, Pasolini, Sciascia. Far comprendere, esercitare al sapere non era ugualmente visto per
creare consenso su un partito, un governo, una impresa ma in ‘senso assoluto’. Possibile?
Ambizioni, sogni, utopie, condivisioni erano il seme per essere parte, per crescere, per portarsi
avanti. Si parlava di Kultur, dietro ogni aspetto, lo sviluppo industriale, la riforma della scuola,
c’era un dibattito, oltre che progetti. Certo, anche ambizioni ma nessuno avrebbe parlato di ‘
sfamare’. Più ipocriti quelli di ieri? Maggiore pudore? Forse, invece, appena appena un po’ di
senso del ruolo e della funzione pubblica esercitata. I politici, quelli a tempo pieno, erano inoltre
sostenuti dalla forza dei partiti di riferimento, parlo di quelli scaturiti dalla esperienza degli esili,
dei confini, della guerra, di quell’altra ancora sui monti. Quei partiti, così freschi di quelle
esperienze, avevano una narrazione chiara, definita da quelle stesse esperienze, senza se e senza
ma, rappresentavano un riferimento ed esprimevano senso e identità. Anche il senso del vero. Se
vogliamo, della verità. Oggi si continua a parlare di civiltà, cultura occidentale, irrinunciabile,
trasportabile. Ricordiamo con cosa coincide questo riferimento? La veritas di Cicerone, di Nepote,
Tacito, l’ ’αλήθεια greca. L’α privativo rispetto al λανθάνω, nascondo, equivoco, inganno, indicava,
quindi il disvelamento. Gli uni e gli altri sono, sarebbero, al fondamento della nostra civiltà. La
verità, l’’αλήθεια, non ha mezze misure. Cicerone lasciava che il vulgus apprendesse ex veritate
pauca, ex opinione multa aestimat (come dire, il volgo acquisisce poco dalla verità ma piuttosto
dalla impressione, supposizione, credenza, parere, pregiudizio), ma anche, cuius aures veritati
clausae sunt.. Oggi non solo il vulgus ma chi ha responsabilità importanti. I greci, oltre che alla
politica e alla storia, affidavano alla tragedia il compito di educare, di fare cultura politica, per
suggerire quanto fosse necessario discernere, capire. Come fosse fondamentale per la sicurezza
dello Stato e dei cittadini avere il senso delle leggi, quelle fondamentali, fissate. Per intenderci,
quelle allora fissate dagli dei, oggi dai principi fondamentali delle Costituzioni. Il loro vigore non è 
di ieri, di oggi, ma di ‘sempre’. Emblematica la tragedia di Euripide. Assassinato il re di Tebe in
circostanze almeno misteriose, è Edipo a raccogliere le redini del regno, dopo aver sposato la
regina. Poi nella città precipita la peste. Si interroga il sacerdote Tiresia indovino, cieco, per ciò
stesso fuori del circuito del sistema. I cittadini premono per sapere. ‘Devo governare secondo il
parere della citta? Essa deve insegnarmi a governare?’grida Edipo. La verità ha però una forza
dirompente, anche se lo scontro tra chi ha potere e odia ascoltare le ragioni che gli vengono
opposte è feroce. Tiresia cieco ha la luce del vero, dell’ αλήθεια, Edipo, anche quando la verità gli
balena davanti, resta, vuole restare cieco per non dare conto ai suoi concittadini e, in realtà, a se
stesso. La verità è una, Edipo ha ucciso il padre e sposato sua madre. Non ci sono mezze misure,
mezze verità. La memoria, il racconto di ciò che si ricorda può essere soggetta all’arbitrio dei
singoli, del tempo, della prassi, dell’opportunismo, le opinioni possono essere due, tre, molteplici.
Ma, quando è la verità, quella disvelata dai documenti, dai testimoni, diventa storia. Edipo
racconta la sua impressione, la sua opinione, la sua storia ma la Storia è una e inchioda alla
inevitabilità di misurarsi con il passato antico e più recente, inesorabilmente. Tiresia, sgrana, come
in un rosario, la storia, la ricostruisce, orienta. Con lui i cittadini che sono disponibili al confronto,
comprendono in quale direzione andare. Cosa accade quando la Storia e le storie vengono
confuse? Il potere può decidere di mescolare le carte, fingere esso stesso di non sapere, può
decidere di evitare il confronto, di ignorare gli esempi della Kultur, della Politica quando non era
inibita dagli interessi grandi e meno grandi economici, finanziari, o più banalmente, dei piccoli o
meno piccoli comitati elettorali. Rifiutando il confronto, la peste, punizione alla tracotanza,
punisce il colpevole e la città. Si crea il vuoto, lo svilimento, il disamoramento. La peste, oggi, è
l’incapacità di mettere in campo politiche che affrontino il decadimento del rapporto dei vari livelli
di governo con i cittadini, il degrado della sanità, del valore della istruzione e della funzione della
formazione, del dilagare della precarietà, del lavoro che riconferma povertà, che non moltiplica il
reddito e non fa crescere il PIL, la fuga dei giovani. E, in Basilicata? Lo spopolamento, frutto di anni
di incuria. Proviamo ad avviare un percorso di recupero della verità. Poco, si, ma almeno si
metterebbe ordine nel definire le priorità.
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Sull' Autore

Margherita Enrichetta Torrio nata a Potenza nel 1948, laureata in lettere classiche presso la “Federico II” di Napoli, dopo aver collaborato sugli scavi della Villa a Grumento e dell’area sacra di Metaponto con il prof. Dinu Adameșteanu, ha insegnato nei Licei, contribuendo alla realizzazione di progetti sulla didattica. Ha pubblicato, in particolare, Didattica del latino su Choros, del cui Comitato di redazione ha fatto parte, Rivista lucana di cultura, n.1, Anno I, 1987; Fiction e realtà dal romanzo greco al romanzo latino in AA.VV.,Letture di Finzioni , edito a cura del CIDI di Potenza, edizione Il Salice, 1991. Ha vinto la 1° edizione del Premio Nazionale “Filosofi Lucani” sez. Docenti Scuola superiore, a cura dell’Istituto lucano per gli studi filosofici, con Orazio una concezione di vita, ed. Ermes, 1993. Per la Dante Alighieri partecipò, nello stesso anno, con un suo contributo al Processo a D’Annunzio e con una lezione su Leopardi, aspetti e letture. Sporadiche esperienze anche con l’Università di Basilicata. Ha pubblicato, con la Calice, Le Mimose, Da Montocchio alle Ande. Beatrice Viggiani. Non più impegnata politicamente, segue e collabora con il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Iscritta all’Ordine dei giornalisti, ha pubblicato su Il Lucano e su cartacei o online, in regione e a Napoli.

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